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Quotidiano di Sicilia

Nel 2016 un siciliano su quattro ha rinunciato o rinviato le cure
di Serena Giovanna Grasso

Secondo il dossier Censis, nell’ultimo anno 12,2 milioni di italiani si sono sottratti alle prestazioni sanitarie per indisponibilità economica

Tags: Sanità, Sicilia



PALERMO – Cattive notizie per il sistema sanitario regionale siciliano. Secondo il settimo rapporto sulla sanità pubblica, privata e intermediata, redatto dal Centro studi investimenti sociali (Censis) e Rbm – Assicurazione salute, la nostra regione, insieme a Campania, Calabria, Basilicata e Puglia, si colloca nell’area con le peggiori performance. Infatti, proprio in Sicilia è possibile rilevare uno tra i più bassi indicatori sullo stato di salute (4 su un massimo di 10, fa peggio solo la Campania con 4), accompagnato da un altrettanto bassa spesa sanitaria pro capite (poco superiore ai 2.000 euro). Dall’altra parte della classifica troviamo la provincia autonoma di Bolzano che registra un indice di buona salute pari a 8,7 a fronte di una spesa pro capite che sfiora i 3.000 euro, Emilia Romagna, Toscana e Veneto con indici poco superiori al 7 e una spesa sanitaria pari a 2.600 euro circa.

A contraddistinguere l’Isola sono gli elevati tempi di attesa necessari ad espletare le prestazioni sanitarie: in media di parla di 67,68 giorni, il terzo valore più elevato su scala nazionale. Tempi più lunghi solo in Campania (70,04 giorni) e Lazio (82,54 giorni). Dall’altra parte della classifica ritroviamo le eccellenze settentrionali: in testa la Valle d’Aosta (21,2 giorni), Provincia autonoma di Trento (31,17), Provincia autonoma di Bolzano (31,25), Friuli Venezia Giulia (31,92) e Veneto (33,69).

Tempi così esageratamente lunghi obbligano i siciliani a ricorre alla sanità privata. Nel 2016 la spesa sanitaria privata italiana per cittadino è stata mediamente pari a 580 euro. Di tale importo, un valore medio di 503 euro pro capite è stato finanziato direttamente di tasca propria dai cittadini, mentre un ammontare medio di 77 euro pro capite è stato rimborsato da forme sanitarie integrative. Profonde differenze caratterizzano le aree territoriali: Lombardia, Veneto, Provincia autonoma di Trento e Bolzano sono le regioni in cui si spende di più (oltre 700 euro per la spesa sanitaria privata); mentre Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata e Sardegna sono le regioni in cui si spende di meno (dai 400 euro in giù).

Una minore spesa privata al Sud non significa di certo maggiore efficienza dei servizi
, al contrario è influenzata dal prodotto interno lordo estremamente più contenuto e dunque dall’indisponibilità economica a sopperire alle insufficienze pubbliche. Nelle regioni settentrionali, la spesa sanitaria privata assolve prevalentemente ad una funzione integrativa del servizio sanitario nazionale. Infatti, in presenza di indicatori medi piuttosto elevati in termini di capacità assistenziale del sistema sanitario nazionale, in quest’area geografica il ricorso alle strutture sanitarie private ha la funzione prevalente di favorire una maggiore accessibilità alle visite in funzione di diagnosi precoce. Sempre al Nord, una quota rilevante di spesa sanitarie privata è assorbita dalle cure odontoiatriche.

Al contrario, nelle regioni meridionali la spesa sanitaria privata copre prevalentemente l’area dell’ospedalizzazione, in quanto risponde a due bisogni fondamentali: la riduzione delle liste di attesa per i ricoveri e la gestione delle lungodegenze in assenza di un’adeguata organizzazione dell’assistenza a livello territoriale. In particolare, in Sicilia la spesa sanitaria privata è composta per il 38% da ospedalizzazione, per il 17% da prestazioni odontoiatriche e per il 37% da visite e controlli. Dunque, emerge con chiarezza la latitanza di una governance sulla spesa sanitaria privata che caratterizza l’accesso del cittadino alle cure che si trova a dover finanziare privatamente. È evidente come l’accesso alla sanità privata dipende fortemente dalla capacità reddituale del cittadino e dunque dalla capacità di autofinanziare le esigenze sanitarie.

Prestazioni sanitarie inefficienti unite a redditi bassi restituiscono come risultato la rinuncia alle cure
. Nel 2016 sono stati 12,2 milioni gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare alle prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagare di tasca propria i servizi (non si tratta di persone che hanno rinunciato del tutto a curarsi, ma di cittadini che sono stati costretti per motivi economici a rinunciare ad almeno una prestazione sanitaria che era stata prescritta loro come necessaria a livello medico). Ben 1,3 milioni di siciliani hanno rinunciato alle cure (ovvero il 26% dei siciliani). Un numero maggiore di rinunce si conta solo in Campania (1,6 milioni) e Lazio (1,8 milioni).

Articolo pubblicato il 08 agosto 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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