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Quotidiano di Sicilia

Siccità, il bluff delle piogge scarse
di Rosario Battiato

Piagnistei per il crollo delle precipitazioni, ma sono lacrime di coccodrillo: in Sicilia le reti disperdono il 50% di acqua. Nell’Isola zero investimenti, nonostante le infrastrutture vecchie e inadeguate

Tags: Siccità, Sicilia, Acqua



PALERMO – La grande sete è alle porte. L'allarme siccità lanciato nei giorni scorsi dagli agricoltori  e confermato dai numeri della Regione – 80 milioni di metri cubi di acqua invasati in meno rispetto al giugno dello scorso anno e deficit pluviometrico della metà rispetto alla norma – riguarda da vicino anche la disponibilità di acqua per uso potabile e, in misura minore, per la produzione elettrica. Un problema di natura globale e collegato ai mancati investimenti nel settore delle infrastrutture idriche – l'Italia, ha precisato Galletti (citando i dati dell’Ispra, ndr), ogni anno intercetta appena l'11% dell'acqua piovana – che vede una Sicilia particolarmente a rischio. Merito di invasi con capacità limitate e reti colabrodo con perdite fino al 50% dell'acqua immessa.

L'emergenza idrica è un affare serio. Lo dicono i numeri implacabili dell'Osservatorio delle acque dell'assessorato regionale dell'Energia e le rimostranze di cittadini e imprese che lamentano l'assenza di una risorsa che sembrerebbe scontata ovunque, ma non in Sicilia. L'ultimo bollettino rilasciato dall'Osservatorio risale a qualche settimana e ha fatto il quadro della situazione in relazione all'andamento meteorologico del mese di maggio. Il bilancio, e siamo soltanto all'inizio della stagione estiva, è emblematico: “in sintesi, emerge la completa assenza di pioggia nel mese per oltre  metà del territorio regionale, aggravando un deficit pluviometrico che per il trimestre marzo-aprile-maggio ha superato in molte aree il 50% rispetto alla norma, più grave di quello occorso in occasione della grande siccità del 2002, quando tuttavia i quantitativi caduti nei mesi  autunnali ed invernali erano stati decisamente inferiori alla stagione  2016-17”.

A confermare questi numeri statistici ci sono i dati in valore assoluto che riguardano le 23 dighe isolane. Nel mese di giugno – secondo i dati raccolti dall'Osservatorio – sono stati invasati 436 milioni di metri cubi di acqua, circa 25 milioni in meno rispetto a maggio (461,98), pari a uno scarto del 5%. Il confronto più impietoso è quello con il mese di giugno dello scorso anno, quando i volumi invasati erano stati 519,07, cioè più di 80 milioni di metri cubi in più (-16%).

Gli invasi sono sostanzialmente vuoti. Il più grande di quelli considerati, ad esempio, è il Pozzillo che ha una capacità totale d'invaso pari a 150 milioni di metri cubi d'acqua, eppure è riuscito a raccoglierne poco più di un terzo. L'Ogliastro, nella zona di Caltagirone, vanta 110 metri cubi di capienza, ma poco più di un quarto è stato soddisfatto. Il Rosamarina, con 100 metri cubi a disposizione, si è riempito per appena la metà. Non tutti gli invasi, ovviamente, servono per l'acqua potabile, nel complesso ce ne sono 12 esclusivamente per uso irriguo, uno per uso potabile, 5 per uso irriguo-potabile, uno potabile-elettrico, 3 potabile-irriguo-elettrico e uno irriguo-elettrico.

Gli effetti, pertanto, agiscono in una triplice direzione: energia, uso potabile e agricoltura. La produzione di energia da fonte idroelettrica isolana è minima con 17 impianti e una potenza installata pari a 147,4 MW. La produzione idroelettrica a livello nazionale è pari a oltre 45 mila GWh, ma la porzione isolana è soltanto 250. Un ritardo che non dipende certamente solo dalla siccità, infatti sono coinvolte anche altre e più profonde ragioni strutturali legate ai corsi d'acqua e agli impianti disponibili, ma la penuria di acqua contribuisce certamente ad alimentarlo.

Gli invasi a secco incidono direttamente anche sul prelievo di acqua per uso potabile. Gli ultimi dati nazionali in materia arrivano dall'Istat che ha predisposto un quadro sulla base delle varie fonti a disposizione. Nel 2014 l'Isola ha prelevato 714 milioni di acqua potabile (su un totale nazionale di 9,4 miliardi), circa il 14% in più rispetto alla precedente rilevazione del 2011, avendo come fonte  principale il pozzo (419 milioni di metri cubi), seguito dalla sorgente (169 milioni) e quindi dal bacino artificiale (113 milioni). Una porzione ridotta, seppur in crescita, è arrivata dalla dissalazione delle acque marine e salmastre (6,8 milioni), mentre l'ultimo posto è riservato al corso d'acqua con 4,6 milioni di metri cubi. Dagli invasi artificiali, pertanto, arriva circa il 16% del totale dell'acqua prelevata per uso potabile nell'Isola e la recente crisi idrica non può certo fare piacere ai siciliani che già patiscono una situazione molto complicata a livello idrico, anche a causa delle perdite di rete dovute alle infrastrutture inadeguate. Ci sono tre famiglie su 10 che lamentano disservizi nella distribuzione e l'acqua non è sempre un bene scontato nell'Isola: sono ancora numeri Istat a sottolineare come in Sicilia si siano verificati 245 sui 256 giorni nazionali di riduzione o sospensione del servizio su un territorio comunale. Dei 1.033 giorni di riduzione o sospensione su parte del territorio comunale, ce ne sono 318 siciliani (poco meno del 40% del totale). Questo disagio si aggiunge a quello relativo alle condutture: le perdite di rete siciliane sono oltre la media nazionale per sette comuni capoluogo su nove con Palermo, Catania, Messina e Agrigento che superano il 50% (dati Istat).

Il terzo aspetto della crisi è quello relativo all'agricoltura. Secondo la Coldiretti, nel 2017 tutte le anomalie climatiche avrebbero causato danni per circa 1 miliardo di euro in tutta Italia. La confederazione degli agricoltori ha inoltre stilato una sorta di mappa della siccità di tutta Italia, evidenziando le realtà più critiche. “La siccità in Sicilia è una realtà concreta con gli invasi a secco e la necessità – si legge nella nota della Coldiretti – di anticipare l'inizio della stagione irrigua negli agrumeti”. A livello nazionale, la siccità riguarda ormai 2/3 dei terreni agricoli.
 


Dal Ministero 250 milioni per le dighe del Meridione
 
PALERMO – I consumi di acqua a livello nazionale si distribuiscono in cinque grandi comparti. In cima alla lista c'è l'irrigazione, che vale poco più della metà del totale (51%), seguita dall'industriale (21%), civile (20%), energia (5%) e zootecnica (3%). Gli acquedotti nazionali hanno una percentuale di perdita media pari al 39% del totale: 39 litri di acqua ogni 100 litri immessi. Numeri di Utilitalia, la Federazione che riunisce i gestori dell'acqua, che ha fatto il punto della situazione nell'ultimo Bluebook, pubblicato qualche mese fa, riportando, inoltre, come il 60% delle rete nazionale sia stato posato oltre 30 anni fa e il 25% superi anche i 50 anni. Non ci sono le risorse per aggiornare il sistema: il tasso di rinnovo è pari a 3,8 metri di condotte per ogni chilometro di rete, in altri termini ci vorranno ancora 250 anni per sostituire l'intera rete. Il fabbisogno per operare in questo senso è di circa 5 miliardi all'anno, una cifra irraggiungibile, anche se il governo sta tentando di fare qualche passo in avanti.
Nei giorni scorsi è stato il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, che ha parlato a Sky Tg24, a sottolineare l'allarme: “le misure strutturali sono necessarie a questo punto, viviamo situazioni di emergenza che si verificano con cadenza che si avvicina alla normalità”. Secondo i dati del ministero, ogni anno nel Paese piovono 300 miliardi di metri cubi di acqua e se ne intercetta appena l'11%.
Nei mesi scorsi il ministero delle Infrastrutture ha lanciato un piano da 294 milioni di euro per le grandi dighe: in Italia sono circa 538, a fronte di un volume totale di 13,748 miliardi di metri cubi. Il 58% del volume invasato serve per uso irriguo, mentre il 57% delle dighe in esercizio serve per uso idroelettrico.
Il piano del governo servirà per incrementare le condizioni di sicurezza di 101 dighe a uso potabile e/o irriguo con l'obiettivo di salvaguardare risorse idriche per 4,5 miliardi di metri cubi e di recuperarne altri 1,3. La distribuzione delle risorse premia il Mezzogiorno con 253 milioni per 79 impianti, 30 milioni per il Centro (18 dighe) e 12 milioni al Nord (4 impianti).
 

 
Serve un Piano nazionale di adattamento al clima
 
PALERMO – È sempre colpa del clima. Legambiente è intervenuta nei giorni scorsi nel dibattito sull'emergenza siccità, sottolineando la necessità di “avviare i piani nazionali di adattamento al clima e di incentivare una corretta e sostenibile gestione della risorsa idrica, che da una parte riduca la domanda e i consumi e dall’altra incrementi l'efficienza degli usi, per evitare, anche in risposta ai mutamenti climatici in atto, fenomeni di crisi per il paese”.
Indipendentemente dalla scelta di Trump, il tema dei cambiamenti climatici in atto “deve essere messo con urgenza al centro dell'agenda politica e in quella di pianificazione e valutazione degli interventi”.
E quando si parla di scelte sostenibili si fa anche riferimento alla gestione dell'acqua. Il Wwf ha recentemente offerto il quadro della situazione, registrano una quantità di risorse idriche rinnovabili corrispondenti a circa 116 miliardi di metri cubi, mentre i volumi di acqua effettivamente utilizzati sono stimati in circa 52 miliardi. L'Italia utilizza, pertanto, il 30% delle risorse rinnovabili, circa dieci punti percentuali in più rispetto alla soglia indicata dall'obiettivo europeo.
Anche per questo motivo il Belpaese è considerato un Paese soggetto a stress idrico medio-alto. L'associazione ambientalista ha poi considerato i dati del Comitato glaciologico nazionale che ha diffuso i numeri dell'estensione dei ghiacciai in Italia che arrivano a coprire una superficie di 368 kmq, ridotta del 30% rispetto alla rilevazione 1959-1962.

Articolo pubblicato il 28 giugno 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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