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In crescita la produzione di vino. Sicilia sposa qualità e tradizione
di Michele Giuliano

Aggiornato l’elenco della Regione delle menzioni “vigna” relative alle superfici che producono il Dop. 84 i siti che generano il prezioso nettare, distribuiti tra le varie province dell’Isola

Tags: Vino, Dop, Sicilia



PALERMO - La tradizione vinicola in Sicilia è sinonimo di qualità, in continuo miglioramento ed evoluzione. Una storia che diventa futuro, economia, lavoro, per una terra che ha sempre trovato nella vigna e nel vino, oltre che una attività lavorativa, uno stile di vita, una ragion d’essere, una filosofia di vita, un legame profondo che parte dalla terra e arriva alla tavola. È stato aggiornato in questi giorni l’elenco della Regione Sicilia delle menzioni “vigna”.

In termini legislativi, può essere denominata “vigna” la superficie utilizzata per la produzione di uve coltivate e vinificate secondo le specifiche indicazioni contenute nei relativi disciplinari di produzione e che generano un vino DOP, Denominazione di Origine Protetta. Nell’elenco appena aggiornato e pubblicato sono 84 i siti che possono fregiarsi di tale denominazione, distribuiti in varie province, principalmente Agrigento, Trapani e Palermo, dislocati tra il comune di Menfi, che presenta il maggior numero di registrazioni, subito seguito da Contessa Entellina, ma anche Santa Margherita Belice, Monreale, San Giuseppe Jato, Sciacca, Sambuca di Sicilia, San Cipirello e Montevago. Per poter accedere alla denominazione, i coltivatori hanno dovuto dimostrare, con dati catastali e documenti commerciali, di appartenere al territorio riconosciuto come “tradizionale” per la coltura della vigna interessata e di utilizzarne il nome da almeno 5 anni.
 
Scelte precise, che permettono agli imprenditori, attraverso un percorso di qualità, di legittimare il proprio prodotto, a favore di una migliore commercializzazione soprattutto al di fuori dei confini regionali e italiani, e pertanto un maggiore riscontro dal punto di vista economico, rimanendo nel solco del passato, sfruttando al meglio le risorse del territorio, che non solo soltanto “fisiche”, legate alla bontà del terreno o al clima favorevole, ma anche di “concetto”, legate al tramandarsi di conoscenze e saperi ormai millenari, da rivedere e migliorare alla luce del progresso tecnologico, meccanico e commerciale.

La Sicilia è, infatti, una delle regioni di più antica tradizione viticola, come dimostrato dai numerosi reperti archeologici (ampeloliti fossili, anfore ad uso vinario, monete con figurazioni dionisiache e uvicole) e le molteplici fonti letterarie greche e latine che fanno riferimento ai rinomati vini siciliani.
Sin dall’epoca dei Fenici (dal nono al sesto secolo a.C.) il commercio di olio e vino è testimoniato dalla presenza di anfore utilizzate per il trasporto e da altre tipologie di ceramiche, quali le brocche bilobate e le coppe carenate, che costituivano i “servizi” normalmente impiegati per il consumo di vino.
Gli ultimi trent’anni possono essere considerati l’inizio della moderna storia del vino siciliano. Si assoda la capacità della Sicilia a produrre vini bianchi di qualità sia con vitigni autoctoni come Inzolia, Catarratto, Grillo, sia con vitigni alloctoni, come lo Chardonnay, Muller Turgau e Sauvignon.

Negli anni novanta inizia la sperimentazione e la produzione di vini rossi di alta qualità con il vitigno autoctono Nero d’Avola e gli alloctoni Cabernet, Merlot, Syrah, Petit Verdot e Pinot nero. Il protagonista indiscusso di tale nuovo corso è il Nero d’Avola, che anche in assemblaggio con altri vitigni internazionali riesce a caratterizzare e a marcare il vino stesso, non solo per l’aspetto cromatico, ma soprattutto perché conferisce al vino una tipicità riconducibile ai sapori mediterranei.
Michele Giuliano

Articolo pubblicato il 02 agosto 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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