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Quotidiano di Sicilia

La Sanità siciliana stritolata da politici e vincoli nazionali
di Giuseppe Bonsignore

Alle aziende non resta che prorogare i contratti a termine per non paralizzare gli ospedali

Tags: Sanità, Sicilia, Cimo



La Corte dei Conti è tornata a bacchettare la Giunta Crocetta, bocciando in larga misura il documento di economia e finanza stilato dall’assessore Baccei, mettendone a nudo le tante incongruenze, a partire da quei “risultati positivi” della riqualificazione del sistema sanitario regionale (SSR) che solo la giunta di governo è in grado di scorgere.

Dalla finanza creativa siamo passati alla politica immaginaria, visto che parlare di riqualificazione del SSR dopo le ripetute bocciature ministeriali della Rete Ospedaliera siciliana, tuttora al palo, è operazione di autentica fantasia. Oltre a segnalare una spesa fuori controllo per l’acquisto di farmaci e di beni e servizi, i Giudici Contabili, come già accaduto in passato, hanno puntato il dito sullo sforamento del tetto di spesa per i contratti a tempo determinato della Sanità. In merito a quest’ultimo aspetto è però necessaria un’analisi più approfondita. Se è vero infatti che le responsabilità della paralisi amministrativa della sanità pubblica siciliana sono pienamente ascrivibili al governo regionale, non si possono tuttavia sottacere altre responsabilità politiche.

La Corte dei Conti fa semplicemente il proprio lavoro quando, armata di matita rossa, sottolinea impietosamente lo sforamento della spesa per i contratti a tempo determinato, ma qual è la normativa a cui fa riferimento?
I paletti che fissano il tetto di spesa da rispettare sono quelli del D. Lgs. 78/2010 (convertito in Legge 122/2010), ultimo disperato tentativo di Tremonti di tenere a galla il governo Berlusconi e i conti dello Stato.

Norme varate in fretta e furia, con il fiato sul collo della Commissione Europea e l’ansia per uno spread in continua ascesa. L’art. 9 di quel D. Lgs., si occupava di contenimento della spesa nella Pubblica Amministrazione, rimarcando esplicitamente la ratio che sottendeva all’introduzione di quei commi, riconducendola alla “eccezionalità della situazione economica internazionale” e alle “esigenze prioritarie degli obiettivi di finanza pubblica concordati in sede europea”.

Fu data una sforbiciata agli stipendi del pubblico, furono congelati i rinnovi contrattuali e gli automatismi stipendiali legati alle progressioni di carriera, fu stabilita la riduzione del turn over del personale del pubblico impiego con percentuali variabili a seconda dell’anno di riferimento.

Infine, il comma 28 dello stesso art. 9 dispose che gli enti pubblici avrebbero potuto avvalersi di personale a tempo determinato nella misura del 50% della spesa sostenuta per le stesse finalità nel 2009. Ecco la norma che a più riprese è stata richiamata dalla Corte dei Conti, un misero comma di Legge partorito dalla politica dei tagli lineari che tanti danni ha arrecato a molti enti pubblici, a cominciare dagli Ospedali.

Proprio l’aspetto di “eccezionalità” avrebbe dovuto conferire a molte di quelle norme un carattere transitorio, invece la loro nefasta efficacia persiste ancora oggi. Passata la buriana dello spread e della speculazione finanziaria internazionale, quegli articoli legislativi avrebbero dovuto essere modificati o abrogati, ma ciò non è stato fatto, né da Monti né da Letta né, tantomeno, da Renzi.

Purtroppo l’intero Paese, negli ultimi otto mesi,  è stato costretto a dilettarsi nella sciagurata e inutile diatriba referendaria e l’ormai ex Presidente del Consiglio Renzi non ha mai dedicato nemmeno una delle sue impareggiabili slides ad un problema, che probabilmente nemmeno conosce.

La sanità siciliana si è ritrovata quindi stritolata in una morsa con due robuste ganasce, da un lato l’immobilismo della politica regionale e dall’altro quegli assurdi e ormai anacronistici vincoli di spesa.
In Sicilia infatti, la mancata approvazione della Rete Ospedaliera ha fatto il resto, non consentendo lo sblocco delle procedure di stabilizzazione del precariato storico né l’avvio di quelle concorsuali e tantomeno della mobilità, anch’essa attesa da troppi anni. Le due ganasce della morsa si sono strette sempre di più, affondando nella carne di una Sanità già malata e a cui sembra vogliano dare il colpo di grazia.

Alle Aziende Sanitarie siciliane non è rimasto altro da fare che prorogare i contratti a tempo determinato già in essere e di attivarne di nuovi, perché nel frattempo sono passati gli anni e, a dispetto della Fornero, la gente va in pensione, ma non viene sostituita. Altro che turn over ridotto, in Sicilia l’immissione in servizio a tempo indeterminato per sostituire chi ha lasciato il lavoro è stato pari allo 0% tondo.

Se per la Corte dei Conti quel tetto di spesa non può che rappresentare il faro normativo di riferimento, per chi invece negli Ospedali vive, lavora e lotta ogni santo giorno, è del tutto chiaro che il rispetto di quel parametro sarebbe stato pura follia, perché avrebbe condotto allo svuotamento e alla paralisi degli Ospedali siciliani.

I Direttori Generali delle aziende sanitarie siciliane si sono ritrovati con le spalle al muro e di fronte a due scomode alternative: applicare rigidamente la norma in vigore, il cui mancato rispetto costituisce illecito disciplinare e determina responsabilità erariale, oppure sforare il tetto di spesa per garantire i Livelli Essenziali di Assistenza.

Fortunatamente hanno scelto di percorrere la seconda strada, pur se lasciati soli dalle istituzioni regionali ed esponendosi al rischio di pagare il conto di quella scelta. Certo, qualcuno ultimamente ha avuto delle crisi di coscienza o forse comincia a prevalere il timore di un’eventuale sanzione da parte della Magistratura contabile, come si evince da recenti tentennamenti o retromarce di alcuni Direttori Generali, supportati da improbabili giustificazioni e da incomprensibili e avventate sponde sindacali.

Con il perdurare dell’immobilismo della politica regionale, non si intravedono alternative valide ai contratti a tempo determinato in un sistema sanitario che in larga misura è basato sul precariato di medici e infermieri. Recedere da quella che, con indovinata terminologia politichese, viene definita “somministrazione di lavoro” come se si trattasse di una purga di cui in effetti ha tutto il sapore, è al momento praticamente impossibile e non potrà essere fatto se non dopo la stabilizzazione dei precari e l’apertura della tanto attesa stagione concorsuale, senza tuttavia dimenticare i diritti di chi attende da anni lo sblocco della mobilità regionale ed interregionale.

In attesa che si compia il miracolo della Rete Ospedaliera, pari ormai alla liquefazione del sangue di San Gennaro, per adesso non c’è altra soluzione, non c’è via d’uscita. Spetta ovviamente alla politica darsi finalmente una mossa assumendosi finalmente le responsabilità che le competono per liberare la sanità siciliana dalla morsa in cui è rimasta prigioniera, salvandola dalla lenta agonia alla quale sembra essere stata condannata.

Giuseppe Bonsignore
Responsabile Comunicazione Cimo Sicilia

Articolo pubblicato il 17 dicembre 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Giuseppe Bonsignore, responsabile comunicazione Cimo Sicilia
Giuseppe Bonsignore, responsabile comunicazione Cimo Sicilia