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La Sicilia nella morsa del caporalato
di Lorena Peci

Analisi della Flai-Cgil: lavoro nero e infiltrazioni mafiose nel settore agroalimentare capaci di muovere fino a 17,5 miliardi. Secondo il rapporto “Terra ingiusta”, l’isola detiene il triste record di regione dov’è maggiore lo sfruttamento dei lavoratori

Tags: Caporalato, Lavoro, Lavoro Nero, Sicilia



CATANIA - Non è certamente un caso isolato, quello dell’arresto per caporalato di imprenditori nelle campagne siciliane, anzi casi del genere sono in Sicilia, purtroppo, abbastanza ricorrenti, tanto che l’isola si è aggiudicata il triste primato come regione italiana dove è maggiore lo sfruttamento dei lavoratori, secondo un rapporto dal nome “Terra ingiusta” condotto dall’associazione Medici per i diritti umani qualche anno fa.

L’ultimo arresto per caporalato e sfruttamento della manodopera saltato alla cronaca negli ultimi giorni è stato quello riguardante due imprenditori di Vittoria, Angelo e Valentino Busacca, due fratelli titolari di un’azienda di 40mila metri quadrati di coltivazione in serra di ortaggi. I due sono stati colti in flagranza di reato dalla polizia di Ragusa, che ha trovato ventisei operai impiegati illegalmente, tra cui 19 richiedenti asilo, cinque rumeni, tra cui due donne e due tunisini. Alcuni di loro alloggiavano all’interno dell’azienda in condizioni igienico-sanitarie pessime, in luoghi per nulla adatti ad ospitare dignitosamente la vita di una persona. La retribuzione prevista per loro era di 25 euro al giorno per almeno otto ore lavoro, senza ferie e giorni liberi.

Nel maggio 2016 il terzo rapporto di “Agromafie e caporalato” realizzato dall’osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil ha messo in luce una realtà del lavoro nero e infiltrazioni mafiose nel settore agroalimentare in costante crescita, capace di muovere in Italia fino a 17,5 miliardi di euro. Dal rapporto emergevano alcuni dati alquanto preoccupanti: 80 gli epicentri in Italia nei quali sono stati riscontrati fenomeni di grave sfruttamento in agricoltura e caporalato, 100mila i lavoratori in Italia in condizione di sfruttamento e vulnerabilità, tra i 250 e 290 miliardi di euro l’economia non osservata stimata in Italia.

Nel 2016, con l’approvazione della legge n.199, si è cercato di arginare il problema del caporalato, riformulando il delitto di Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, già inserito all’art. 603-bis del codice penale, inserendo ad esempio la sanzionabilità anche del datore di lavoro, l’applicazione di un’attenuante in caso di collaborazione con le autorità o l’arresto obbligatorio in flagranza di reato e prevedendo la reclusione da uno a sei anni e multa da 500 a 1.000 euro per ogni lavoratore reclutato.

Nonostante ciò il caporalato e lo sfruttamento del lavoro in genere, continuano ad essere prassi specie in Sicilia, dove sfruttare il più possibile chi ha bisogno di lavorare è orami un imperativo categorico di molti imprenditori e titolari di aziende e lavorare significa spesso dover sottostare a condizioni ingiuste: sono molti i siciliani che guadagnano 20-25 euro al giorno per almeno otto ore di lavoro. I migranti che arrivano qui in fuga da guerra e disperazione, disposti a tutto pur di riuscire a trovare una fonte di sostentamento, non sono altro che la categoria più facile in assoluto da sottomettere e piagare a questo tipo di logica lavorativa.
 
Combattere il caporalato significa in primis comprenderne e non ignorarne le cause profonde, legate ad un sistema produttivo disorganizzato e arretrato; il caporalato non è dunque solo un fenomeno isolato che riguarda solo stranieri che lavorano nelle campagne, ma l’espressione di una vera e propria piaga del lavoro che colpisce le fasce più deboli della popolazione.

Articolo pubblicato il 01 luglio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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