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Accesso e carriera dei medici, è arrivata l'ora di cambiare
di Redazione in collaborazione con Cimo

Gli specializzandi vanno inquadrati all’interno del Sistema sanitario nazionale

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A 25 anni dalla 502/92 ed a 18 dalla 229/99 lo stato giuridico del medico necessita urgentemente di un aggiornamento ai nuovi bisogni di salute ed ai modelli organizzativi che ne derivano.
Il Ministro della Salute si era fatta carico di inserire nel Patto per la Salute l’art. 22 che prevedeva un ddl delega per modificare formazione, accesso, carriera dei medici e della dirigenza sanitaria.

Il percorso però, dopo mesi di trattative, è stato interrotto nel luglio 2016 dalle posizioni inconciliabili tra Miur e Regioni sulle modalità dell’accesso al SSN, con la conseguenza di affossare tutto, anche le questioni ampiamente condivise da tutti.
Il tutto a conferma che la Sanità non può continuare ad essere nelle competenze di troppi attori (Miur, Funzione pubblica, Salute e Regioni) senza un coordinamento unitario e forte da parte del Ministero, a cui è affidato di garantire la tutela della salute prevista dall’art. 32 della Costituzione.

I limiti di un sistema aziendalistico, che ha mutuato il peggio da logiche industriali dalle quali derivano anche i ripetuti tentativi delle Regioni di misurare fabbisogno ed attività medica attraverso tempari, sono diventati evidenti con la crisi economica che ha introdotto norme restrittive. Dopo anni di spese senza controllo, i tagli ai finanziamenti che sono seguiti hanno prodotto, per quanto riguarda i medici, la frustrazione per l’assenza di una prospettiva di sviluppo professionale e carichi di lavoro sempre più onerosi negli strutturati, e l’abuso massiccio di contratti “atipici”, eufemismo tutto italiano per non usare il termine di illegittimi (la normativa infatti ne esclude l’utilizzo per coprire le carenze organiche).

La questione del precariato è stata fino ad oggi affrontata con superficialità, senza una compiuta analisi delle cause che l’hanno prodotto né un serio progetto di soluzione, ma illudendo gli interessati con promesse irrealizzabili, in un momento storico molto difficile, dove la sanità subisce drammaticamente le conseguenze di una crisi economica che sembra senza fine, incidendo pesantemente sui bisogni di salute dei cittadini e sul lavoro di tutti compresi gli operatori sanitari.

Tra la fine degli anni 80 ed i primi anni 90 abbiamo assistito ad un forte incremento dei medici ospedalieri associato alla moltiplicazione delle strutture, lasciando inalterato un modello organizzativo ormai superato dall’evoluzione della medicina e dei bisogni sanitari della popolazione; nello stesso tempo si era abbandonato il percorso formativo ospedaliero introducendo per accedere al SSN l’obbligo della specializzazione, alzando così l’età di ingresso nel mondo del lavoro e non correlando il fabbisogno di specialisti e la loro preparazione alle reali necessità del SSN, ma fondandolo su dati storici e sull’offerta formativa da parte di un’Università tesa solo a difendere privilegi anacronistici.

Nello stesso tempo, si è sostituito il consolidato meccanismo di carriera, fondato su progressivi passaggi di livello conseguenti ad effettive verifiche concorsuali in un sistema di incarichi dirigenziali, mutuati dalla dirigenza della PA, ma estraneo alla realtà del lavoro in Ospedale, nel quale la progressione di carriera sarebbe dovuta avvenire attraverso la cosiddetta “graduazione delle funzioni dirigenziali” con verifiche che, nelle poche Aziende dove si sono fatte, non miravano a valutare le competenze professionali ma non meglio definiti risultati “gestionali”.

L’ideologia egualitaria del medico unico con eguale stipendio tabellare dall’ingresso alla pensione e dell’abolizione di una gerarchia di merito, ha quindi sostituito un sistema il cui difetto era la rigidità dei livelli che, una volta acquisiti, erano mantenuti senza alcuna verifica in itinere, ottenendo come unico risultato l’appiattimento economico e la demotivazione.

Nello stesso tempo, sempre in nome dell’aziendalizzazione si sono abbandonate le piante organiche a favore delle dotazioni, avulse da una corretta programmazione del fabbisogno dei medici e degli altri professionisti. Non possiamo rinviare ulteriormente.
Occorre una vera riforma strutturale: una corretta determinazione dei fabbisogni di professionisti, la certezza dei percorsi formativi associata ad una riforma delle specializzazioni, nuove modalità di accesso al Ssn e di carriera.

È necessario, infatti, definire il fabbisogno di medici e specialisti nel SSN affrontando con concretezza il problema delle competenze delle professioni sanitarie e correlandolo con gli standard ed i modelli organizzativi di cui al DM 70/15, in quanto questi determinano le dotazioni organiche necessarie, ma le scelte condizionate dalla bassa politica e la mancanza di investimenti delle regioni, che troppo spesso trovano alleati in logiche corporative e nella scarsa vision dei mutamenti assistenziali, impediscono una vera e funzionale riorganizzazione degli ospedali, delle reti ospedaliere e dell’integrazione ospedale e territorio.

CHE COSA FARE ALLORA?
In concreto l’obiettivo finale non può che essere l’inquadramento degli specializzandi all’interno del SSN, con un contratto a tempo determinato ed uno stato giuridico che ne consenta il progressivo inserimento nelle attività, in relazione alla professionalità raggiunta. Una volta conseguita la specializzazione, il medico può partecipare al concorso per accedere al SSN o scegliere altri percorsi professionali.

Resta anche il problema di trovare una soluzione che consenta un passaggio graduale a regime, senza danneggiare coloro, specialisti o non specialisti, che in questi anni non hanno avuto la possibilità di essere assunti a causa dei vari blocchi e sono stati quindi costretti a subire le varie forme di precariato o la disoccupazione. Innanzitutto occorre dare seguito alle norme vigenti (DPCM e leggi di bilancio) con il rapido espletamento di concorsi che consentano la stabilizzazione dei contratti atipici e le assunzioni necessarie al SSN.

Occorre però prevedere una soluzione transitoria per consentire a chi non ha potuto a causa dell’insipienza della politica e delle istituzioni conseguire i requisiti necessari a poter partecipare ai concorsi.

Pertanto si propone una modifica dell’attuale assetto giuridico della dirigenza medica che preveda almeno due livelli nella stessa area contrattuale:
• Al primo possono accedere, con concorso pubblico e limitatamente ad una percentuale predefinita, i medici non specialisti, nelle aree funzionali di medicina e chirurgia. In questo stesso livello saranno anche inquadrati gli specializzandi, con il contratto a tempo determinato per la durata del corso.
• Al secondo i medici specialisti, vincitori di concorso pubblico, con assegnazione alla struttura operativa propria della disciplina ed affidamento di un incarico professionale, abolendo nel contempo il cosiddetto medico in formazione, oggi inquadrato contrattualmente come incarico 27D.

Probabilmente non ci sono i tempi per risolvere il problema in questa fine di legislatura, ma occorre incominciare ad affrontarlo perché ulteriori rinvii non possono che aggravare la situazione. A tale scopo sarebbe opportuno anticipare alcune norme affinché possano essere recepite dal CCNL, che, a legislazione vigente, ha forti difficoltà a recepire correttamente i cambiamenti necessari.

Riccardo Cassi
Presidente Nazionale CIMO

Articolo pubblicato il 08 settembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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