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Dario Cartabellotta: "Una visione della pesca con la Sicilia al centro"
di Francesco Sanfilippo

Forum con Dario Cartabellotta, dirigente generale Dipartimento Pesca mediterranea

Tags: Dario Cartabellotta



È vero che il pesce è tra gli alimenti più apprezzati dai siciliani?
“Sì, ma il paradosso è che la pesca genera grandi ricchezze ed è percepito come un prodotto di lusso, benché oggi il 70% del pesce sia importato, mentre solo il 30% sia pescato nelle nostre acque. I numeri indicano in circa 500 milioni di euro la spesa degli italiani e siciliani per menù a base di pesce durante le feste natalizie e questo numero dà l’idea della ricchezza generata dal settore. L’assurdità è che il valore per il pescatore è bassissimo, poiché non ha partita Iva, perciò il prezzo lo fanno gli altri operatori e non è il protagonista del suo lavoro”.

Qual è la politica di Bruxelles nei confronti della pesca?
“A Bruxelles c’è stato un incontro tra la direzione generale degli Affari marittimi e della pesca, Dg mare, che è parte della Commissione europea dedicata al settore marittimo e alla pesca, e la Commissione periferica delle regioni marittime europee di cui la Sicilia è una delle tre regioni italiane partecipanti insieme a Toscana e Marche. Finalmente, l’Unione europea ha accettato l’idea che la politica comune per la pesca non va più considerata uguale per tutti. Infatti, fino a poco tempo fa si faceva prevalere la politica industriale tipica dei Paesi del Nord Europa sulla pesca artigianale mediterranea. L’ultima decisione è stata l’introduzione del divieto di rigetto. Quando i pescatori catturano il pesce, entrano in rete sia le specie di valore commerciale sia quelle che non ce l’hanno e che sono rigettate in mare. I commissari avevano pensato di vietare il rigetto delle specie non d’interesse commerciale e di farle sbarcare insieme alle specie di prestigio. L’opposizione a quest’idea è stata unanime, sia per i problemi logistici che ne deriverebbero per i pescatori, che dovrebbero disfarsi di questo prodotto, sia per l’incoraggiamento alla pesca abusiva. Infatti, la Commissione ha ammesso che la norma era scritta male, poiché non spiegava come impedire che specie di scarso o nullo valore commerciale, ma importanti per l’ecosistema marino, finissero nelle reti”.

La Sicilia è favorita dalla nuova politica europea sulla pesca?
“La Sicilia, che ha uno dei programmi più imponenti sul Feamp, il Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca, è protagonista del settore. Il Feamp non prevede esclusivamente la rottamazione delle barche e dei tesserini dei pescatori, come prima avveniva, con l’erogazione di 40 mila euro per uscire dal settore. Un sistema, ricordiamolo, che ha provocato l’impoverimento della pesca e in Sicilia ha fatto perdere un migliaio di posti di lavoro. Per la prima volta, invece, questo programma parla di valore aggiunto del pesce, di diversificazione del reddito dei pescatori e di acquacoltura. Tutto viene messo a bando dalla Regione siciliana. Su 120 milioni di programma, uno dei più vasti d’Italia, il 50% è stato messo a bando, puntando sull’innovazione. Quest’innovazione mira a rafforzare i Cogepa, i Consorzi di gestione della pesca artigianale, poiché su 2.823 imbarcazioni siciliane, ben il 70% sono di pesca costiera artigianale. Quando si parla di pesca artigianale, ci si riferisce a barche inferiori ai 12 metri, che pescano entro le 12 miglia e sono attive per un numero limitato di giorni l’anno. Questa tipologia di barche non permette il pernottamento a bordo, l’autonomia è limitata; le barche non possono uscire con il mare mosso, operano nei periodi in cui è più presente il pesce e sono legate al turismo. Questo tipo di pesca artigianale è la più ecologica. I pescatori si sono riuniti in 12 consorzi con un disciplinare della pesca che li ha resi protagonisti nel  loro ambito. Un altro bando riguarda le infrastrutture portuali, come l’illuminazione e i punti acqua. La Sicilia ha sviluppato una pesca costiera artigianale, perché nei suoi 1.400 km di costa sono sorti 120 piccoli porti di cui 15 sono i più importanti. Questi porti non hanno mai consentito l’affermazione di una pesca d’altura per le caratteristiche dei fondali con l’eccezione di Mazara del Vallo”.
 
Il comparto ha responsabilità nella riduzione delle specie ittiche?
“La pesca ha solo responsabilità limitate, altrimenti le politiche restrittive dell’Ue avrebbero già dato risultati. La situazione, ora, peggiorerà perché il raddoppio del canale di Suez aumenterà i traffici”.

L’acquacoltura rientra anch’essa tra i nuovi bandi?
“L’acquacoltura ha bisogno di capitali, innovazione e di una diversa percezione da parte del pubblico, poiché per anni questo tipo di allevamento del pesce è stato inteso come fonte d’inquinamento. Ora le condizioni sono cambiate, poiché gli impianti sono a basso consumo energetico e gestiti secondo criteri ambientali differenti dal passato. Ciò ci permetterà di ridurre la dipendenza di pesce dall’estero e, finora, posso dire che sono giunte 17 adesioni per il nuovo bando. Del resto, l’industria della trasformazione fattura 400 milioni di euro, perciò è un forte valore aggiunto all’economia siciliana. D’altronde, la Sicilia può mettere sul mercato 40 specie ittiche rispetto alla concorrenza, perciò i borghi marinari sono oggetto di un programma strategico di valorizzazione. Si è proposto pure uno statuto del pescatore per proteggerne il lavoro artigianale”.

Cosa può dirci su Mazara del Vallo?
“Mazzara del Vallo è l’unica marineria industriale della Sicilia tecnologicamente molto avanzata. Tuttavia, ha sofferto molto per le vicende legate alle primavere arabe e alle restrizioni europee. Oggi, con la Tunisia c’è un piano condiviso di gestione internazionale della pesca nel Canale di Sicilia”.
 
Quali altri bandi sono stati emanati dalla Regione?
“Un bando riguarda la trasformazione del valore aggiunto del prodotto. Ci sono 15 imprese che hanno puntato sulla valorizzazione dei prodotti marinari della Sicilia, come per esempio il tonno bianco. Lo scopo è di arrivare a un prodotto finito da offrire al consumatore. Inoltre, si è creata una sinergia tra i pescatori e l’industria della trasformazione che era uno dei punti fondamentali del bando. Oltre a ciò, è stato promosso un altro bando sull’ammodernamento delle barche e sull’acquisto di nuove imbarcazioni per i giovani pescatori”.

Esiste un bando sul pescaturismo?
“C’è ne è uno che uscirà a breve e che riguarderà il pescaturismo per ammodernare le barche e le case dei pescatori. L’intento è di creare quel legame tra turismo e pesca come esperienza relazionale, sperando di poter ripercorrere il medesimo percorso virtuoso avuto in agricoltura con gli agriturismi. Tuttavia, questo programma non prevede il rinnovo della flotta peschereccia nonostante le pressioni rivolte alla Commissione, anche se esistono barche troppo vecchie e pescatori che non sono più giovani. Con questo programma, si mira a favorire l’imprenditoria giovanile e l’ammodernamento delle barche, ma i provvedimenti presi non spingono come dovrebbero all’innovazione. L’attività di pescaturismo moderno, del resto, inteso come portare i turisti in barca, farli pescare e cucinare il pescato a bordo, si presta più per un giovane. In realtà, prevale ancora la visione che, rottamando le barche, si possano salvaguardare i mari quando la riduzione del pesce è dovuta all’inquinamento, ai traffici marittimi elevati e alle condizioni peculiari del Mediterraneo i cui effetti si amplificano”.

Articolo pubblicato il 17 febbraio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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