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Urge trovare il Macron siciliano
di Carlo Alberto Tregua

Opere pubbliche e investimenti

Tags: Regione Siciliana, Elezioni



Secondo Eschilo (525 a.C.-456 a.C.): “è sempre mutevole ciò che un governo ritiene giusto”. Ma il drammaturgo non poteva supporre che, dopo alcuni millenni, non vi fosse più questa discriminante fra giusto e ingiusto, fra buono e cattivo, ma fra ciò che conviene o non conviene al governo medesimo e alla sua maggioranza.
Sono venuti meno, infatti, i principi etici che dovrebbero guidare la buona politica, secondo i quali deve essere al primo posto l’interesse generale e non quello di parte.
Questa breve premessa serve per rimarcare ancora una volta la disastrosa situazione della nostra Isola, con una Regione non governata, allo sbando, causa dell’aumento vertiginoso della disoccupazione e dei poveri, nonché della diminuzione altrettanto catastrofica del Pil in questo periodo di crisi, all’opposto di come è accaduto nelle otto regioni del Nord.
Per fortuna, questa dannata XVI legislatura volge al termine con la fine di settembre, perché, salvo imprevisti, domenica 5 novembre i siciliani saranno chiamati ad eleggere il nuovo presidente della Regione.

Ci vorrebbe un Macron siciliano come quello originale che, essendo stato capace di interpretare il sentimento popolare, ha vinto nonostante i partiti gli fossero contro. Esattamente come è accaduto negli Stati Uniti con l’elezione di Donald Trump.
Ma i siciliani sono capaci di votare una persona che emerge come per incanto, senza precedente notorietà, ma neanche senza l’infezione che trasmettono i vecchi partiti e quella gerontologia politica ancora avvinghiata ai privilegi?
Temiamo di no, tanto è vero che il Partito democratico è aggrappato a quell’ancora che è Pietro Grasso presidente della Regione.
Ma con tutto il rispetto, egli non è il Macron siciliano perché rappresenterebbe ancora una volta l’obsoleta classe politica che non è stata capace, per la propria indole, di pensare a un futuro basato sull’equità e sulla capacità di organizzare e mettere a profitto, non economico, il bilancio della Regione di 16 miliardi e i circa 10 miliardi di fondi Ue e nazionali disponibili, nonché quella enorme fonte finanziaria rappresentata dalla Cassa depositi e prestiti.
 
Sono anni che interroghiamo il presidente della Regione sull’opportunità di chiedere all’Unione europea, attraverso il ministero degli Esteri, la fiscalità di vantaggio per le 14 Isole minori siciliane, come l’hanno già ottenuta Spagna per le Canarie, Portogallo per Azorre e Madeira e la Grecia per alcune sue isolette. Ma non ci risulta che tale iniziativa sia stata presa.
Come è noto, l’Ue non potrebbe negare all’Italia lo stesso trattamento che ha riservato alle nazioni iberiche e greca. La fiscalità di vantaggio significa non pagare tasse, o pagarle in modo molto ridotto, sia sugli investimenti, che sulle pensioni.
Secondo l’Inps, oltre 5 mila pensionati italiani si sono trasferiti in Portogallo, dove viene erogato l’assegno pensionistico intero e colà viene pagata un’imposta simbolica. C’è l’obbligo di risiedere la metà più uno dei giorni dell’anno.
Sembra l’uovo di Colombo, peccato che Colombo in Sicilia non ci sia e non ci sono neanche i cervelli liberi e progressisti capaci di guardare al futuro.

Per progettare il futuro ci vuole un giovane manager che sappia come fare. Tutti i parrucconi sono tagliati fuori perché pensano in modo obsoleto, ciò perché non hanno studiato continuamente, non si sono aggiornati, non hanno capito com’era cambiato il mondo, non hanno avuto la sensibilità di intercettare le prospettive dei giovani e neanche la pacatezza degli anziani. Insomma, sono dei falliti che stanno trascinando al fallimento la nostra Isola.
Ci vuole un colpo d’ala che può essere dato dai cittadini, soprattutto da quelli che costituiscono la Classe media e dirigente, i quali non possono più restare indifferenti rispetto a quello che avviene, non possono più turarsi il naso per non sentire il puzzo della corruzione, come diceva Paolo Borsellino, non possono più chiudere gli occhi per non vedere la povertà che cresce in modo progressivo.
La responsabilità della Classe dirigente e di quella media è ancora più evidente e non può costituire l’alibi, per non invertire questo processo umiliante in una meravigliosa terra piena di ricchezze, che aspettano di essere sfruttate.

Articolo pubblicato il 20 luglio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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