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Fmi, tanti crescono. Istat, l'Italia ferma
di Carlo Alberto Tregua

Ma il Pil non equivale al Pif

Tags: Fmi, Pil, Pif



Secondo le stime del Fondo monetario internazionale (Fmi), il Pil degli Stati Uniti è cresciuto dal 2015 al 2016 del 4%, pari a 18.698 mld di $. La Cina ha avuto un incremento doppio (8%) e si attesta a 12.254 mld di $. Al terzo posto vi è il Giappone con 4.171 mld di $ (+1%).
In Europa l’incremento maggiore di Pil è stato quello del Regno Unito con il 7%, attestandosi a 3.055  mld di $, nonostante la Brexit, ma il Pil più alto viene attribuito alla Germania, 3.473 mld di $ (3% di incremento). L’India è l’altra tigre orientale in crescita col record del 9% di incremento attestando il suo Pil a 2.385 mld di $. Scusate la sfilza di numeri, ma essi sono più chiari di qualunque frase.
Per l’Italia, l’Istat ha invece sancito una crescita di 0,8 che porta il Pil a circa 1.800 mld di dollari. Perché questa crescita vorticosa di Usa, Cina e India, e quella lenta degli stati europei, fra cui l’Italia è fanalino di coda? Perché nei primi il Mercato funziona, le istituzioni funzionano, la burocrazia funziona: e tutti facilitano l’economia e le  imprese, mentre nei secondi esso viene  calpestato.

Qualcuno sostiene che il Pil (Prodotto interno lordo) non è più un buon indice per misurare il benessere (o il malessere) di una Nazione. Sarebbe più opportuno cominciare a usare il Pif (Prodotto interno felicità) oppure il Pib (Prodotto interno benessere). Ma questi nuovi scienziati non ci hanno ancora spiegato la metodologia adatta a misurare il Pif o il Pib. Staremo a vedere.
Intanto continuiamo a regolarci col vecchio Pil. Le prospettive per il 2017 sono ancora di crescita per i primi della classe e quasi di stallo per i secondi e i terzi. In questo quadro, stentano a trovare una certa capacità di sviluppo la grande maggioranza degli Stati africani, cosicché l’intero continente è a crescita lentissima.
Spicca nell’analisi che facciamo la grave caduta del Brasile, con una decrescita del Pil di ben il 7% dovuta probabilmente all’impeachment dell’ex presidente, Dilma Rousseff, e alla destabilizzazione istituzionale di quel grande Paese sudamericano con 203 milioni di abitanti.
Con la consegna della presidenza degli Usa da Obama a Trump, avvenuta lo scorso 20 gennaio, viene consegnata al magnate nuovo Presidente, una crescita di ben 15 mln di posti di lavoro.
 
Ed è proprio sulla crescita del lavoro che si dovrebbe incentrare la capacità dell’Unione europea, destinando risorse agli investimenti produttivi e a quelli per le infrastrutture, in modo da far crescere rapidamente l’offerta di lavoro, soprattutto fra i giovani, che si affacciano per la prima volta su quella soglia.
In Europa, il Paese con il reddito pro capite più elevato è la Norvegia, ove quello individuale nel 2016 è stato stimato in 74.903 dollari. Fuori dall’Europa è il Qatar che ha il reddito per abitante più elevato: 73.725 dollari.
In italia il reddito procapite è di circa 27.000  euro. Ma con una media che ricorda i polli di Trilussa. Infatti il reddito pro capite nelle regioni del Nord viaggia sui 36.000 euro mentre quello delle regioni del Sud è circa la metà. Il che accerta ancora una volta che il nostro Paese è diviso nettamente a metà per: ricchezza prodotta e tasso infrastrutturale, disoccupazione e qualità dei servizi pubblici, fra cui l’assistenza sanitaria.

In questo settennio (quello delle vacche magre) c’è stata la crisi. Ma, come evidenziato dai dati prima scritti, vi sono Paesi che non l’hanno per niente sentita, continuando a crescere vorticosamente, come Cina e India ed in modo soddisfacente, come Usa e UK.
I Paesi mediterranei (come Italia, Francia e Grecia) continuano ad avere una crescita lenta o inesistente perché le loro istituzioni sono conservatrici, vecchie, incapaci di rinnovarsi e oppresse da privilegi di ogni genere di caste e corporazioni, con un peso per l’assistenza sociale (effettuata anche a chi non ne ha diritto) ormai insopportabile per le casse pubbliche.
Il WTO (World Trade Organization), l’Organizzazione mondiale del commercio si è arricchita di altri membri che abbattono dazi doganali e aumentano il tasso di concorrenza.
In questo quadro il presidente cinese Xi Jinping, nel World economic di Davos, ha dichiarato che ormai tutti devono stare nella globalizzazione e quindi nella concorrenza internazionale, stranamente contraddetto dall’emissario di Trump che dovrebbe rappresentare il campione della concorrenza internazionale: il mondo alla rovescia!

Articolo pubblicato il 26 gennaio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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