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Carmelo Barbagallo: "Far evolvere l'economia riducendo le disparità"
di Ilenia Menale

Forum con Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil

Tags: Carmelo Barbagallo, Uil



La funzione del sindacato oggi è profondamente cambiata. Il nostro Paese sta attraversando un momento particolarmente critico. In questo contesto, come può incidere la vostra azione?
“La mission del sindacato è quella di far evolvere positivamente l’economia di un Paese e di ridistribuire la ricchezza. Il sindacato rappresenta il mondo del lavoro: i lavoratori, i pensionati, i giovani in cerca di occupazione. Senza occupazione, infatti, non ci sono iscritti, non c’è sindacato, quindi dobbiamo incidere sull’economia del nostro Paese, che è inserito in un’Europa che ha smarrito la mission prefissa. Questo è un pianeta in cui la globalizzazione non regolata ha fatto sì che siano aumentate le disparità. Quando qualche giorno fa si sosteneva che l’1% della popolazione mondiale gestisce il 50% della ricchezza del pianeta mi sono chiesto cosa stesse facendo il sindacato mondiale e per questa ragione ho l’impressione che dovremmo cercare di dare una svolta”.

Alla luce di ciò che racconta, cosa sta facendo il sindacato mondiale? Voi avete, sicuramente, rappresentanti in Europa. In che modo stanno lavorando per il benessere sociale?
“Il responsabile del sindacato europeo è un nostro dirigente: nel 2015 è diventato segretario generale della Ces. Si tratta dell’ex segretario della Uil del Friuli Venezia Giulia e quindi abbiamo un rapporto più diretto e stiamo cercando di spingere, ma i sindacati del Nord Europa sono ottimi frenatori. Andiamo per ordine, un sindacato mondiale incurante del fatto che se aumenta la differenza fra ricchi e poveri l’azione fatta è insufficiente, non comprende la necessità di invertire la tendenza. Se abbiamo una globalizzazione non governata bisogna fare lo sforzo di governarla, altrimenti il risultato finale è che abbiamo le multinazionali che scorrazzano per il pianeta senza regole. Il sindacato non può affrontare le multinazionali se nei Paesi e in Europa non ci sono regole. Questo è un primo, importante e necessario confronto di uno sviluppo del sindacato per evitare di continuare nella stessa impostazione. Noi dobbiamo sempre più incidere sulla politica economica, anche perché nel frattempo l’evoluzione produttiva, capitalistica, finanziaria, ha fatto venir fuori che mentre gli Stati Uniti hanno spacciato titoli tossici e gli spacciatori non sono stati arrestati, noi siamo entrati nella più profonda crisi mai subita dal vecchio continente di cui ancora subiamo gli effetti. Non sono state emesse nemmeno le regole per evitare che ciò si ripeta. In Europa, l’unica cosa che sono riusciti a fare è il Bail-in, che significa scaricare sul risparmiatore tutte le eventuali speculazioni andate a male del sistema creditizio”.

Come spiega il fatto che non si riescono a spendere i Fondi europei e i Fondi di sviluppo e coesione?
“Ho lanciato al Governo la sfida di commissariare ad acta tutte le Regioni che non spendono le risorse che l’Europa destina loro. Perché non solo diamo soldi all’Europa, ma non impieghiamo quello che potremmo utilizzare e non perché non ci sono progetti. La Sicilia non ha i soldi per cofinanziare: se in alcune regioni non si hanno i soldi del cofinanziamento, bisogna modificare le norme”.

Perché in Italia non si riescono a recuperare i soldi dell’evasione fiscale?
“Perché anche gli evasori votano. Non si riesce a responsabilizzare i cittadini nella lotta contro l’evasione. Chiamare un artigiano per un lavoro a casa e sentirsi dire “se vuoi la fattura costa 200, senza 100”, scegliere di non avere la fattura significa diventare complice dell’evasore. Se invece i cittadini sono messi in condizione di scaricare i 200, significa diventare complice della giustizia. L’evasione è esclusivamente responsabilità di questo sistema. Poi ci sono le grandi imprese che sostengono di essere contrarie all’evasione ma poi magari subappaltano a quelli che evadono. Se così non fosse quelle stesse aziende dovrebbero fare una battaglia assieme a noi per la legalità, perché loro soffrono la concorrenza sleale di chi non paga le tasse”.
 
In che modo si possono invogliare i giovani a non andare all’estero?
“Bisogna creare una condizione economica nel nostro Paese. Dove è oggi lo spazio per creare occupazione? Nel Mezzogiorno. Qualche anno fa Renzi disse che il Sud rischiava di essere una palla al piede e aveva proposto l’idea di un masterplan e un intervento immediato: io ci avevo creduto. Andai a Bari in occasione di un’iniziativa e spiegai la posizione della Uil a favore di questo masterplan, perché l’idea era che se il Governo avesse investito nelle infrastrutture, si sarebbe potuto recuperare il gap che c’è fra Sud e Nord. L’alta velocità si ferma a Salerno, ma in Calabria abbiamo due imprese che lavorano per l’alta velocità pur non esistendo in quei luoghi: un’impresa a Catanzaro fa la manutenzione dei binari e delle carrozze; un’altra a Reggio Calabria fa treni con guida remota e quindi industria 4.0. Quest’ultima impresa poi era un gioiellino della Finmeccanica svenduto all’Hitachi. È bastato cambiare management per avere immediatamente attivo in bilancio e consegna della produzione in anticipo rispetto a prima. Però i lavoratori sono sempre gli stessi di prima. Il management ha creato le condizioni per realizzare una fabbrica che ha aumentato la produttività e il benessere lavorativo. Io sfido gli imprenditori a utilizzare il benessere lavorativo che comporta un incremento di produttività dal 25% al 45%. Un imprenditore mi ha spiegato che ha investito 1.000 euro in più a dipendente per realizzare un ambiente a misura di persone che ci lavorano e l’ha recuperato in sei mesi, aumentando del 40% la produttività”.
 

 
Puntare sulle infrastrutture contrastando la burocrazia

L’industria del bello e il benessere dei lavoratori: questi sono temi comuni che dovrebbero passare di più nell’opinione pubblica. Come alimentarli?
“Durante l’incontro dei giovani imprenditori a Capri, il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha detto che bisogna fare un patto e io l’ho rilanciato. Lui lo chiama un Patto per la fabbrica, io invece lo definisco un Patto per la fabbrica bella, dove si punta sul benessere produttivo. Nel nostro Paese abbiamo manager che decidono da soli quanto guadagnare e ottengono la liquidazione prevista indipendentemente dai danni e dai risultati che realizzano. Un lavoratore guadagna 1.400 euro, un manager di una banca fallita 1milione e 400 mila con la liquidazione prevista per il suo futuro. Noi chiediamo nel Mezzogiorno infrastrutture e meno burocrazia: questo è un Paese che ha migliaia e migliaia di leggi. Non esiste Paese democratico al mondo con tante leggi come il nostro, un fatto che può generare improduttività, corruzione e arbitrio, perché si trova sempre un avvocato più bravo che riesce ad aggirare le leggi. Noi siamo disponibili a far investire nel Mezzogiorno, quindi siamo propensi a realizzare accordi predeterminati nella durata con flessibilità di salari, orari e organizzazione del lavoro. In molte zone del Mezzogiorno l’industria 4.0 è un’utopia. Questo svantaggio si può recuperare creando le condizioni perché le imprese si possano allocare prima, quindi fiscalità di vantaggio. Dobbiamo favorire l’impresa che viene al Sud e potenziare quelle già esistenti nell’interesse generale del Paese. Nel Mezzogiorno basterebbe uno scatto del 5% per dare spinta a tutto il Paese. Se nel Nord-Est o Nord-Ovest si aumenta la produttività del 5% e poi nel Mezzogiorno lo stesso 5% si perde, siamo a zero, il Paese non cresce”.
 

 
Trattenere i giovani in Italia salvando la cultura del bello

Quest’anno si festeggia il 60° anno dalla nascita dell’Unione europea. Cosa proponete a quest’Europa?
“Faremo la nostra parte e continueremo a dire di ritornare al progetto iniziale: un’Europa economica e sociale gestita politicamente e non dalla burocrazia europea, che ha dato spazio soltanto ai sistemi finanziari europei. Obama è uscito dalla crisi finanziaria che ha infettato il mondo facendo 1.000 miliardi di dollari d’investimento l’anno. Noi siamo ancora fermi al Piano Juncker dei cosiddetti 315 miliardi virtuali. L’industria 4.0 sarà l’industria del futuro e comporterà una riduzione di occupazione del 50%. Bisogna dunque inserirsi fra i Paesi che svolgono attività per l’industria 4.0. Se il pensiero è quello di relegarci a svolgere mansioni di badante e cameriere dobbiamo reagire. Dobbiamo essere tra i paesi trainanti: nel Dna degli italiani c’è quella cultura di millenni, quella curiosità di millenni di civiltà e quella propensione al gusto, al bello, che ha premiato tutta l’Europa. Noi dobbiamo favorire sempre di più l’affermarsi di questo Dna”.
Questa è una linea di politica economica che voi perseguite?
“Sicuramente. E per fare questo bisogna evitare che i giovani escano dall’Italia: una cosa è lo scambio individuale per scelta, un’altra cosa è che i nostri ricercatori, i nostri giovani, se ne vadano all’estero. Negli anni Settanta gli italiani facevano le macchine e quelle vecchie vetture italiane ora sono nei musei, ancora oggi considerate delle opere d’arte. Gli americani facevano cassoni e i giapponesi una sorta di ufo. Quando abbiamo esportato i designer, quando abbiamo esportato i nostri stilisti, tutti hanno cominciato a costruire macchine e ci hanno fatto concorrenza. Non possiamo permetterci di esportare cervelli, i giovani che hanno nel Dna la cultura del bello e la capacità della conoscenza, perché sarebbe un danno irreversibile per la nostra economia”.

Articolo pubblicato il 04 febbraio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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