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Quotidiano di Sicilia

Energie rinnovabili, Sicilia statica
di Rosario Battiato

Osservatorio Regione: l’Isola agli ultimi posti in Italia per crescita di consumi da fonti pulite. A rischio obiettivi 2020. Fotovoltaico ed eolico flop, biogas inesistente e zero impianti energetici

Tags: Energia, Mise, Energia Rinnovabile, Legambiente, Fotovoltaico



PALERMO – La Sicilia delle rinnovabili prosegue lentamente e senza eccellenze. Pur avendo raggiunto gli obiettivi annuali di burden sharing per il 2016, cioè la quota di incremento di energia rinnovabile nei vari settori (elettrico, termico e trasporti), l’Isola resta comunque tra le più lente nell’avanzamento, registrando “la minor crescita di consumi da fonti rinnovabili, tanto che si colloca al quartultimo posto” e in possibile crisi sulle previsioni del 2020. Ancora in deficit l’utilizzo delle bioenergie che nell’Isola mantengono un grande potenziale inespresso.  

Gli ultimi dati ufficiali arrivano dal rapporto redatto dall’Osservatorio regionale dell’Energia dell’assessorato che, come ogni anno, aggiorna i numeri sulle modalità di produzione. Nell’Isola la produzione lorda di energia elettrica è stata pari a 22.861 GWh (netta 22.001 GWh),  a fronte di una richiesta di 19.553,1 GWh, permettendo un saldo in uscita pari a 1.146,7 GWh. In diminuzione le perdite dei consumi rispetto al 2014 (da 2.339,9 a 2.179,2 GWh).

La distribuzione della produzione
è attribuibile “per il 76,7 % ad impianti termoelettrici – si legge sul report della Regione –, in seconda posizione si colloca l’eolico con l’11,3%”. La fonte dal vento, che è la prima delle rinnovabili, arriva a produrre 1.809,5 GWh di energia elettrica. Subito dietro l’eolico si posiziona la fonte fotovoltaica con 1.809 GWh, cioè con circa l’8% del totale regionale. Ancora poco incisiva la produzione da fonte idroelettrica (474,9 GWh, pari al 2% del totale), mentre resta ancora a zero quella geotermoelettrica, a fronte di risorse potenzialmente importanti che sono state registrate nell’Isola.

Numeri confermati nell’ultimo rapporto Gse dello scorso marzo
, che ha fatto il quadro complessivo della produzione da Fer in tutte le regioni italiane. Per la Sicilia, oltre ai numeri già forniti per eolico e fotovoltaico, ci sono altre produzioni che sono ancora minime rispetto al resto d’Italia. A partire dalle biomasse (152,9 GWh, pari al 3% del totale della produzione elettrica verde) per passare dai bioliquidi (5 GWh, 0,1%) e dal biogas (106,9 GWh, 2,1%). L’Osservatorio regionale, all’interno del report, denuncia questo ritardo in diversi passaggi: “a fronte di un territorio esteso e prevalentemente rurale, la diffusione degli impianti alimentati a biomassa è inferiore all’effettivo potenziale e contribuisce marginalmente al mix energetico regionale”. In particolare si rivela che “la biomassa di tipo solido viene utilizzata per la produzione di calore, e gli impianti sono installati presso l’utente” e risulta “limitato l’uso della biomassa solida ai fini della produzione di energia elettrica”. Inoltre l’impiego della biomassa in “cicli combinati sia in forma solida, sia attraverso i processi di bio-gassificazione non raggiunge, in Sicilia, una diffusione significativa”.

Il burden sharing è un meccanismo che assegna ad ogni Regione e ogni Provincia autonoma una quota minima di incremento dell’energia (elettrica, termica e trasporti) prodotta con fonti rinnovabili, necessaria a raggiungere l’obiettivo nazionale – al 2020 – del 17% del consumo finale lordo. L’Italia ha già raggiunto gli obiettivi richiesti nel marzo del 2015 e tutte le regioni, Sicilia inclusa, hanno fatto la propria parte.

“Il monitoraggio del Gse relativo agli obiettivi del Burden Sharing
– si legge nel report dell’Osservatorio –, mostra come l’obiettivo intermedio di consumo da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo al 2014 fissato per la Sicilia, e pari al’8,8%, sia stato raggiunto, essendo il valore conseguito pari all’11,6%”. Inoltre il valore ottenuto è risultato persino superiore “all’obiettivo intermedio fissato per l’anno 2016, pari al 10,8%”. Ma non tutto è così lineare e positivo come può sembrare. “La Sicilia, tuttavia, mostra – avvertono dall’Osservatorio –, con riferimento alle altre regioni italiane, la minor crescita di consumi da fonti rinnovabili, tanto che si colloca al quartultimo posto; ciò influisce sulle previsioni al 2020, che evidenziano una criticità nel raggiungimento dell’obiettivo prefissato”.

Sono poche anche le eccellenze nel campo delle rinnovabili. Lo certifica il rapporto Comuni Rinnovabili 2017 di Legambiente, realizzato con il contributo di Enel Green Power e in collaborazione con Gse, che esplora le storie e buone pratiche (sono 200 quelle raccolte sul sito www.comunirinnovabili.it e appena due nell’Isola) di tutte le realtà nazionali. In tutta Italia ci sono quasi 8 mila comuni rinnovabili, segno che ormai almeno un impianto green è presente in tutti i municipi. Per le realtà isolane non ci sono troppe novità interessanti: le solite conferme dai comuni dell’eolico con impianti eolici composti da torri con potenze superiori ai 200 kW e da quelli che utilizzano pannelli solari per le esigenze termiche della propria struttura (scuole, uffici, palestre, etc...).

Tra questi ultimi si possono segnalare due importanti riferimenti in Sicilia:
la novità del comune di Favara, nell’agrigentino, che ha installato oltre 1.980 mq di pannelli solari termici, e la tradizione del comune di Catania che si trova al quarto posto nazionale dei primi dieci comuni in edilizia pubblica (1.160 mq). Tra le buone pratiche segnalate nel report dell’associazione del cigno si registrano anche il polo produttivo della bioeconomia nel comune di Caltagirone per la realizzazione di un impianto per la produzione di energia elettrica e termica, alimentato con biomassa ottenuta dagli scarti agricoli e forestali (progetto di Renovo Spa approvato nel 2015) e il primo impianto solare termodinamico al mondo a San Filippo del Mela, in provincia di Messina, realizzato dalla A2A.
 

 
Il peso dell’oro nero nell’economia siciliana
 
PALERMO – Il petrolio resta determinante negli equilibri energetici ed economici regionali. Lo rivela il rapporto dell’Osservatorio regionale dell’Energia. Nel 2015 la superficie isolana interessata dai permessi di ricerca è stata parti a 4.501,18 kmq, cioè circa il 17% del totale della superficie, mentre quella relativa alle concessioni ha raggiunto quota 596,85 kmq, cioè il 2,31%.
Nel 2015 la produzione di olio greggio nell’Isola è stata pari a 868 mila tonnellate, cioè il 16% del totale nazionale, incluse le zone marine, e si è mantenuta sui livelli dell’anno precedente (2014). Se alla produzione su terraferma sommiamo anche quella delle zone marine a sud della costa della Sicilia, la percentuale arriva fino al 21%. L’Isola resta la seconda regione d’Italia per produzione di greggio, dopo il Texas italiano che è la Basilicata con la ricchissima Val d’Agri.
Il settore petrolifero isolano riveste un peso determinante nell’export, costituendo quasi i tre quinti delle esportazioni totali regionali, e le forti riduzioni dell’export a livello internazionale hanno inciso direttamente sul peso siciliano. Nel 2015 è proseguita la riduzione della quota siciliana in valore sul comparto petrolifero a livello nazionale, scesa a poco meno del 40 per cento (46,4 nel 2014). I titoli minerari vigenti in Sicilia risultano essere 6 concessioni minerarie per idrocarburi liquidi di cui 98 pozzi in produzione; 8 concessioni per idrocarburi gassosi (metano) di cui 62 pozzi in produzione. Per quanto riguarda le royalties, cioè le aliquote di queste produzioni, l’articolo 13 della lr n.9 del 15 maggio 2013 ha predisposto una percentuale pari al 20%, contro il 10% (o il 7%) degli anni passati. Nel 2015 le royalties stimate sono pari a circa 45 milioni di euro da distribuire tra Regione (15,3 milioni) e Comuni (29,7 milioni).
 

 
Quella fonte alternativa che l’Isola ignora: i rifiuti
 
PALERMO -  C’è un’altra fonte di energia pulita che viene accumulata in ogni casa siciliana e che praticamente solo nell’Isola e nel Mezzogiorno rappresenta ancora un problema, anziché un’importante risorsa. Stiamo parlando della spazzatura. Non è una provocazione: grazie ai moderni impianti di valorizzazione energetica dei rifiuti, oggi costruiti anche a pochi passi dai centri storici delle grandi capitali europee, è possibile produrre elettricità con impatti sull’ambiente prossimi allo zero e con l’impiego di personale qualificato.
Per la Sicilia si tratta dell’ennesimo business mancato, a tutto vantaggio del vetusto sistema delle discariche, dietro al quale spesso si nascondono interessi criminali, come hanno denunciato diverse Procure e recentemente anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti.
Nonostante le molteplici aperture del governo Crocetta, è da tre anni che la nostra regione attende invano i bandi per i termovalorizzatori. Si tratta di infrastrutture che in un colpo solo risolverebbero l’annosa questione dello smaltimento dei rifiuti e permetterebbero di sostenere parte dei fabbisogni energetici.
La questione è legata a doppio filo con la raccolta differenziata che senza infrastrutture adeguate è, per dirla alla spicciolata, una perdita di tempo e denaro per amministrazioni e cittadini. Sta già succedendo in provincia di Catania dove, a causa degli impianti di compostaggio saturi, alcuni Comuni virtuosi, come Aci Castello e Belpasso (con percentuali di raccolta superiori al 50%), si trovano nell’impossibilità di conferire ogni giorno l’organico. E così parte degli sforzi per separare correttamente l’immondizia va a farsi “benedire” in discarica. “Tanto vale non farla”, hanno ammesso i sindaci rassegnati.
Gli impianti energetici potrebbero aiutare a mettere ordine nel caos spazzatura, ma in Sicilia stanno a zero. Nel resto d’Italia, secondo l’ultimo rapporto dell’Ispra, ci sono 41 strutture che trattano 6,1 milioni di tonnellate di rifiuti. Tra il 2005 e il 2015 il recupero dell’energia elettrica è passato da 2,6 milioni di MWh a oltre 4,3 milioni, mentre il recupero di energia termica ha raggiunto quota 2,7 milioni di MWh, due milioni in più rispetto alla prima rilevazione.
In Europa la situazione è ancora più netta. Paesi come la Svezia hanno una ripartizione percentuale della gestione dei rifiuti che è un vero modello: il 50% dei rifiuti destinato all’incenerimento, poco più del 30% al riciclaggio e circa il 15% al compostaggio e alla digestione anaerobica e valori inferiori all’1% per la discarica.
Il quadro si presenta similare, con valori che si discostano di pochissimo, anche in Belgio (40% di incenerimento), Danimarca (più del 50%), Germania (più del 35%), Paesi Bassi (50%) (dati Eurostat 2014).

Antonio Leo
Rosario Battiato

Articolo pubblicato il 19 luglio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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