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Quotidiano di Sicilia

L'attacco al pubblico impiego per smantellare il welfare
di Redazione in collaborazione con Cimo

Una nuova “colonna infame” sulle rovine della Pubblica amministrazione



La peste della grigia alba italiana di questo terzo millennio si chiama crisi economica e i suoi bubboni sono rappresentati da evasione fiscale e corruzione, da ruberie e mazzette, dalla crisi del welfare, dai servizi pubblici obsoleti e inadeguati e dalla povertà crescente di ampi strati di una popolazione che rinuncia addirittura alle cure mediche e alla propria salute pur di mettere la minestra in tavola.

La crisi ha origini lontane, non soltanto temporali ma anche geografiche, eppure mentre negli USA e nella maggior parte dei Paesi europei l’economia si è già rimessa a correre, l’Italia arranca, restando fanalino di coda di una ripresa economica che tarda ad arrivare. Non sale il PIL e non scende il debito pubblico. Il potere d’acquisto degli italiani ha avuto nell’ultimo decennio vertiginoso e ha prodotto un netto calo dei consumi e la chiusura di migliaia di attività industriali e commerciali di vario ordine e grado, con la perdita di tantissimi posti di lavoro. L’allungamento della vita lavorativa dei già occupati dovuta alla legge Fornero ha reso ancor più difficile l’accesso dei giovani al mondo del lavoro.

È inevitabile a questo punto identificare nell’incompetenza di una classe politica inadeguata la responsabilità della mancata ripresa e dell’impoverimento progressivo di un’intera Nazione.

L’Italia della cosiddetta “seconda Repubblica” non è riuscita a esprimere una nuova classe dirigente in grado di far cambiare passo al Paese, traghettato nell’era della globalizzazione e dell’Europa unita più come zavorra al rimorchio di altre Nazioni meglio attrezzate e preparate e non, come sperato, nel ruolo di locomotiva e traino. Ma la politica italiana non è nemmeno capace di fare autocritica, non ammettendo i propri limiti ed errori, autoassolvendosi ed esimendosi dal compito di guidare il Paese fuori dalle secche di una crisi che sembra non conoscere fine.

Non ci sono state le indispensabili misure di reale ed efficace contrasto all’evasione fiscale e alla corruzione dilaganti né, d’altra parte, era possibile attenderselo, visto che normative stringenti sul contenimento di tali fenomeni avrebbero finito per ritorcersi contro quegli stessi politici che avrebbero dovuto approvarle, gli stessi che tagliano da anni gli stipendi degli italiani ma non i propri.

I governi nazionali succedutisi nell’ultimo decennio hanno tuttavia dovuto fare i conti con i vincoli di bilancio e di stabilità concordati in sede comunitaria e inseriti nella stessa Costituzione italiana, scegliendo le solite scorciatoie, mettendo in campo le consuete politiche “lacrime e sangue” nelle quali in Italia non conosciamo rivali, in un quadro normativo visto e rivisto fatto di tagli e sforbiciate varie che finiscono per colpire unicamente le tasche dei cittadini.

Finita la spremitura dei pensionati dai quali non uscirebbe ormai più nulla nemmeno rivoltandoli come un calzino, eliminate le tutele dei lavoratori privati grazie anche ad un lungo e lento percorso di depotenziamento delle prerogative sindacali iniziato con Brunetta ma non ancora concluso (vedi alla voce Madia), non restava altro da fare che scaricare tutte le colpe della nuova “peste” sul bersaglio più facile su cui orientare gli strali avvelenati della politica imbelle e bugiarda: il pubblico impiego.

La storia della colonna infame di manzoniana memoria ci insegna che nei momenti più bui è necessario scovare a tutti i costi un capro espiatorio, un colpevole da additare alla pubblica opinione per poterlo punire senza pietà. La banda del buco ha così sapientemente orchestrato da anni un’impareggiabile campagna mediatica di denigrazione e demonizzazione del dipendente pubblico, il cosiddetto “posto fisso” messo alla berlina dalla magistrale comicità caricaturale di Checco Zalone nel film “Quo Vado”, aumentando nel cittadino comune, che per consolidata abitudine non ama farsi troppe domande ma preferisce farsi ammannire le risposte dai salotti buoni della TV, quella percezione già diffusa di guardare il dipendente pubblico come appartenente a una casta, una categoria di privilegiati, quelli che sono troppi e producono poco, quelli che lavorano poco e guadagnano troppo, quelli che godono di tutele sconosciute dai lavoratori del privato, grazie a uno Stato incapace a far rispettare le regole.

Siamo partiti dai “fannulloni” di Brunetta, sempre lì ad ammalarsi e a scansare il lavoro e siamo arrivati ai “furbetti del cartellino” della Madia, infinitesima percentuale di indegni dipendenti statali che vanno sicuramente puniti senza remore, ma il cui esiguo numero viene gonfiato a dismisura nell’immaginario collettivo grazie ad una compiacente campagna mediatica martellante ed incessante: l’immagine del custode del Comune di Sanremo in mutande propinataci dai TG all’ora di cena ha forse superato il numero degli spot del Mulino in cui vivono Antonio Banderas e la gallina Rosita e insidia ormai da vicino la réclame del Prostamol.

Ma il popolo bue non pensa e non discerne, ha solo bisogno di vedersi servito su un piatto d’argento un responsabile sul quale scaricare rabbia e frustrazione, un untore da giudicare sommariamente e da punire senza pietà, e alla fine ha di buon grado accettato il colpevole a cui ricondurre le proprie disgrazie e, senza farsi troppe domande, si è ritrovato… a letto con il nemico, fianco a fianco degli scaltri politicanti nella guerra al fannullone o al furbetto del cartellino, assurto allo scomodo ruolo di causa di tutti gli italici disastri, accomunando questi mascalzoni in mutande o in giacca e cravatta, con la stragrande maggioranza di coloro che lo stipendio se lo sudano eccome, offesi e feriti nel loro amor proprio, sia dagli indegni colleghi che dalla popolare straripante dabbenaggine.

Le frottole propinate dai bugiardi agli stolti hanno ovviamente fatto presa, consentendo in tal modo ai governi di ridurre drasticamente il numero dei dipendenti pubblici, falsamente indicato come il più alto d’Europa, mentre è ben al di sotto di quello dei Paesi scandinavi ed anche di Francia e Spagna e al pari di una Germania che però spende per le relative retribuzioni una cifra ben al di sopra di quella italiana. Ma non ci si è certamente limitati a questo. Negli ultimi anni la banda del buco ha fatto cassa infilando in profondità le sue mani guantate nelle tasche dei pubblici dipendenti e non ha ancora finito di farlo.

Ma non si illudano i comuni cittadini che oggi pontificano e plaudono alle iniziative governative tutte votate a punire quei malavitosi e privilegiati dei pubblici dipendenti, perché di certo a loro non ne deriverà vantaggio, anzi ne piangeranno le più amare conseguenze.
In un sistema in cui il welfare viene smantellato mattone dopo mattone e dove la sanità pubblica viene progressivamente privatizzata sotto il loro naso, a chi oggi plaude e gode inconsapevole, quando saranno rimaste solo le macerie sulle quali erigere la nuova colonna infame, non resterà che il ruolo del monatto, costretto a trasportare i malati nei lazzaretti (perché l’ospedale privato è roba da ricchi o da politici) e i cadaveri nelle fosse comuni.

Giuseppe Bonsignore
Responsabile Comunicazione CIMO Sicilia

Articolo pubblicato il 25 marzo 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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