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Energia dai rifiuti, Sicilia anno zero
di Rosario Battiato

In Italia 41 impianti energetici, la Regione sta a guardare mentre prolifera il “business criminale” delle discariche. Le basse percentuali di differenziata? Una balla per non fare gli energimpianti

Tags: Inceneritore, Energia, Rifiuti, Discarica, Termovalorizzatore



PALERMO – In Sicilia cresce la differenziata, ma il processo di avvio degli impianti di valorizzazione energetica è all'anno zero. Gli imprenditori interessati hanno trovato le porte ancora sbarrate e così i cittadini isolani dovranno pagare ancora a lungo il prezzo di un sistema collassato, inadeguato alle opportunità economiche ed occupazionali che l'economia circolare può offrire.  

Il compito della termovalorizzazione è decisivo per la chiusura del ciclo ed è stato ripreso lo scorso gennaio dalla Commissione europea in un testo dal titolo indicativo: “Il ruolo della termovalorizzazione nell'economia circolare”. Un concetto, quest'ultimo, che non si limita al semplice incenerimento, ma che promuove diversi processi di trattamento dei rifiuti in grado di generare energia, perché è possibile “ottimizzare il ruolo dei processi di termovalorizzazione affinché contribuiscano al conseguimento degli obiettivi previsti dalla strategia dell’Unione dell’energia e dall’accordo di Parigi”.

Non ci sono soltanto ragioni ambientali, ma anche economiche. Riutilizzo e riciclaggio dei rifiuti, spiega la Commissione, contribuiranno all’approvvigionamento di materie prime per l’industria e alla creazione di posti di lavoro in ambito locale. Nell'ultimo decennio la produzione di beni e servizi ambientali nell'Ue è cresciuta del 50% e l'occupazione collegata è salita a oltre 4 milioni di equivalenti a tempo pieno. Stime della Banca mondiale dicono che, a livello globale, nei prossimi dieci anni si prevedono investimenti per oltre 6 mila miliardi in tecnologie pulite, e di questa cifra almeno 1.600 miliardi saranno disponibili per le pmi.

In questo quadro di grande sviluppo, l'Ue sottolinea che “per poter valorizzare questo potenziale, promuovere l’innovazione ed evitare possibili perdite economiche dovute ad attivi non recuperabili, gli investimenti in nuovi impianti di trattamento dei rifiuti devono essere inseriti in una prospettiva economica circolare di lungo periodo” che deve seguire la gerarchia europea del rifiuto (articolo 4 della direttiva 2008/98/CE: prevenzione, riutilizzo, riciclaggio, recupero di altro tipo, come quello energetico, e quindi smaltimento).

I processi di termovalorizzazione avranno un ruolo determinante dal momento che sono abbastanza variegati e “comprendono operazioni di trattamento dei rifiuti molto diverse, che vanno dallo smaltimento e dal recupero al riciclaggio”. Ad esempio la digestione anaerobica determina la produzione di un biogas e di un digestato ed è considerata “riciclaggio” dalla normativa Ue, discorso diverso per l'incenerimento con scarso recupero di energia che diventa, al contrario, una forma di smaltimento. L'Ue, infatti, ricorda che la discarica o l'incenerimento con recupero nullo è “l'opzione meno favorevole ai fini della riduzione delle emissioni”.

A confermare il ruolo rivestito dalla termovalorizzazione in Europa ci sono appunto i dati di uno studio della Commissione Ue. Tra il 2010 e il 2014 la capacità di incenerimento nei 28 paesi dell’Ue (più Svizzera e Norvegia) è cresciuta del 6% arrivando fino a 81 milioni di tonnellate.

Nell'ultimo anno preso in esame il recupero di energia dai rifiuti, tramite incenerimento, co-incenerimento in forni per cemento e digestione anaerobica, ha coperto l'1,5% del consumo finale dell'Ue. Numeri che hanno un peso ambientale non indifferente: “Il trasferimento di una tonnellata di rifiuti biodegradabili dalla discarica alla digestione anaerobica - si legge nel testo della Commissione - per produrre biogas e fertilizzanti può evitare fino a due tonnellate di emissioni di CO2 equivalente”.

Le capacità di incenerimento sono condensate in alcuni Paesi dell'Ue
, non a caso quelli con gestioni più virtuose: per tre quarti si trovano in Germania, Francia, Paesi Bassi, Svezia, Italia e Regno Unito. E non tutta l'Italia è un esempio: la produzione è confinata nell'area centro settentrionale. I 41 impianti, censiti dall'Ispra nel 2015, trattano 6,1 milioni di tonnellate di rifiuti (5,1 milioni solo nel centro-nord), e il 63% del parco impiantistico (26 impianti) si trova nelle regioni settentrionali, soprattutto in Lombardia ed Emilia Romagna. In un decennio (2005/2015) il recupero dell'energia elettrica in tutta Italia è passato da 2,6 milioni di MWh a oltre 4,3 milioni e mentre la termica ha raggiunto quota 2,7 milioni di MWh (700mila nell'anno della prima rilevazione).  

Numeri che conoscono tutti. In primo luogo il Governo che con lo Sblocca Italia ha tentato di imporre la costruzione dei termovalorizzatori anche in Sicilia, salvo poi fallire miseramente dopo due anni di trattativa con la Regione.
Il governatore Crocetta, nella premessa del decreto n.587 del 30 settembre del 2016, scriveva, sulla base della gerarchia europea, che “il recupero energetico dei rifiuti rappresenta un'opzione di gestione da preferire rispetto al conferimento in discarica”. Eppure nel 2015 circa l'80% dei rifiuti urbani finiva ancora in discarica.

Gli imprenditori interessati ci sarebbero – l'assessore Contrafatto ha dichiarato al QdS la presenza di richieste di autorizzazione per la realizzazione degli impianti –, ma a causa dello stallo sul piano rifiuti, ancora all'esame dell'assessorato Territorio e ambiente per la valutazione ambientale strategica (Vas), tutto resta bloccato. Non regge nemmeno la scusa delle basse  percentuali di differenziata - secondo le ultime stime sarebbe comunque intorno al 20% in Sicilia (rispetto al 12% dell'ultima rilevazione Ispra) - perché i sei impianti ipotizzati potrebbero essere tarati sulle esigenze del momento.
 


Intervista del QdS a Umberto Arena, ordinario di impianti chimici all’Università della Campania
“La Sicilia è in una condizione prossima a un tempo zero”
 
PALERMO – Umberto Arena, ingegnere chimico e dottore di ricerca in ingegneria chimica, è professore ordinario di impianti chimici all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”. Ha svolto attività didattica all'estero come visiting professor alla School of mechanical engineering della Tongji university di Shanghai ed è associate editor della rivista Waste management (Elsevier) per la quale ha anche curato negli ultimi anni alcuni numeri speciali sui trattamenti termici di combustione, gassificazione e pirolisi di rifiuti.

A suo avviso quanto tempo e quanto impegno ci vorranno per vedere rispettata anche in Sicilia la gerarchia europea del rifiuto?
“È difficile fare una previsione temporale, anche perché la Sicilia è in una condizione prossima a quella di un 'tempo zero'. Questo aspetto è importante, perché le scelte fatte adesso influenzeranno le gestioni di molti anni futuri, ed anche perché la regione può fare tesoro delle esperienze virtuose sia europee che italiane. E quindi la Sicilia con scelte attente può ottenere risultati notevoli in tempi relativamente brevi.
L’importante è convincersi che non esiste una soluzione unica, una ricetta magica che risolva il problema senza impegni seri dei cittadini e delle istituzioni. Non esiste cioè una opzione di gestione (riciclo, trattamento biologico, trattamento termico) che possa risolvere da sola il problema di una corretta gestione. Ogni opzione è necessaria (cioè non se ne può fare a meno) ma non sufficiente (cioè da sola non consente una soluzione corretta del problema).
Le principali realtà nazionali ed internazionali che vantano sistemi di gestione sostenibili (dal punto di vista ambientale, economico e sociale) dimostrano che la soluzione 'rifiuti zero' è un'utopia (sicuramente meritevole di essere considerata un ideale riferimento, senza però ridurla a mero slogan di facile presa) mentre l'obiettivo 'discarica zero' è raggiungibile con l’ausilio di scelte equilibrate e sostenibili”.

Nei giorni scorsi la Regione siciliana ha diffuso i dati di crescita della rd nel primo quadrimestre del 2017, ma siamo ancora distanti dall'avere un'impiantistica in grado di avviare la filiera del riciclo. Quale destino ci attende se non si cambia strada?
“Il destino dello scenario 'do nothing' è quello della soluzione semplice, ma drammatica dal punto di vista ambientale (per noi e per i nostri figli), di solo discarica oppure di solo trasporto in nave presso altri Paesi europei. È una situazione che andrebbe a solo danno dei cittadini, anche dal punto di vista economico.
Un’informazione corretta sull’impiantistica (quella di selezione della Rd, di riciclo delle frazioni secche e dei Raee, dei trattamenti biologici e termici) aiuterebbe a condividere con i cittadini le scelte. Un cittadino collabora se è consapevole ed è consapevole quando è informato in maniera corretta, cioè su basi scientifiche (con dati di organismi internazionali) in modo che si possa ragionare sulle conoscenze vere e non sulle percezioni emotive”.

Quali sono i numeri più recenti in materia di emissioni della termovalorizzazione del rifiuto?

“Negli ultimi venti anni, a seguito dei notevoli miglioramenti delle prestazioni ambientali ed energetiche, la termovalorizzazione del rifiuto residuale alla raccolta differenziata è divenuta una delle componenti essenziali di una gestione integrata e sostenibile dei rifiuti urbani, perché presenta una serie di vantaggi rilevanti: riduzione del rifiuto per circa il 70-80% in peso e l'80-90% in volume; distruzione dei diversi contaminanti che possono essere presenti nel rifiuto; recupero dei metalli (ferrosi e non) contenuti nelle ceneri di fondo; valorizzazione sostenibile dell'energia del rifiuto, che, grazie ai limiti di emissione molto più severi, consente sensibili risparmi di emissioni rispetto ad altre fonti di energia. Quest'ultimo aspetto è sicuramente poco noto. Esiste ancora una diffusa convinzione che i termovalorizzatori comportino gravi conseguenze per l'ambiente e la salute umana. Nella realtà, le prestazioni ambientali dei moderni impianti di termovalorizzazione, che devono rispettare i nuovi limiti di emissione inferiori di ordini di grandezza a quelli di diversi anni fa, sono tanto migliorate negli ultimi 15 anni da essere valutate pari a quelle di un'industria di media dimensione. Esistono molti studi di istituzioni governative che garantiscono sull’inesistenza di alcun effetto sulla salute umana, cosa che non si può invece affermare per molte discariche, anche discretamente gestite”.
 

 
Come strutturare un ciclo di gestione che funzioni?
 
“A valle di politiche adeguate di riduzione della quantità e pericolosità dei rifiuti, un sistema adeguato deve prevedere:
A. Separazione alla fonte (domestica), che deve avvenire informando bene e continuamente i cittadini. Questi ultimi collaboreranno sicuramente (l’esempio della Campania che è divenuta una delle regioni più virtuose di Italia dopo l’emergenza rifiuti) e bene se vedranno una gestione efficiente del materiale da loro separato da parte delle istituzioni;
B. Raccolta differenziata di quantità e qualità, fortemente collegata alla separazione domestica ma dipendente anche dalla efficienza del sistema di raccolta. è uno stadio preliminare imprescindibile per preparare il rifiuto ad una combinazione equilibrata di opzioni di gestione;
C. Filiera del riciclo della frazione secca da raccolta differenziata (vetro, carta e cartone, legno, plastiche, metalli, Raee, oli usati) e di quelle frazioni di rifiuti speciali (come i prodotti del trattamento dei rifiuti da costruzione e demolizione) che hanno tecnologie di rilavorazione affidabili e un mercato reale;
D. Trattamenti biologici della frazione umida organica da raccolta differenziata di rifiuti urbani, principalmente con moderni sistemi di digestione anaerobica;
E. Trattamenti termici del rifiuto urbano residuale alla raccolta differenziata (e anche degli scarti combustibili delle filiere del riciclo di carta e plastica) in impianti di ultima generazione;
F. Trattamenti specifici dei vari tipi di rifiuto industriale, la cui quantità e pericolosità è ben più alta di quella dei rifiuti urbani;
G. Smaltimento definitivo in discarica solo di rifiuti non biodegradabili, quali i residui del riciclo e dei diversi trattamenti (termici, biologici, chimico-fisici)”.

Articolo pubblicato il 23 settembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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