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Quotidiano di Sicilia

Sicilia, il crollo delle opere pubbliche
di Carlo Alberto Tregua

Controlli preventivi di giudici e GdF

Tags: Edilizia, Opere Pbbliche



Il crollo delle opere pubbliche in Sicilia è uno dei disastri economici che ha generato disoccupazione ed enormi difficoltà per le imprese del settore, in maggioranza locali.
Perché, in questo ultimo lustro, le opere sono crollate per nove decimi? Sono forse mancati i fondi per finanziarle? Sono mancati i progetti? Sono cessate le necessità di ristrutturare le opere esistenti con un’adeguata manutenzione? O quella di costruirne nuove? Niente di tutto questo.
Si è trattato dell’abulìa, dell’inconsistenza e dell’inutilità di una classe politica che ha espresso un’Assemblea regionale e un Presidente della Regione totalmente inadeguati alle necessità dell’Isola e della sua popolazione.
I finanziamenti ci sono stati e ci sono, soprattutto quelli europei, i Fondi di sviluppo e coesione statali e la Cassa depositi e prestiti. Ma vi sono anche altre fonti.
Ebbene, nonostante vi sia la materia prima, cioè i finanziamenti, le opere non si mettono a bando e quelle di cui si era annunciata l’apertura dei cantieri restano al palo: come per esempio l’ammodernamento e il raddoppio della strada Ragusa-Catania, per la quale si continua a dire che sono pronti 815 milioni, ma i cantieri non si aprono mai.

In Sicilia vi sono oltre 14 mila chilometri di strade provinciali e regionali ormai ridotte a trazzere, edifici scolastici cadenti e mai ristrutturati con norme antisismiche, antinfortunistiche e di classe energetica non adeguata. Vi sono oltre 400 siti a rischio idrogeologico, per non parlare delle linee ferroviarie, che sono fatiscenti. Anche in questo caso, è stato strombazzato un contratto da 5 miliardi per la costruzione della Tav light Palermo-Catania-Messina, ma di cantieri aperti non se ne parla.
Vi è una lentezza esasperante: il non fare come sistema, conseguente al malcostume generale, secondo cui a nessun dirigente pubblico si chiede conto del mancato agire.
Insomma, una vergogna generalizzata i cui effetti catastrofici si vedono giorno dopo giorno, non solo perché andare in giro su strade, autostrade e ferrovie è un modo per correre pericoli, ma soprattutto per i riflessi negativi sui siciliani, il cui malessere aumenta giorno dopo giorno.
 
Un’Assemblea regionale che non legifera da tre mesi, ove il bravo presidente Giovanni Ardizzone è esasperato perché non riesce a mettere insieme il numero legale; un Presidente della Regione proteso a una più che improbabile ricandidatura, che si dimentica i propri doveri d’ufficio, che sono quelli di dare una spinta all’economia isolana; un turismo che vive per l’attrazione naturale della Sicilia nei confronti dei cittadini del Mondo, più che di un piano organico; l’agricoltura biologica e innovativa che cresce per suo conto ma senza spunti; i servizi privati che aumentano spontaneamente, ma frenati dalla Pa.
Da quanto precede si evince l’assenza di un disegno organico, di un piano generale di sviluppo cui destinare risorse per ottenere ricchezza e occupazione.
La Pubblica amministrazione regionale è nel caos più completo. Manca il Piano aziendale, non vi sono controlli, nessuno risponde per quello che fa e che non fa o per i risultati che dovrebbe ottenere ma non ottiene.
La corruzione dilaga e fa pagare un pesantissimo prezzo ai siciliani, i quali però hanno la responsabilità di girare il capo dall’altra parte e di pagare un prezzo altissimo come conseguenza della loro indifferenza.

Si dice che in appalti e subappalti vi sia il cancro della corruzione: vero. Ma non si può certo sperare che Pubblici ministeri, Guardia di Finanza e Anac possano estirparlo con la loro azione repressiva, in quanto successiva.
Ma allora perché non destinare qualche centinaia di magistrati andati in pensione ma validissimi e uomini della GdF a un rapido e competente controllo degli appalti, in modo da scoprire la corruzione prima e non dopo, sveltendo così tutte le procedure per arrivare rapidamente all’apertura dei cantieri?
Si tratta di una vecchia storia, se ne parla da tempo, ma viene obiettato che l’attività di controllo, in una situazione normale, dovrebbe essere esercitata dai dirigenti pubblici.
E allora bisogna cambiare la legge perché questo avvenga. Non è certo l’addolcificata Legge Madia che può risolvere la questione. Ci vuole un colpo d’ala.

Articolo pubblicato il 25 luglio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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