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Rete ospedaliera, tagli e promesse. Sanità: la fregatura è dietro l'angolo
di Redazione in collaborazione con Cimo

Profondo rosso per le Aziende sanitarie: si parla di assunzioni, ma non di risorse



Da alcuni anni nella Sanità italiana la parola d’ordine è “efficientamento”. Nell’Italia in crisi economica bisogna ridurre la spesa pubblica, anche e soprattutto quella sanitaria. Indispensabile eliminare i deficit di alcune Regioni che non rispettano i vincoli di spesa imposti dallo Stato. Piemonte, Lazio, Abbruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia sono quindi state sottoposte a una serie di interventi correttivi che hanno portato a rilevanti tagli per raggiungere gli obiettivi fissati.

Una cura dimagrante che ha portato ad accorpamenti di interi Ospedali, a tagli di Unità Operative, al tentativo di riduzione degli sprechi per riallineare la spesa della Sanità pubblica a quella del resto d’Italia. L’obiettivo era il raggiungimento del pareggio di bilancio, con l’impossibilità a sforare il tetto di spesa stabilito dallo Stato nell’ambito della ripartizione del Fondo Sanitario Nazionale (FSN), la cui ripartizione non viene però operata soltanto sulla base della popolazione residente ma applicando dei fattori di “ponderazione” che paradossalmente finiscono col premiare le Regioni cosiddette virtuose e discapito di quelle che arrancano, producendo inevitabilmente l’incremento del gap e aumentando le difficoltà di chi già le aveva.

Nell’ambito della Regione Sicilia la metodologia di ripartizione sembra osservare criteri opposti a quelli nazionali. Il Decreto assessoriale 1380/2015 sembra aver premiato chi ha speso di più penalizzando chi era riuscito a mantenersi al di sotto del tetto massimo di spesa. Quindi mentre a livello nazionale si incentiva la premialità alle Regioni virtuose a discapito di quelle in deficit, a livello regionale sono state spesso penalizzate le Aziende che hanno speso meno, sulla base di un criterio altrettanto opinabile quanto quello nazionale.

Insomma, nella ripartizione dei Fondi destinati al funzionamento della Sanità non ci sono mezze misure. Si va da un eccesso all’altro, senza tenere conto di adeguate clausole di salvaguardia e troppo spesso senza l’indispensabile approfondita analisi dei processi e dei problemi organizzativi e delle cause che hanno condotto al risultato ultimo.

La Sanità italiana, attanagliata dal problema della sostenibilità del sistema universalistico delle cure, aveva ed ha ancora bisogno di una razionalizzazione dei modelli organizzativi e di un deciso efficientamento della spesa, ma non è tuttavia accettabile che sia finita per essere ulteriormente burocratizzata e ridotta a mero oggetto di calcolo ragionieristico. Ma così è stato, finora.

Con Legge di stabilità del 2015 si è poi avviato un secondo processo, quello della parcellizzazione del deficit che adesso viene riferito non più alla Regione ma alla singola Azienda Ospedaliera che, nel caso di un deficit superiore ai 10 milioni di euro, viene posta in piano di rientro triennale e a rispondere dei risultati vengono chiamati i direttori regionali che oggi rischiano il posto in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo.

La mappa stilata da Agenas nel mese di ottobre 2015 forniva un risultato sorprendente con tutte le aziende sanitarie in attivo. Ma appena un mese dopo giungeva, non del tutto inaspettata, la scure della Corte dei Conti a bacchettare per l’ennesima volta il governo Crocetta, in particolare sulla Sanità, ambito in cui i giudici contabili rilevavano come l’indebitamento complessivo per pagare gli oneri pregressi delle aziende sanitarie siciliane si attestava attorno ai 2,4 miliardi di euro, con oneri restitutori che vincoleranno la Regione fino a tutto il 2045.

E a dispetto della positiva fotografia fornita da Agenas nel 2015, l’anno successivo si scopre che in realtà ci sono ben sei aziende in profondo rosso con un deficit complessivo pari a 230 milioni di euro. Altro che attivo! I disavanzi di queste Aziende sono a dir poco catastrofici.

Si va dagli 80 milioni di euro dell’Arnas Civico di Palermo, ai 46 milioni di euro di Villa Sofia – Cervello, ai 44 milioni del Papardo di Messina, ai 38 del Policlinico di Catania, ai quasi 20 milioni del Policlinico di Palermo, per finire agli spiccioli dell’IRCSS Bonino-Pulejo con circa 5 milioni da recuperare. Ma la Regione è stata magnanima, praticando uno sconto di quasi il 50% alle somme da recuperare.

Queste Aziende sono quindi state costrette a presentare un piano triennale di efficientamento, arco temporale in cui dovranno raggiungere il pareggio di bilancio recuperando nel contempo il disavanzo pregresso. Una mission impossible tenendo conto che viene chiesto loro di incrementare la produzione spendendo di meno e, soprattutto, in vigenza di una riduzione di personale solo in parte attenuata dal precariato, che non consente ovviamente il raggiungimento degli obiettivi richiesti. Sarebbe come chiedere all’Azienda dei trasporti di fare viaggiare contemporanemente tutti i bus disponibili con la metà degli autisti. Vi sembra possibile? A meno di installare un pilota automatico (e andare a sbattere contro un albero), ovviamente “No”.

Oggi è stata varata la Rete ospedaliera. Dopo anni di attesa ci sarà il tanto atteso sblocco delle assunzioni in Sanità. Vengono annunciate circa 9.000 assunzioni, tra scorrimenti di antiche graduatorie, stabilizzazione dei precari, mobilità e, alla fine, nuove procedure concorsuali. Ma finora una cosa non è stata detta: con quali risorse finanziarie verrà assunto questo esercito di personale medico, infermieristico, tecnico, amministrativo?

L’unica certezza che abbiamo finora è la “temporanea” conferma dei budget già assegnati nel 2015 alle aziende sanitarie siciliane, già a suo tempo sfoltiti e variamente sforbiciati. Anche le Aziende in piano di efficientamento, quelle che dovevano produrre di più con meno personale, si troveranno adesso sul groppone l’assurda e insensata ipotesi di far fronte al pagamento degli stipendi del nuovo personale con le stesse, identiche somme che avevano già in bilancio. Insomma, anche stavolta, nella sanità siciliana i conti non tornano.

Il timore è quello che stia prendendo forma l’ennesima presa per i fondelli sia per i tanti operatori sanitari che attendono da almeno un lustro l’agognato posto di lavoro a tempo indeterminato, ma anche per i cittadini che rischiano di vedersi ulteriormente tagliare servizi sanitari essenziali.

Si rischia di assistere all’ultima follia dell’era Crocetta, fortunatamente destinata ad esaurirsi tra pochi mesi. I tempi per rendere operativo il nuovo Piano sanitario regionale sono ancora lunghi, figuriamoci quelli delle assunzioni.
Tra una delibera a l’altra, una convocazione sindacale e un tavolo tecnico è altamente probabile che si arrivi in autunno senza che venga fatta anche una sola assunzione delle 9.000 promesse. Poi arriveranno le elezioni regionali e con ogni probabilità la patata bollente passerà nelle mani di altri. Chiunque ci sarà al Governo della Sicilia rischia seriamente di scottarsi le mani.

Giuseppe Bonsignore
Responsabile Comunicazione CIMO Sicilia

Articolo pubblicato il 20 maggio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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