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Dissesto idrogeologico, un manifesto degli Ordini dei geologi dopo i fatti di Messina
Le riflessioni dei Consigli riuniti a Scaletta Zanclea sui recenti disastri che hanno colpito l’Isola e altre zone d’Italia. “Ereditiamo troppi guasti del passato, ma abbiamo la preparazione scientifica per rimediare”

Tags: Nubifragio, Messina, Giampilieri, Scaletta Zanclea



MESSINA -  Il Consiglio Nazionale dei Geologi con i presidenti degli Ordini Regionali dei Geologi di Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, riuniti a Scaletta Zanclea (Me), mentre rinnovano il cordoglio per le vittime dell’alluvione del 1 ottobre scorso e la solidarietà per tutte le comunità coinvolte in quei tragici avvenimenti, estendendo questi stessi sentimenti anche alla popolazione di Ischia che qualche settimana dopo ha subìto le stesse devastazioni e gli stessi lutti, sentono il dovere di ritornare su un argomento che in Italia torna all’ordine del giorno solo nel momento in cui accadono i disastri: quello del dissesto e del rischio idrogeologico, che è stato recentemente oggetto delle considerazioni del Presidente della Repubblica, il quale ha affermato che “la politica deve dare «precedenza assoluta» agli investimenti contro il dissesto idrogeologico e di fronte ai cambiamenti climatici impegnarsi ad un maggior «rigore» sulle costruzioni in zone a rischio”.

Noi sappiamo che si definiscono dissesti idrogeologici “quei processi che vanno dai processi erosivi superficiali, alle forme più consistenti che comportano la degradazione superficiale e sotterranea dei versanti, fino alle forme imponenti, gravi e complesse delle frane e delle colate gravitative, comprendendo anche fenomeni come alluvioni e valanghe”. Le cause del dissesto idrogeologico devono essere ricercate prima di tutto nella fragilità del territorio e nella modificazione radicale degli equilibri idrogeologici lungo i corsi d’acqua e sui fianchi vallivi, non ultimo per importanza nella mancanza d’interventi manutentori soprattutto nelle aree collinari e montane lasciate in abbandono, dove non si esercitano più le tradizionali attività agricole e forestali e di corretta gestione del reticolo idrografico minore.

La superficie nazionale interessata da rischi idrogeologici legati a frane e alluvioni è pari ad oltre il 7% del totale, ovvero oltre 21.000 Kmq. I comuni a rischio di alluvioni e frane sono ben oltre 5.500, il 70% del totale. Vi sono regioni come la Calabria, Umbria, Valle d’Aosta in cui il 100% dei comuni è a rischio, ed altre come la Lombardia, la Toscana e le Marche, in cui i comuni a rischio sono compresi tra il 98 ed il 99%. L’esposizione al rischio di frane e alluvioni è quindi molto elevata e costituisce un problema di grande rilevanza sociale ed economica, sia per il numero di vittime che per i danni prodotti alle abitazioni, alle industrie ed alle infrastrutture.

Nella nostra Italia quindi il dissesto idrogeologico è in parte legato alla naturale evoluzione del rilievo, essendo il nostro un paese geologicamente molto giovane e fragile, e in parte frutto di decenni di sistematico maltrattamento del territorio. Valutare il rischio idrogeologico non può prescindere dalla conoscenza del territorio e dalla sua naturale trasformazione con particolare riferimento a tutta la dinamica d’ordine geomorfologico sia naturale che indotta.
Sentiamo il dovere di segnalare alle autorità competenti:

1) Il Paese e la collettività non possono fare a meno di geologi preparati che sappiano risolvere le emergenze ma sopratutto che siano messi in condizione di poter concorrere in modo non effimero alla programmazione e gestione del territorio. Esiste un problema d’ordine culturale ovvero di preparazione di tecnici competenti che siano in grado di leggere il territorio e la sua storia naturale ma che sappiano anche delle leggi che inesorabilmente, ma costantemente, modellano tutte le terre emerse e sulle basi di tali conoscenze siano capaci di dare risposte e soluzioni adeguate.
Non possiamo tacere che la grande, storica tradizione di numerosi dipartimenti universitari di Scienze della Terra è oggi fortemente compromessa non solo dalla cronica mancanza di finanziamenti, ma anche dalla progressiva riduzione delle immatricolazioni, che forse avrebbe potuto essere risolta con l’estensione dei benefici di cui al decreto Ministeriale 12 Gennaio 2005; così come non possiamo non rilevare come poche siano le sedi che hanno approfittato delle riforme succedutesi nel frattempo per implementare la preparazione applicativa degli studenti.

2) Esiste un problema di utilizzo appropriato delle competenze. Ancora oggi la maggioranza  dei Dipartimenti per la Difesa del Suolo e delle Coste, sia comunali e provinciali, laddove esistono, sia regionali e nazionali, sono spesso appannaggio di professionalità che nulla hanno a che fare con una formazione e preparazione culturale che fa capo alle complesse discipline delle Scienze della Terra. Esiste perciò un problema culturale, ma anche di sensibilità che solo chi ha un curriculum di studi adeguato può efficacemente mettere in campo a servizio della conoscenza, della prevenzione e della riduzione dei rischi geologici, a partire dalle primissime fasi dell’emergenza, ma anche della post emergenza.
 
È doloroso constatare come le riserve e gli ostracismi sulle figure di tecnici preparati e competenti nelle Scienze della Terra, che pure esistono, provengano in massima parte dai livelli centrali dello Stato, dalle stesse Regioni e da numerosissime amministrazioni pubbliche.

È giunto il tempo in cui la geologia stia di diritto alla pari con altre professioni tecniche, perché questo non solo discende da leggi e regolamenti nazionali o regionali troppo spesso dimenticate e disattese, ma anche perché la necessità di mettere a frutto queste conoscenze è andata maturando nella coscienza dei popoli e delle collettività. La gente sa che la salvaguardia e la conservazione del paesaggio, dell’ambiente e del territorio infatti, non possono essere concretamente e validamente perseguite senza la conoscenza degli eventi geologici che quel territorio hanno creato e senza conoscere le dinamiche che costantemente ed inesorabilmente lo trasformano. E se ormai a tutti i livelli pare acquisito il concetto politico di sviluppo sostenibile, cionondimeno ancora in moltissime realtà locali esso rimane semplice intendimento anziché tramutarsi in pratica quotidiana.

Il geologo è l’unico tecnico in grado di “leggere” il territorio nella sua complessità, con una visione di sistema: ne riconosce le terre e le rocce, dalla più antica alla più recente, individua gli ambienti di formazione e le forze che le trasportano, le accumulano e le trasformano, che vede bacini marini dove oggi ci sono plaghe collinari e alte montagne forgiate dalla dinamica fluviale e di versante, che individua la fluttuazione delle linee di costa, che studia con attenzione i sistemi vulcanici, che riconosce e studia le forze che incessantemente trasformano le superfici emerse e colmano le depressioni marine o continentali, che studia e che sa dei moti di filtrazione delle acque sotterranee, che conosce l’andamento e la diffusione di quelle superficiali, che sa che le condizioni geologico-stratigrafiche e tettoniche locali condizionano in modo evidente la stessa energia sismica, che sa che i tempi geologici non sono, né saranno mai, paragonabili a quelli umani.

La comunità geologica italiana ed internazionale si ritrova nel dovere di dire:
a) come rimediare ai guasti commessi in passato;
b) fino a che punto dobbiamo accettare di spingere “il governo del territorio” avendo come unico metro di giudizio quello della soddisfazione dei bisogni dell’uomo.

Il geologo, per formazione culturale ed esperienza professionale maturata sul campo da molti decenni, è indiscutibilmente uno dei pochi professionisti e specialisti con preparazione scientifica e tecnica in grado di formulare non solo analisi complete su sistemi complessi, ma anche in grado di suggerire le risposte, pianificando e progettando le soluzioni “sostenibili” necessarie affinché le politiche nazionali ed internazionali si basino su una visione complessiva ed integrata tra protezione ambientale, sviluppo economico, salvaguardia del territorio, corretto utilizzo delle risorse e tutela degli interessi sociali.

Articolo pubblicato il 22 dicembre 2009 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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