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Quotidiano di Sicilia

Il Gup non ha colpa se rinvia a giudizio
di Carlo Alberto Tregua

Nessun obbligo di motivazione

Tags: Giustizia, Gup



Il Giudice per le indagini preliminari ha il compito di controllare il merito delle ipotesi di accusa formulate dalla Procura della Repubblica nei confronti di persone indagate che così diventano imputate.
Fino al 1999 il Gup non faceva altro che mettere un visto sulle proposte delle Procure e passare i fascicoli ai Tribunali giudicanti. In quell’anno la Legge Carotti, invece, ha prescritto l’obbligo per il Gup di controllare il merito delle ipotesi di accusa formulate dalle Procure.
Mentre in caso di proscioglimento egli deve emettere una sentenza motivata, quando emette il decreto di rinvio a giudizio non ha alcun onere di motivazione, con la conseguenza che un cittadino si trova a dover affrontare un processo senza sapere se le ipotesi accusatorie delle Procure siano state vagliate, per verificarne la consistenza da parte del giudice super partes, che dovrebbe bilanciare, da un canto, tali ipotesi e, dall’altro, le difese adeguatamente proposte da chi si sente accusato.  

Le considerazioni che precedono non sono fatte da un giurista ma interpretano il senso comune dei cittadini, secondo il quale la Giustizia deve essere amministrata con buon senso ed equità, in base al quale il rispetto e l’interpretazione della Legge debbono essere sempre conformi ai valori etici che dispongono l’osservanza di principi cui nessuno si può sottrarre, neanche il giudice.
Per questo egli fa parte di un Ordinamento costituzionale che ne prevede l’indipendenza e, quindi, una maggiore responsabilità.
Sappiamo bene che i magistrati, requirenti e giudicanti, hanno un sovraccarico di lavoro enorme che li obbliga a ruoli lunghi, con la conseguenza che i processi, soprattuto quelli civili, non finiscono mai.
Vi è un’ulteriore conseguenza: che il cittadino, cui il processo dura più del ragionevole periodo di tre anni, ha la facoltà di chiedere un risarcimento allo Stato in base alla Legge Pinto (n. 89/2001) per l’ingiusta durata. Si tratta di centinaia di milioni conseguenza della disfunzione della Giustizia. Milioni che potrebbero essere utilizzati riformando la procedura utilizzando più rapidamente gli strumenti informatici che renderebbero anche più trasparente la legge.
 
La Giustizia è malata, ma i medici (politici) non fanno nulla per curarla. Gli organici di giudici e amministrativi sono fortemente carenti, ma i concorsi sono pochi e insufficienti. Tutto questo ricade sui cittadini, soprattutto quelli incolpevoli nei processi penali e su tutti gli altri che chiedono giustizia, in quelli civili, ma non la ottengono se non dopo, forse, lunghissimi anni e costi di difesa rilevanti.
Il Gup, dunque, non ha l’onere della motivazione quando manda a processo un cittadino: questo prescrive la legge, e questo fa. Con ciò, però, viene meno quella funzione di terzietà ed imparzialità di chi assume una grande responsabilità etica e cioè sottoporre a giudizio chi magari non dovrebbe andarci.
Che le Procure debbano formulare accuse, quando, in scienza e coscienza sono convinte della colpevolezza di indagati ed imputati, non ci piove. La loro funzione di accusatrici impone di essere parte e non terze nel processo. Ma proprio perché esse non hanno l’obbligo di valutare con imparzialità i fatti che cadono sotto le loro indagini, diventa figura essenziale quella del Giudice per le indagini preliminari che, invece, pur non avendo l’obbligo di legge, potrebbe entrare nel merito delle ipotesi accusatorie e valutarne la consistenza.  

Il passaggio dal Gup viene preso normalmente come un transito quasi obbligatorio verso il processo in Tribunale, mentre così non dovrebbe essere, anche perché se normalmente i procedimenti si fermassero davanti ad esso, si eviterebbe di intasare gli stessi Tribunali. Ma così non accade, perché quasi sempre l’udienza preliminare diventa una porta aperta e non un punto di possibile chiusura.
Ripetiamo, di questa anomalia etica non ha alcuna responsabilità il Gup perché la legge non lo obbliga a motivare. La conseguenza è che il cittadino si può trovare preso nel tritacarne mediatico, pur essendo presuntivamente innocente, ma ricevendo danni alla propria reputazione e alla propria dignità, valori supremi della persona umana, che così vengono calpestati.

Articolo pubblicato il 03 gennaio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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