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Aids, servizi helpline e supporto. In aumento i casi nel 2016
di Redazione

Report Lila: quest’anno 7.153 persone si sono rivolte all’associazione, +24,4% rispetto al 2015. Ancora complicato il rapporto con il test: solo il 47,95% dichiara di averlo fatto

Tags: Aids, Lila



ROMA - In occasione della Giornata mondiale contro l’Aids, celebrata ieri, la Lila, la lega italiana per la lotta all’Hiv, ha pubblicato l’annuale report sui servizi di helpline e supporto, secondo il quale nel 2016 sono state 7.153 le persone che hanno contattato l’associazione contro le 5.703 del 2015, con un incremento pari al 25,42%. L’88,10% dei contatti è avvenuto tramite il telefono, mentre l’e-mail è usata dal 4,32% di chi ci contatta e  il 7,68% ci chiede in incontro vis-à-vis.

Profilo e rapporto con il test dell’Hiv
Come negli anni precedenti, chi contatta la Lila è prevalentemente uomo (85,35%), mentre le donne sono il 14,29% e le persone transgender lo 0,36%. Queste percentuali variano nella popolazione straniera: i circa 200 stranieri (2,68% dei contatti totali) il 37,31 % sono donne. Nel 92,20% dei casi le persone contattano la Lila per porre domande che le riguardano in maniera diretta, mentre il 6,44% ci contatta per conto di un’altra persona che può essere un/una parente, un amico o un’amica, il partner o la partner.
Continua però a essere difficile il rapporto con il test Hiv. Meno della metà delle persone che si sono rivolte ai servizi di helpline e di sostegno (47,95%) dichiara di aver fatto il test. Diminuisce leggermente la percentuale delle persone che dicono di non aver mai fatto un test Hiv nella vita, il 17,25% contro il 20,62% del 2015. È però interessante notare che se guardiamo alla prevalenza tra la popolazione italiana e quella straniera, questa ultima dichiara di aver fatto il test nel 75,61% dei casi, contro il 43,82% della popolazione italiana. Il 16,73% dei contatti, circa 1200 persone, ha dichiarato di avere l’Hiv. Aumenta leggermente, rispetto al 2015, chi dichiara di aver contratto il virus da più di un anno: 82,71% contro 80,28% del 2015; mentre diminuisce chi dice di aver scoperto la propria positività nell’ultimo anno, passando dal 13,26% del 2015 al 11,78% di quest’anno.
Il 78,53% delle persone con Hiv ha dichiarato di essere in terapia, contro il 3,51% che ci dice di non esserlo con un sensibile miglioramento rispetto al 2015 dove tale percentuale si attestava al 7%. Su questo ha certamente inciso la modifica dell’approccio terapeutico delle Linee guida italiane sulle terapie antiretrovirali che dallo scorso anno riportano la necessità di trattamento per tutte le persone con Hiv a prescindere dal quadro immunitario.

Quali sono le richieste?
Globalmente le domande poste riguardano nel 57,65% dei casi “Virus - Trasmissione - Prevenzione” e nel 18,87% “Test e periodo finestra”.
Le persone che hanno dichiarato di avere una infezione da Hiv hanno principalmente bisogno di avere ascolto e confronto relativamente all’emotività e relazioni (14,79%), ai diritti (15,17%), alle terapie (18,80%), all’assistenza residenziale e domiciliare (12,86%) che è in aumento rispetto al 2015 (9,25%). Di queste, chi dichiara di aver ricevuto la notizia negli ultimi 12 mesi (infezione primaria) è più interessato, rispetto a chi lo sa da più tempo, ad avere informazioni sull’evoluzione dell’infezione da Hiv (17,02% versus 2,22% di chi dichiara un’infezione cronica e il 7,58% di chi non specifica).
Le persone che dicono di essere risultate negative al test, che sono in attesa del risultato o che non riferiscono il loro stato sierologico concentrano le loro domande quasi esclusivamente sui temi della trasmissione/prevenzione e del periodo finestra anche se con percentuali diverse. Chi chiama avendo fatto già il test chiede informazioni su virus /trasmissione/prevenzione nel 55,35% dei casi e sul periodo finestra nel 39,56%. Chi è in attesa di fare il test chiede informazioni su virus/trasmissione/prevenzione nel 69,60% dei casi e sul periodo finestra nel 17,60%.

Uso del preservativo in molti non rispondono
I dati sull’uso del profilattico, caratterizzati da una elevata percentuale di persone che non dichiara nulla in merito all’uso (72,43%) il che ne riduce la significatività, evidenziano che tra coloro che hanno trattato questo tema con gli operatori solo il 14,85% ha dichiarato un uso abituale con una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente; il 6,61% ha dichiarato di non usarli mai, il 5,27% ha dichiarato un uso saltuario e lo 0,84% ha segnalato problemi ad usarlo. Analizzando i dati per genere possiamo vedere, senza nessuno stupore, che sono gli uomini ad usarlo di più: uso abituale 16.66%; uso saltuario 5,42%, anche se il 6,67% dichiara di non utilizzarlo affatto. Nelle donne l’uso abituale scende al 4,31, mentre la percentuale che dichiara di non usarlo mai è simile a quella dei maschi 6,26%.
 


Rapporto Unicef. Nel 2015 colpite 1,1 mln di persone tra donne e giovani
 
Secondo un nuovo rapporto dell’Unicef lanciato ieri, se entro il 2030 non verranno effettuati ulteriori progressi per raggiungere gli adolescenti, i nuovi casi di contagio da Hiv per questa fascia di età aumenteranno fino a 400.000 ogni anno, rispetto ai 250.000 del 2015. Sempre secondo il settimo rapporto sui bambini e l’Aids, For every child: end aids, per altro, l’Aids rimane una delle cause principali di morte fra gli adolescenti: nel 2015 ha causato 41.000 vittime fra i giovani (tra i 10 e i 19 anni).
Nel 2015 sono state colpite 1,1 milioni di persone fra bambini, adolescenti e donne. I bambini fra 0 e 4 anni che convivono con l’Hiv, rispetto a tutti gli altri gruppi di età, vanno incontro ai maggiori rischi di morte causata dall’Aids, e questi casi sono spesso diagnosticati e curati troppo tardi. Solo alla metà dei bambini nati da madri sieropositive viene effettuato un test per l’Hiv nei primi due mesi di vita, e in Africa Subsahariana l’età media dei bambini, che cominciano a ricevere cure e ai quali le madri hanno trasmesso il virus dell’Hiv, è di circa 4 anni. Nel 2015, inoltre, nel mondo erano circa 2 milioni gli adolescenti fra i 10 e i 19 anni che convivevano con l’Hiv.

Articolo pubblicato il 02 dicembre 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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