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Quotidiano di Sicilia

Un amaro ma realistico amarcord guardando con ottimismo al futuro
di Carlo Alberto Tregua

Carrellata storica e politica che ricorda gli ultimi trent’anni del Quotidiano di Sicilia. Nel 2010 occorrerà necessariamente ridurre il divario con le regioni del Nord Italia e dell’Europa

Tags: 30 Anni



Ricordare la storia di questi ultimi trent’anni, raccontata dalle pagine del Quotidiano di Sicilia può essere difficile, ma semplice allo stesso tempo. Difficile perché gli eventi sono stati complessi seppur in uno stato di immobilismo; semplice, perché la situazione sociale economica e dei servizi non è cambiata in meglio, forse in peggio.
Il comune denominatore di questa storia è l’irresponsabilità generalizzata della classe dirigente siciliana, giornalisti compresi, che deve fare solo un gesto: mea culpa, battendosi il petto.
La finta distinzione tra società politica e società civile è un comodo alibi perché quest’ultima si sottragga alle comuni responsabilità addossandole integralmente alla prima. Così non è, perché tutti abbiamo responsabilità del pessimo andamento della comunità siciliana, anche perché se è vero che i voti eleggono i nostri rappresentanti ai parlamenti nazionale e regionale, è anche vero che gli stessi voti sono indirizzati dalla classe dirigenti di tutti i colori politici.

Vogliamo citare alcuni dei fatti capitati in questi trent’anni: l’immobilismo politico della fine degli anni settanta in cui aveva un forte peso la mafia che indirizzava i voti verso questo o quel partito a secondo dei ritorni sperati. Al di fuori di questo andazzo, i governi regionali flirtavano con il partito comunista, con cui fece l’accordo che scaturì nel Comitato di programmazione, nel 1979: una sorta di governo ombra.
Successivamente, l’Assemblea regionale tenta di aiutare il processo di crescita modernizzando le proprie regole. Ma non riesce ad uscire anch’essa dall’immobilismo, aumentando costantemente le proprie spese  d’esercizio. Negli anni Ottanta nasce una stella politica, che governerà la Regione per sette anni: Rino Nicolosi. Ma anch’egli, purtroppo, non dà quel necessario impulso per cominciare la risalita. Frattanto la mafia ha ammazzato Cesare Terranova (1921-1979), Carlo Alberto Dalla Chiesa (1920 –1982), Pio La Torre (1927 -1982), Rocco Chinnici (1925-1983), Rosario Livatino (1952- 1990), Beppe Alfano (1945-1993).

Ad inizio degli anni Novanta poi ci sono le stragi di mafia culminate negli omicidi di Giovanni Falcone (1939-1992) e Paolo Borsellino(1940-1992). Frattanto il governo Amato fa approvare una manovra di novantaseimila miliardi, la più alta di tutti i tempi per correggere i conti pubblici disastrati da Craxi, De Mita e soci, in modo da incanalare l’Italia  verso l’euro, sotto la guida ferma del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi.
Gli anni Novanta trascorrono in Sicilia fra governi di centro-destra e centro-sinistra e così il decennio del nuovo secolo, senza un sussulto di novità, senza una guida strategica, senza un progetto politico. Tutto piatto, insomma.
Vi è un dato inoppugnabile che dimostra quello che diciamo: il Pil della Sicilia era trent’anni fa intorno al 5% di quello nazionale. Si conclude l’anno in corso con lo stesso dato percentuale. L’economia siciliana non si è schiodiata da uno stadio di insufficienza.
Con il prossimo primo gennaio si apre il nuovo decennio nel quale si incardina il governo regionale Lombardo-Miccicchè-D’Alema-Fini. Non sappiamo se si tratti di un’esperienza nuova o di un semplice escamotage per fare ricompattare la vecchia maggioranza.
Però, bisogna guardare al futuro con speranza, perché non serve a nulla il pessimismo. Invece, occorre l’ottimismo della volontà per avvicinare la Sicilia alle Regioni del Nord Italia.
Dobbiamo farcela a tutti i costi, perchè i siciliani non hanno l’anello al naso.

Carlo Alberto Tregua
catregua@quotidianodisicilia.it

Articolo pubblicato il 19 dicembre 2009 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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