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Gli indici dÂ’industrializzazione erano alla pari tra Nord e Sud
di Angela Carrubba

Analisi dei dati pubblicati dalla Rivista di politica economica di Marzo-Aprile 2007. Il dualismo “tradizionale” è un fenomeno relativamente recente

Tags: Pil, Sud, Economia



PALERMO – Che il divario Nord-Sud in Italia si sviluppi dopo l’Unità e che il fallimento dello sviluppo economico omogeneo sia collegato al fallimento più generale degl’interventi massicci del secondo dopoguerra, è confermato dalle stime della produzione industriale regionale, misurate dal valore aggiunto a prezzi 1911. Le cifre evidenziano un aumento della produzione industriale dal 1871 al 1911, ed anche in ogni intervallo intercensuario, in tutte le regioni (con l’unica eccezione della Basilicata, dove si verifica una stasi tra 1881 e 1901): non si evidenziano, nel Mezzogiorno post-unitario, fenomeni di deindustrializzazione. I dati sono contenuti nel saggio di Stefano Fenoaltea, professore di Economia all’Università “Tor Vergata” di Roma, e pubblicati nel numero di Marzo-Aprile 2007 della Rivista di politica economica.

Fenoaltea scrive che “La differenziazione regionale dalla quale emerge il dualismo “tradizionale” sembra  alla vigilia della Grande Guerra, un fenomeno relativamente recente; non risulta già avviato, se non assai debolmente, nei primi decenni post-unitari. Rafforza questa conclusione l’analisi degli indici dell’industrializzazione relativa. Questi sono calcolati dividendo le quote regionali della produzione industriale per le corrispondenti quote della forza lavoro maschile e sono pertanto numeri puri, interpretabili come indici di concentrazione, che rivelano appunto l’industrializzazione relativa, depurata dagli effetti delle diverse dimensioni delle varie economie regionali”.

Nel 1911, tali indici mettono in risalto il triangolo industriale, e l’arretratezza meridionale: sono infatti pari a 1,3-1,6 in Piemonte, Liguria e Lombardia, a 0,5-0,7 nelle regioni del Mezzogiorno. Nel 1871 tali indici rivelano una mappa industriale assai diversa: del nostro triangolo industriale spicca infatti nel 1871 la sola Lombardia, con un indice pari quasi a 1,4. Gli indici del Piemonte e della Liguria sono vicini alla media nazionale, non diversi da quelli del Veneto, della Toscana, del Lazio, della Campania, della Sicilia; nettamente sotto la media si trovano l’Emilia, le Marche, l’Umbria, gli Abruzzi, le Puglie, la Basilicata, la Calabria e la Sardegna.
Il divario per noi tradizionale era nel 1911 sostanzialmente nuovo: il divario storico, ereditato con l’Unificazione, era più tra Ponente e Levante che tra Settentrione e Meridione.

Lo studioso continua dicendo che “L’evoluzione successiva del divario regionale – scrive Fenoaltea –sembra legata al progresso tecnico, alla diffusione delle fabbriche, al declino delle manifatture tradizionali, artigianali. L’ubicazione della fabbrica segue infatti una logica diversa: perde importanza il contatto diretto con i consumatori, anche perché la fabbrica produce inevitabilmente per un mercato più ampio di quello strettamente locale (…). Conforta questa ipotesi il caso specifico dell’industria tessile. All’Unità l’industria tessile campana era paragonabile a quella piemontese, e nettamente superata solo da quella lombarda. (...) Se fosse stata ben presente nella storiografia del dopoguerra la consapevolezza che la crescita dell’economia, dell’occupazione nelle diverse regioni italiane non era affatto (stata) legata alla crescita industriale, non sarebbe stata diversa, meno monomaniacalmente mirata allo sviluppo industriale, la politica meridionalista?”.

Articolo pubblicato il 24 dicembre 2009 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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