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Cave, Sicilia tra le più bucate. Ma i canoni sono troppo bassi
di Rosario Battiato

Rapporto di Legambiente: l’Isola al secondo posto dopo la Lombardia per numero di siti attivi (420). Con i prezzi del Regno Unito la Regione potrebbe ricavare circa 100 mln € all’anno

Tags: Cava, Miniera, Sicilia, Legambiente



PALERMO – Non si finisce mai di scavare in Italia, anche se la crisi del settore edilizio ha fatto crollare del 20% il numero cave attive tra il 2010 e il 2015. Lo confermano i numeri del Rapporto Cave di Legambiente che delineano il Paese dei buchi: 4.752 cave attive e 13.414 quelle dismesse. Anche i numeri dell’estrazione non sono da poco: 53 milioni di metri cubi di sabbia e di ghiaia, 22,1 milioni di metri cubi di calcare e oltre 5,8 milioni di metri cubi di pietre ornamentali. Soltanto per queste ultime e gli inerti, il giro d’affari è di 3 miliardi all’anno. La Sicilia è la seconda regione per numero di cave attive.

Il quadro regionale dell’estrazione è molto variegato. Per sabbia e ghiaia la Lombardia è la prima regione con 19,5 milioni di metri cubi estratto, davanti a Puglia (con oltre 7 milioni di metri cubi), Piemonte (4,8 milioni), Veneto (4,1) ed Emilia-Romagna con 4 milioni circa. Nella graduatoria delle pietre ornamentali spicca, invece, la Sicilia che, assieme a Provincia Autonomia di Trento, Lazio e Toscana, costituisce il 53,4% del totale nazionale estratto.

Dopo la Lombardia (653 cave attive), la Sicilia è la regione più bucata d’Italia con 420 siti attivi, mentre l’Isola è soltanto settima (691 siti) nella classifica delle cave dismesse e/o abbandonate, che spesso costituiscono delle vere e proprie bombe ambientali per l’assenza di un risanamento completo.

Per l’associazione del Cigno esiste un altro problema di natura economica: “In molte Regioni le entrate dovute al canone richiesto non arrivano nemmeno ad un ventesimo del loro prezzo di vendita! Succede in Piemonte, Provincia di Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana ed Umbria”.

La Sicilia ha recentemente introdotto un canone di concessione, ma secondo gli esperti di Legambiente la Regione ricava “decisamente ancora troppo poco”. Dall’altra parte il volume d’affari stimato da attività estrattive con prezzi di vendita per sabbia e ghiaia ha avuto in Sicilia un valore pari a oltre 70 milioni di euro. Il report ha stimato che la Sicilia, utilizzando il canone del Regno Unito per sabbia e ghiaia e per le pietre ornamentali potrebbe ricavare rispettivamente 11,3 e 84,5 milioni di euro all’anno.

Un capitolo a parte è dedicato alle attività estrattive illecite nell’Isola. “Tra le zone più colpite della Regione per la presenza di centinaia di cave – si legge nello studio –, in particolare di calcare e marmi, spicca la Provincia di Trapani. Qui la concentrazione delle attività mafiose viene evidenziata dai numerosi sequestri di cave aperte abusivamente”. Si riprende il caso di un’area in contrada “Mafi” nel Comune di Valderice: “Il sito in questione si estende su un’area di 45.000 mq che in precedenza aveva visto presentato un progetto, e le relative autorizzazioni, per un’ attività di bonifica dell’area, mentre in realtà veniva esercitata una vera e propria attività estrattiva in dispregio di tutte le norme esistenti in materia di tutela ambientale”.

In nove Regioni italiane non sono in vigore Piani cava, una situazione che di fatto genera confusione e non garantisce la tutela e recupero delle aree. La Sicilia ha approvato i suoi “Piani regionali dei materiali da cava e dei materiali lapidei di pregio” con decreto presidenziale del 3 febbraio 2016, poi pubblicato sulla Gurs del 19 febbraio 2016.
 


La ricetta di Legambiente per un settore più sostenibile
 
PALERMO – La ricetta di Legambiente, che dal 2009 effettua tramite il rapporto un monitoraggio annuale delle attività estrattive, è precisa: “Occorre promuovere una profonda innovazione nel settore delle attività estrattive – ha spiegato dichiara Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente –, dove non è utopia pensare di avere più imprese e occupati nel settore, proprio puntando su tutela del territorio, riciclo dei materiali e un adeguamento dei canoni di concessione ai livelli degli altri Paesi europei”.
Il secondo obiettivo è ancora più specifico e opera nel nome dell’economia circolare tanto cara all’Ue. “Per gli inerti l’obiettivo è di spingere la filiera del riciclo – ha proseguito l’esponente dell’associazione del Cigno –, che garantisce almeno il 30% di occupati in più a parità di produzione, e che può garantire prospettive di crescita molto più importanti e arrivare a interessare l’intera filiera delle costruzioni”. Serve l’impegno di tutti, a partire da quelle regioni che non hanno i piani cava o che li hanno con inadeguati “vincoli di tutela” e senza “obblighi di recupero contestuale delle aree”.

Articolo pubblicato il 16 febbraio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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