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Così la Regione siciliana affonda l'export
di Chiara Borzì

Ice-Istat: nel 2016 in Sicilia zero incentivi per internazionalizzare le imprese mentre il Trentino investe 37 mln di euro. Previsioni 2017 (7 mld €) in calo rispetto al 2016 (-17%). Lombardia leader con 112mld

Tags: Export, Economia, Sicilia, Petrolio, Chimica



CATANIA - Osservando gli ultimi dati del rapporto Ice - Istat 2017 è chiara la difficoltà della Sicilia nella commercializzazione dei propri prodotti con l’estero. La scia negativa caratterizza gli ultimi tre anni almeno, previsioni per il 2017 comprese. Nel passaggio dal 2015 al 2016 il guadagno dall’export è sceso, passando da 9,6 mld a 8,5 mld e nelle previsioni del 2017 si segnala l’ennesimo brusco calo: da 8,5 mld ad appena 7 mld per l’anno in corso. Appare lontanissimo l’ottimo dato del 2012, quando la Sicilia guadagnava dall’export 12 miliardi di euro. Il dato stimato per l’esportazione regionale 2017 si avvicina, seppure non tantissimo, alle previsioni fatte per la Puglia, che a differenza della Sicilia è comunque vicina ad abbracciare ben 8 miliardi di guadagni stagionali.

Anche la Puglia ha fatto registrare cali per i tre anni considerati (2015, 2016 e stima 2017), ma si mantiene stabile tra gli 8,1 miliardi e i 7,9 previsti a chiusura di quest’anno. Gode di “salute migliore” l’export della Campania, regione del Sud ma in crescita e con guadagni stabili sui 9 miliardi (prossimi ad avvicinarsi ai 10 nel 2017). Tutta la capacità di vendere all’estero del Meridione d’Italia è racchiusa nei 31,5 miliardi che il rapporto Ice-Istat ha contato come guadagni per il 2016, un profitto scarso se si pensa che la Toscana nel 2015 ha guadagnato da sola circa lo stesso importo di quasi tutto il Mezzogiorno (32,3 miliardi di euro). Infatti, è l’Italia del Centro e quella del Nord, Est e Ovest,  a garantirsi volumi di export dai profitti importanti ed una sola regione in particolare fa da traino: la Lombardia.

Nel 2015 Milano e dintorni hanno attratto 109 miliardi in export, nel 2016 111,3 miliardi e le previsioni del 2017 parlano di una crescita fino a 112,2 miliardi. La Lombardia supera il Veneto, seconda regione italiana che si distingue per attività esportativa grazie ad una differenza di profitti di oltre mezzo miliardo in più. Nonostante la crescita il Veneto ha messo in cassa 54,6 miliardi nel 2015, 57,5 miliardi nel 2016 e 58,3 miliardi in previsione nel 2017.

Stando a questi numeri, che appeal potrebbe avere cosi il Mezzogiorno? La risposta orientata al negativo è facile da dare leggendo i dati disponibili. Gli investimenti che dall’estero sono diretti nel Sud e le Isole sono inferiori per circa 200 miliardi rispetto quelli destinati al Nord (7.024 contro 230.740). Ad intervenire per invertire il trend dovrebbero essere le amministrazioni regionali, ma almeno per quel che riguarda la Sicilia le speranze a riguardo sono praticamente inesistenti.

Stando ancora ai dati diffusi da Istat con Ice, nel 2016 la Regione Sicilia non ha promosso alcuna attività a sostegno dell’internazionalizzazione. Zero euro resi disponibili tramite incentivi economici, zero iniziative in attività diretta (fiere, workshop, etc), solo nel 2015 sono stati in disponibilità degli esportatori locali 17,5 milioni di euro e meno di un milione sono stati concessi nel 2014.
“Dall’analisi dei dati aggregati – si legge nell’annuario - si evidenzia come nelle regioni del Mezzogiorno la spesa a favore dell’internazionalizzazione abbia subito una contrazione passando da 36,1 milioni di euro nel 2015 a 13,5 milione nel 2016, con erogazioni quasi pari a zero in Sicilia, dove nei primi mesi del 2017 si è registrata tuttavia una ripresa”.

Tornando ad analizzare l’export siciliano, sono solo due le province che svettano sulle altre: Siracusa e Catania. Nelle previsioni 2017 la provincia aretusea garantirà meno di 4 miliardi di guadagni, 2,4 miliardi meno che nel 2015, 1,3 miliardi meno rispetto il 2016. Catania si dimostra stabile nelle esportazioni, ma ferma a circa 1 miliardo di guadagno annuo nelle ultime 3 stagioni. Napoli guadagna stabilmente 5 miliardi d’introiti in esportazioni annui, fatto che chiarisce ancora una volta le differenze tra i due territori in questo comparto.

Raffinazione, prodotti agroalimentari e commercio all’estero di alimenti e bavande sono i principali business della Sicilia, ma solo nell’export dei prodotti raffinati si registra l’ormai noto primato siciliano in Italia.
 

 
Sicilia e petrolio restano un binomio vincente
 
CATANIA – Sicilia e petrolio sono ancora un binomio vincente nell’export. La crisi e le cronache hanno piegato il rapporto tra il territorio isolano e la raffinazione, ma non lo hanno interrotto. Secondo i dati previsionali del rapporto Ice-Istat 2017, lo scorso anno la Sicilia ha incassato quasi 3 miliardi e 800 mila euro dall’export di cook e prodotti petroliferi raffinati. è il valore in export più alto d’Italia. Tuttavia nel confronto con il 2015 ha perso ben 2 miliardi in un anno solo, a sua volta la quota che nel 2015 si erasi evidenzia come nelle regioni del Mezzogiorno la spesa a favore dell’internazionalizzazione abbia subito una contrazione passando da 36,1 miliardi di euro nel 2015 a 13,5 miliardi nel 2016, con erogazioni quasi pari a zero in Sicilia, dove nei primi mesi del 2017 si è registrata tuttavia una ripresa stabilizzata a 5 miliardi di euro è scesa di un miliardo e mezzo di euro in uno anno, perché pari a 6,5 miliardi di euro nel 2014. Secondo gli ultimi dati disponibili la Sicilia avrebbe perso circa 3,7 miliardi di euro in esportazioni di petrolio in 3 anni.
Come accennato, il rovescio della medaglia consiste nel vedere sopravvivere un circolo di esportazioni che rappresenta ancora, nonostante i numeri in vertiginoso calo, il primo riferimento in Italia.
Secondo gli ultimi dati disponibili, la Sicilia occupa lo 0,29% dell’export petrolifero mondiale e tutto sommato i dati negativi degli ultimi anni appaiono in linea con la tendenza internazionale di riduzione del valore medio delle esportazioni di prodotti raffinati. Dal 2014 al 2016 il v.m (valore medio) si è dimezzato di oltre 3 miliardi passando da quasi 10 miliardi (2014) a circa 6,5 miliardi (2016).
Nessuna regione esporta petrolio come la Sicilia, eppure sembra non esserci un sufficiente ritorno positivo sul territorio. Succede piuttosto l’opposto: è il territorio che paga un prezzo per il primato. A riguardo la cronaca è recente. Lo scorso 21 luglio il gip di Siracusa ha disposto il sequestro preventivo dello stabilimento Esso e gli stabilimenti Isab Nord e Sud del polo petrolchimico di Priolo. è uno degli impianti più importanti d’Europa. Un pool di sostituti, coordinati dal capo della Procura Francesco Paolo Giordano, al termine di un’indagine scattata oltre un anno fa, ha accertato un “significativo contributo al peggioramento della qualità dell’aria dovuto alle emissioni degli impianti”.
 

 
Siracusa: Pomodoro di Pachino e Limone Igp prodotti top
 
SIRACUSA – Tra tutte le province siciliane Siracusa rappresenta la più vocata all’esportazione, da sola alimenta il 56% del mercato siciliano. Ha un chiaro peso specifico l’export petrolifero, ma anche l’agroalimentare fa la sua parte.
La vendita all’estero dei prodotti legati al comparto agricolo alimentare è di fondamentale importanza e proprio la provincia aretusea contribuisce alla crescita dei volumi di export attraverso la commercializzazione di due prodotti Igp: il pomodorino di Pachino e il limone di Siracusa. Merci abbastanza differenti, sia per posizionamento nel mercato che per approccio ai mercati stessi.
“Il mercato del pomodorino Igp di Pachino vive delle importanti difficoltà, ma andiamo avanti – ha dichiarato il direttore e fondatore del Consorzio Pomodorino di Pachino Igp Salvatore Chiaramida -. Il nostro prodotto non ha volumi di esportazione importantissimi, ma si affaccia a mercati come Germania, Svizzera e Francia. Il grosso del commercio avviene ancora principalmente dentro il territorio, in generale i guadagni sono stati in tutti questi anni sempre inferiori ai 10 miliardi di euro. Il pomodoro di Pachino paga lo scotto degli accordi di libero scambio approvati dall’Ue ad esempio con il Marocco, territorio da cui entrano prodotti con cui non possiamo competere perché meno costosi e più convenienti, per via dell’utilizzo di manodopera a basso costo”. Per incentivare la commercializzazione del pomodorino di Pachino Igp il consorzio sta attualmente utilizzano la misura 3.2 del Psr 2014-2020, dove è prevista l’erogazione di finanziamenti sia a fondo perduto, che al 70-75% a pieno carico dell’Europa”.
I tempi sono migliori per il Limone Igp di Siracusa.
“Non tutti gli agrumi siciliani stanno attraversando una fase di espansione – ha spiegato il direttore del Consorzio del Limone Igp Di Siracusa Gianluca Agati -. Noi siamo fortunati per ora, ma non bisogna crogiolarsi. Rispetto al 2011 siamo passati da soli 40 produttori agli odierni 200”. Dietro la commercializzazione del Limone di Siracusa Igp sta un approccio preciso all’attività internazionale. “Il nostro consorzio guardia alla Spagna come un partner e non come un mercato con cui competere. Insieme potremmo dialogare direttamente con Bruxelles per utilizzare fondi esistenti ed accessibili bypassando i tempi burocratici delle singole regioni. Potrebbe esserci una comunione di vedute sul metodo attraverso cui approcciarci al consumatore europeo e a quelle azioni che la Commissione Europea per l’Agricoltura mette a disposizione per i consorzi europei di produttori”.

Articolo pubblicato il 06 settembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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