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Economia: in otto anni al Sud meno 11,3% del Pil
di Emilio Brucato

Dal 2008 al 2016 il Meridione ha subito una perdita maggiore del Centro Nord, che scende del 5,8%. A dirlo uno studio sul sistema produttivo meridionale pubblicato sui quaderni Svimez

Tags: Economia, Sicilia, Pil



PALERMO - Dal 2008 al 2016 il Sud Italia ha subito una perdita del Pil dell’11,3% a fronte del 5,8% nel Centro Nord. La recessione ha dunque fiaccato ancora di più la già sofferente economia del Mezzogiorno ma ci sono segnali concreti che il meridione possa ancora farcela e avere un ruolo da protagonista nella ripresa economica. L’indicazione viene dalla ricerca “Successi e fallimenti del sistema produttivo meridionale”, di Armando Castronuovo, Rosario La Rosa e Maurizio Caserta, pubblicato nei quaderni Svimez. Negli anni le risorse comunitarie sono finite in mille rivoli, evidenzia lo studio, “è il simbolo più chiaro delle inefficienze politico-amministrative che si sono manifestate in larga parte nelle regioni del sud, contrassegnate da una classe dirigente che in questi anni difficili ha mostrato tutti i propri limiti”.

“Il fallimento delle politiche pubbliche e lo scarso impatto delle risorse aggiuntive sulla crescita confermano che l’esperienza della programmazione regionale non ha generato che minimi effetti di crescita endogena - si legge nella ricerca -. La Sicilia, in particolare, ha visto totalmente mancare l’obiettivo della crescita produttiva a fronte di un utilizzo di risorse comunitarie derivanti dalla programmazione regionale, erogate tra il 2000 e il 2013, di oltre 13 mld di euro”. Il Mezzogiorno, però, è una realtà complessa, con divari anche interni: “ci sono aree con presenze industriali e imprenditoriali dinamiche e competitive e zone arretrate con elevati rischi di condizionamenti ambientali e culturali, oppure aree periferiche in cui si va affermando un modello di sviluppo basato su piccole attività frutto della tradizione produttiva di quei territori e insediamenti manifatturieri di grandi dimensioni, retaggio delle politiche d’intervento straordinario”, spiegano i ricercatori.

Lo studio è stato condotto in collaborazione con le sedi siciliane di Confindustria e si è basato sull’analisi di 32 piccole e medie imprese manifatturiere. Quella che emerge è una presenza di aziende piccole, moderne e competitive che nel Mezzogiorno è sempre meno sporadica, disseminate anche in aree periferiche. Appartengono spesso ai settori tradizionali, “ma la tradizione in questo caso non rappresenta un ostacolo alla crescita anzi diventa opportunità perchè si coniuga con l’innovazione e l’avanzamento tecnologico”, dice all’Italpress Armando Castronuovo, docente di Economia e Politica dello Sviluppo dell’Università di Catania. “Siamo di fronte a un patrimonio di piccole e medie aziende, mediamente più piccole di quelle del centro nord ma dinamiche allo stesso modo e capaci di competere sui mercati internazionali. Abbiamo monitorato queste imprese per sette anni - spiega Castronuovo - dal 2007, anno d’inizio della crisi, al 2013, che viene considerato l’anno della svolta per il resto del Paese -. E abbiamo notato che seppur negli anni più difficili queste imprese si sono sviluppate anche dal punto di vista occupazionale oltre che produttivo. Sono imprese con management meridionale o locale”.

“Le piccole e medie imprese analizzate nel nostro studio rappresentano un modello che può espandersi in un contesto complicato e disomogeneo come quello meridionale”, continua Castronuovo, ma “non sono ancora così numerose da produrre effetti agglomerativi e tuttavia rappresentano un preciso segnale da cogliere, valorizzare e accompagnare, adottando politiche inclusive e effettuando consistenti investimenti in capitale fisso, per far si che una robusta crescita imprenditoriale e produttiva consenta quel riscatto civile del Sud tanto inseguito e mai raggiunto”. “Se valutiamo complessivamente il valore della produzione del settore manifatturiero del Sud ci rendiamo conto che dal punto di vista del valore aggiunto realizza molto di più rispetto anche a tanti Paesi europei, anche importanti - conclude Castronuovo -.è quindi una realtà industriale che deve essere accompagnata e dovrebbe ricevere maggiore attenzioni. Molte aziende che hanno dinamiche di crescita mediamente più elevate rispetto alla media sono aziende ben strutturate, con capacità di ricerca e sviluppo interna. Un fattore di carattere strutturale che costituisce una precisa indicazione di come il manifatturiero deve organizzarsi per avere prospettive di crescita future”.

Articolo pubblicato il 13 settembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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