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Quotidiano di Sicilia

Del Turco e Penati, due flop dei Pm
di Carlo Alberto Tregua

I pasticci della malagiustizia

Tags: Giustizia



Ottaviano Del Turco, ex Presidente della Regione Abruzzo, è stato arrestato il 14 luglio 2008 nell’ambito dell’inchiesta sulla Sanitopoli abruzzese e dopo 9 anni di gogna mediatica e di processi, è stato assolto dalla Corte d’Appello di Perugia perché il fatto non sussiste. Filippo Penati, imputato, dopo 6 anni di processi, è stato assolto dalla Corte d’Appello di Milano, come pubblicato in altra pagina.
È grave che i cittadini che occupano cariche istituzionali e che, quindi, sono esposti al controllo dell’opinione pubblica, vengano distrutti da inchieste che i magistrati giudicanti ritengono prive di fondamento e che pertanto si concludono con assoluzioni.
L’assoluzione di un accusato dalle procure della Repubblica è il fallimento dell’inchiesta. Evidentemente, l’insieme degli indizi non avevano rilevanza tale da giustificare il rinvio a giudizio, come poi si è manifestato.
D’altra parte, il giudice per l’indagine preliminare che dispone con propria ordinanza il rinvio a giudizio, non avendo l’obbligo di motivare la propria ordinanza, ai sensi dell’articolo 429 del Codice di procedura penale, molto spesso riprende pari pari le parole della richiesta di rinvio a giudizio da parte del Pm e ne fa oggetto del proprio provvedimento.

L’ex imputato assolto avrà difficoltà a ripristinare la propria immagine di onesta persona, dopo che i mass media l’hanno massacrato per anni. I cittadini si ricordano di più i fatti negativi che quelli positivi per cui, a distanza di anni, continuano ad avere in mente gli arresti di Del Turco e Penati ma non le loro assoluzioni.
Non c’è risarcimento del danno da parte dello Stato nei confronti dei due innocenti che possa soddisfare il vulnus creato da feroci campagne stampa portate avanti da giornalisti non scrupolosi che non osservano e non applicano il Testo Unico dei Doveri del Giornalista del 29 gennaio 2016.
L’ex colpevole, riconosciuto innocente, non ha neanche la soddisfazione di poter chiedere il rimborso di tutte le spese legali e gli onorari sostenuti durante i processi perché l’articolo 535 del codice di procedura penale non lo prevede, con la conseguenza che nonostante sia riconosciuta la sua incolpevolezza, dovrà subire il grosso sacrificio economico di quanto speso.
 
Si dirà che nella causa di risarcimento che l’incolpevole riconosciuto innocente farà nei confronti dello Stato, includerà anche tali spese, ma il giudizio non è ragionevolmente breve: forse il risarcimento andrà agli eredi.
Di fronte a questi fallimenti, vi sono tantissimi processi che si concludono dando ragione ai Procuratori, i quali hanno l’improbo compito di rappresentare la collettività contro chi ferisce la collettività stessa.
Tuttavia, nel nostro ordinamento penale, vi è uno sbilanciamento fra accusa e difesa: se da un canto gli accusatori sono contrattualmente e legalmente magistrati, la verità è che essi rappresentano l’accusa e tale accusa non è bilanciata dalla difesa.
Si sostiene che comunque gli accusatori rappresentano l’interesse generale e la difesa l’interesse privato.  Ma sul piano strettamente processuale, le prove hanno lo stesso peso se prodotte dalla difesa o dall’accusa.
Le verità è che i Pubblici ministeri dovrebbero rappresentare i cittadini contro altri cittadini, quindi prudenza vorrebbe che essi bilanciassero la loro azione. L’ultima riforma del processo penale dà ulteriori grandi poteri ai pubblici ministeri, equiparando i reati di corruzione a quelli di mafia, ai fini di confisca o sequestro dei beni. Questo potere va gestito con equilibrio.

Mi diceva, nel forum pubblicato il 21 luglio 2017, Eugenio Albamonte, Presidente Anm, Pubblico ministero, che nella sua carriera ha sempre usato la massima prudenza e solo quando era profondamente convinto della inoppugnabilità dell’impianto accusatorio, ha proceduto a muovere accuse precise e circostanziate.
Ecco, di fronte a tanti valorosi Pubblici ministeri, ve ne sono alcuni che non perseguono la verità, bensì la notorietà.
Grave responsabilità hanno quei giornalisti che non si rendono conto, salvo quando sono colpiti personalmente, che l’informazione e il diritto di cronaca sono armi pesanti che vanno utilizzate secondo i valori etici, anche richiamati nel citato Testo Unico.
Spesso il potere fa perdere la via delle regole etiche. Ma ogni persona colta deve ricordarsi che si tratta di un dovere-potere e non di un potere in quanto tale, perciò deve farne buon uso nell’interesse dei #CittadiniPerbene.

Articolo pubblicato il 03 ottobre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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