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Decreto Mezzogiorno e clausola del 34%. Svimez: "Corregge deriva penalizzante"
di Redazione

Questa la quota di spesa ordinaria in conto capitale che, a partire dal 2018, lo Stato destinerà al Sud. Nuovi criteri redistributivi delle risorse pubbliche oggetto di uno studio di impatto

Tags: Svimez. Mezzogiorno, Economia



ROMA - Se negli ultimi sei anni, dal 2009 al 2015, fosse stata attivata la clausola del 34%, il Pil del Sud avrebbe praticamente dimezzato la perdita accusata dal 2008, che sarebbe stata pari al -5,4% mentre il calo effettivo è stato del -10,7%. Analoghi effetti si sarebbero avuti per l’occupazione, in quanto la diminuzione sarebbe stata pari a -2,8% invece del -6,8% che c’è stato: ciò significa che si sarebbero persi non mezzo milione di posti di lavoro ma circa 200 mila, salvandone di fatto 300mila.

A questi sorprendenti risultati giunge uno studio di impatto realizzato dalla Svimez al quale hanno lavorato il Presidente Adriano Giannola e il ricercatore Stefano Prezioso. Lo studio è stato fatto all’indomani dell’approvazione in Parlamento del c.d. “Decreto Mezzogiorno”, nel quale all’articolo 7 bis è stata inserita, su proposta del ministro della Coesione Territoriale e del Mezzogiorno Claudio De Vincenti, una norma intitolata significativamente “Principi per il riequilibrio territoriale”, in base alla quale le amministrazioni centrali dello Stato destinano alle Regioni del Mezzogiorno, a partire dal 2018, una quota della loro spesa ordinaria in conto capitale proporzionale alla popolazione, secondo quanto sarà definito da una direttiva e da un decreto del Presidente del Consiglio da emanare entro il prossimo 30 giugno. Di qui la scelta fatta dalla Svimez di effettuare lo studio d’impatto, che, però, non riguarda solo le amministrazioni centrali ma anche quelle regionali, prendendo come riferimento il 34% che, in base all’ultimo censimento Istat, corrisponde alla quota di abitanti delle otto regioni meridionali.

Secondo la norma di legge, i programmi di spesa in conto capitale delle amministrazioni dovranno essere individuati annualmente, analizzando voce per voce tutte quelle ripartibili nei vari ministeri, un lavoro delicato e complesso, secondo la Svimez, che richiede un adeguato know how per essere svolto.

Già in passato si era posto il problema di destinare una quota specifica della spesa in conto capitale dello Stato a favore del Sud. Nel corso di un’audizione in Parlamento nel febbraio 2010 la Svimez fece notare che “la quota di spesa pubblica in conto capitale complessivamente effettuata nelle regioni meridionali era passata, con un progressivo declino, dal 40,4% del 2001 al 35,3% nel 2007” e metteva in evidenza come gli obiettivi programmatici posti a tal fine erano sistematicamente ignorati fino a scomparire.

In conclusione, dallo studio della Svimez si ricava che lo spostamento di risorse a favore delle regioni del Sud, oltre a correggere una deriva penalizzante per le aree deboli del Paese, rappresenta una ottimizzazione nell’uso di un ammontare dato di risorse pubbliche scarse (quelle appunto destinate a investimenti pubblici) il che significa aumentare efficienza ed efficacia della spesa.
Dunque, per un ammontare dato di risorse disponibili, il criterio del 34%, rispetto al trend storico recente, aumenta quelle investite al Sud, riduce quelle disponibili al Centro-Nord con effetti espansivi da un lato e depressivi dall’altro.

L’esercizio mostra come il saldo netto sia positivo a livello nazionale sia per la dinamica del Pil (+0,2%), e fortemente positivo per quello che riguarda l’occupazione migliorando il saldo di oltre 185 mila unità. E ciò proprio grazie all’impatto del criterio redistributivo sul Mezzogiorno, al quale si contrappone un effetto depressivo molto più contenuto nel Centro-Nord, dove la caduta del Pil sarebbe stata pari a -7,6% a fronte del dato storico del -6,8%, con un sacrificio occupazionale di appena due decimi di punto percentuale, equivalente a +37.600 occupati persi.

Articolo pubblicato il 31 marzo 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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