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Quotidiano di Sicilia

Sulla Regione 9 spade di Damocle
di Rosario Battiato

Dalla depurazione all’inquinamento, tutte le procedure di infrazione aperte da Bruxelles che erediterà la nuova Giunta. Si continua a sonnecchiare: solo la discarica di Priolo è uscita dalla blacklist Ue

Tags: Regione Siciliana, Unione Europea, Sanzioni



PALERMO - Sono ancora nove le procedure di infrazione che riguardano direttamente la Regione siciliana. L'ultimo aggiornamento della segreteria generale della Presidenza della Regione, arrivato alla fine dello scorso maggio e basato sui dati del dipartimento delle Politiche europee (banca dati Eurinfra), ha confermato la stasi del sistema isolano di protezione dell'ambiente. La Sicilia non è riuscita a tirarsi fuori dalle sabbie mobili delle sue emergenze ambientali: dalla depurazione alle emissioni in aria passando per le discariche da bonificare e l'aggiornamento del piano rifiuti. E per alcune sono già scattate le sanzioni pecuniarie.

Rifiuti.
La procedura 2003/2077 riguarda la “non corretta applicazione delle direttive 75/442/CE sui 'rifiuti', 91/689/CEE sui 'rifiuti pericolosi' e 1999/31/CE sulle 'discariche'”  che comprende ancora ben 10 siti isolani, rispetto agli 11 originariamente inseriti nell'elenco degli irregolari della sentenza della Corte di Giustizia Ue che nel 2014 aveva condannato l'Italia a pagare una sanzione forfettaria da 40 milioni e una semestrale da circa 200 mila euro a sito. Nel corso degli ultimi tre anni, l'Italia ha convinto l'Ue ha tagliare dalla lista dei cattivi ben 123 discariche illegali rispetto alle 200 originarie, ma la Sicilia ha visto soltanto la riduzione di “Penisola Magnisi” a Priolo Gargallo, peraltro avvenuta la settimana scorsa. Ogni sei mesi l'Isola costa all'Italia circa 2 milioni di euro di sanzioni, senza considerare il danno ambientale di questi siti non bonificati.

Depurazione.
Ci sono ben tre procedure avviate e due di queste si trovano allo stato di sentenza, sebbene per una delle due ci sia in atto la decisione sul ricorso. Andando più in dettaglio, la procedura 2009_2034, che contesta la cattiva applicazione della direttiva 1991/271/CE relativa al trattamento delle acque reflue urbane, è già in sentenza di condanna (causa C-85/13) e la 2004_2034 (causa C-565/10) in decisione ricorso (dati eurinfra.politichecomunitarie.it) in seguito a condanna. Nel primo caso sono coinvolti 5 agglomerati siciliani su 35, nella seconda ce ne sono 51 su 80.
La terza procedura, che è la 2014/2059 per “attuazione della direttiva 1991/271/CE relativa al trattamento delle acque reflue urbane”, è ancora ferma al “parere motivato”, che è stato inviato dalla Commissione Ue all'Italia, cioè l'ultimo passo prima di arrivare, anche in questo caso, al deferimento presso la Corte e quindi al proseguimento dell'iter fino alle sanzioni per non aver assicurato l'adeguato trattamento e la raccolta delle acque in ben 758 agglomerati urbani con più di 2 mila abitanti.
Tra le 18 regioni coinvolte spicca proprio la Sicilia: 175 gli agglomerati isolani nel mirino dell'Ue. Adesso l'Italia dovrà presentare le sue osservazioni e convincere l'Ue di aver risolto i suoi problemi, ma nel caso in cui lo Stato in causa non si dovesse conformare, allora la Commissione potrà adire la Corte di giustizia dell'Ue.

Rumore.
I ritardi nella definizione degli strumenti di controllo e tutela dell'ambiente si registrano anche sul fronte del rumore. La procedura 2013/2022 contesta all'Isola la “non corretta attuazione della direttiva 2002/49/CE relativa alla determinazione e alla gestione del rumore ambientale” in riferimento alle mappe acustiche strategiche. In particolare la violazione riguarda l'agglomerato di Palermo e quello di Catania.

Qualità dell’aria.
Ampio e corposo è il capitolo della qualità dell'aria. La procedura 2014/2147 segnala la Sicilia per la “cattiva applicazione della direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità dell'aria ambiente – Superamento dei valori limite di Pm10 in Italia”. La fase è quella del parere motivato, quindi si è in attesa della risposta da parte dell'Italia. Allo stesso punto dell'iter si trova la seconda procedura, la 2015/2043, che coinvolge la violazione della medesima direttiva, anche se in questo caso non sono stati rispettati i livelli di biossido di azoto.
A confermare lo stato complicato delle emissioni in atmosfera è stato l’ultimo aggiornamento relativo alla qualità dell’aria (anno 2016) che è stato pubblicato dall’Arpa Sicilia nelle scorse settimane. In attesa del nuovo sistema di monitoraggio, con 54 nuove stazioni operative entro il 2018, restano sul tavolo tutti i dubbi, a partire dal Piano regionale di qualità dell’aria, apprezzato in Giunta ormai sei mesi fa, dopo la redazione a cura dell'Arpa, ma ancora congelato in attesa che l’assessorato dell’Ambiente conceda il via libera alla procedura di Vas.

Piani di gestione.
E sui piani si gioca evidentemente una partita durissima con Bruxelles, dal momento che l'Isola, con la procedura 2015/2165, è nel mirino dell'Ue per quanto riguarda i Piani regionali di gestione dei rifiuti, in particolare per la violazione di almeno uno fra tre articoli che riguardano la redazione, l'aggiornamento (ogni sei anni) e la comunicazione. Anche in questo caso l'ultimo capitolo del piano, quello relativo alla valorizzazione energetica, si trova all'assessorato dell'Ambiente per la procedura di Vas.

Habitat naturale.
Persino sulla salvaguardia degli habitat naturali e della flora e fauna la Sicilia riesce a farsi trovare scoperta. La procedura di infrazione 2015/2163, che è ancora alla “messa in mora”, riguarda la “mancata designazione delle zone speciali di conservazioni (Zsc) e mancata adozione delle misure di conservazione. Violazione direttiva habitat”.
 

 
Dalla lettera alle sanzioni: i passaggi della procedura
 
PALERMO – Come funziona una procedura d'infrazione? Il sistema è molto complesso, ma ci sono dei passaggi essenziali che si possono rintracciare nel trattato sul funzionamento dell'Unione europea. L'avvio di una procedura compete solo alla Commissione europea, anche se la segnalazione può arrivare da più fronti: denuncia da privati, interrogazione parlamentare oppure iniziativa propria.
Il primo approccio con una procedure di infrazione è semplice: la Commissione Ue invia una “lettera di messa in mora” allo Stato membro colpevole e apre in questo modo la fase di pre-contenzioso. Passati sessanta giorni dall'inizio, e senza aver ottenuto alcuna risposta, o dopo averne ottenuta una non sufficiente, allora l'iter può proseguire e la Commissione, a quel punto, emette un parere motivato, fissando per lo Stato un termine preciso per risolvere il proprio problema.
La fase del “parere motivato” è quella decisiva, perché più di nove volte su dieci gli Stati si adeguano e la procedura si ferma. Nel caso di resistenza, allora la Commissione può adire la Corte di Giustizia Ue che a quel punto esprime in una sentenza i termini ultimi entro cui superare la violazione.
Saltata anche questa ulteriore occasione, la Commissione può chiedere alla Corte di “comminare allo Stato membro in questione il pagamento di una penalità fin dalla prima sentenza di inadempimento”. La Corte, a questo punto, può comminare il pagamento di una somma forfettaria o di una penalità fino alla chiusura della procedura.

Articolo pubblicato il 13 settembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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