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Condanna per la banca che resiste in giudizio con malafede o colpa grave
di Redazione in collaborazione con Ass. Famiglia Indifesa

Esemplare sentenza contro Unicredit Spa



Può costare caro non arrendersi all’evidenza.
Ne sa qualcosa la Banca Unicredit, che si ritrova suo malgrado a fare i conti con la legge (e la sua applicazione) che, almeno a volte, è davvero “uguale per tutti”.
Accadeva infatti che la ditta in questione, titolare di un conto corrente acceso presso la Unicredit S.p.A., fosse morosa. Per questo motivo la banca chiedeva e otteneva un decreto ingiuntivo che condannava la ditta a pagare la somma di 91mila euro, derivanti da uno scoperto di conto di poco inferiore a 50mila euro.
La ditta in questione tuttavia, convinta che la somma non fosse dovuta, decide di fare opposizione al decreto ingiuntivo, chiedendo l’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio che rideterminasse il vero debito.
Ma la perizia fa di più. Non solo stabilisce che la ditta nulla deve alla banca, ma, anzi, è persino creditrice nei confronti dell’istituto di 124mila euro, cifra dovuta anche per l’effetto di anatocismo bancario applicato imprudentemente dalla Banca nel corso del rapporto.
Ma neanche tale circostanza induce l’Unicredit Spa a desistere e fare un passo indietro. E nonostante la perizia schiacciante, si mostra non disposta a transigere e prosegue la causa.
Il risultato, dopo un causa lunga ben 4 anni, è una sonora condanna per lite temeraria, la sanzione prevista nel nostro ordinamento giuridico per chi agisce in giudizio con mala fede o colpa grave. Per il giudice, dott.ssa Cecilia Marino, l’istituto di credito è infatti colpevole di non essersi reso “disponibile ad alcuna conciliazione, nonostante l’esito della causa”, come si legge nella sentenza n. 5795 pubblicata lo scorso 30 novembre.
Il giudice quindi revoca il decreto ingiuntivo ottenuto dalla Banca, stabilisce che il saldo del conto corrente è positivo per 124mila euro, e condanna Unicredit per lite temeraria (30mila euro) oltre al pagamento delle spese legali (più di 25mila euro).
Ciò che rileva maggiormente in questa vicenda è il valore simbolico della condanna della Banca, volta a sanzionare una condotta ben lontana dai criteri di “correttezza, lealtà e trasparenza” che invece dovrebbero essere alla base del rapporto fra la banca e il cliente.
Un fatto grave in un momento storico caratterizzato da livelli di fiducia dei cittadini nelle banche ai minimi storici.

Articolo pubblicato il 26 agosto 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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