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La corruzione assimilata alla criminalità organizzata
di Carlo Alberto Tregua

Prevenire i fenomeni d’illegalità

Tags: Corruzione, Criminalità, Mafia, Sicilia



È vero che la corruzione, insieme alla criminalità organizzata e all’evasione fiscale, è un cancro contro cui le medicine oncologiche fanno poco, ma è anche vero che se ci fosse la volontà e la determinazione, più sostanziale che formale, di combattere queste malattie, i risultati potrebbero diventare migliori.
La legge di riforma del Codice penale, approvata il 27 settembre, conforma i reati di corruzione a quelli di mafia. Si può comprendere lo spirito della legge, dal momento che le truffe allo Stato di vario genere sono aumentate cospicuamente rispetto agli anni precedenti.
Tuttavia, sembra improprio paragonare la corruzione alle attività criminali della mafia, anche se è vero che per procedere alla confisca o al sequestro dei beni di presunti corrotti e corruttori occorre l’associazione per delinquere. Ma basta mettere insieme tre nominativi perché scatti tale requisito.

La legge affida ai Pubblici ministeri un potere enorme, che spesso non è ridimensionato dal vaglio del Giudice per le indagini preliminari, il quale non ha l’obbligo di motivare le proprie decisioni, ai sensi dell’articolo 429 del Codice di procedura penale, per cui le ordinanze di rinvio a giudizio spesso utilizzano con il copia-incolla le richieste dei procuratori.
Il mancato obbligo per il Gip di motivare l’eventuale rinvio a giudizio comporta un intasamento dei processi all’interno dei Tribunali. Se invece il Gip entrasse nel merito della questione e fosse costretto per legge a prendere atto delle difese del cittadino, spesso potrebbe autonomamente convincersi che l’impianto accusatorio, basato su indizi, si badi, e non su prove certe, potrebbe non essere solido e quindi vi sarebbe il proscioglimento degli imputati con effetto deflattivo dei processi.
Il maggior potere che hanno ora i Pubblici ministeri, in base alla legge citata, non è però mitigato da un maggior potere dato ai Giudici per le indagini preliminari, che se rispetta le regole etiche e il dovere morale di giustificare le proprie decisioni, scriverà le opportune motivazioni; diversamente, potrà tranquillamente ovviare a quanto appena descritto e limitarsi a trasferire le carte dalla Procura al Tribunale.
 
La questione è seria, perché cittadini incolpevoli vengono infilati nel tritacarne mediatico dal quale escono dopo anni. Nonostante qualche riparazione, inoltre, non sempre riescono a recuperare l’onore perduto per colpa di chi non ha avuto la responsabilità di stare attento e seguire il precetto che è meglio un colpevole in circolazione piuttosto che un innocente sotto accusa.
Il Parlamento, nell’approvare la legge citata, ha impegnato il Governo, con Ordine del giorno, a valutare gli aspetti che non funzionano e quindi apportare modifiche mediante provvedimenti legislativi. Tale impegno ha una valenza, ma lascia il tempo che trova, perché il Governo, preso dalla legge di Bilancio 2018 e dalle fibrillazioni di una maggioranza ormai inesistente, con molta probabilità si guarderà bene dall’attivare quel monitoraggio che l’Odg prevede. Con la conseguenza che tutto resterà com’è in atto.

In ogni caso, la legge interviene a cose fatte, cioè quando la corruzione si è già verificata, quindi è postuma al reato e ha funzione meramente repressiva. Non sempre, per quanto siano bravi Pm e investigatori, riescono a trovare e provare al di la di ogni ragionevole dubbio l’avvenuta corruzione.
E allora? Allora occorre che tutti gli Enti pubblici, ove si verificano le magagne, istituiscano sistemi interni di controllo della legalità degli atti, in modo da evitare a priori il passaggio di mazzette da chi è interessato a pubblici dipendenti. Senza anticorpi, il virus dei reati si diffonde nelle pubbliche amministrazioni e non c’è legge repressiva che possa rallentare la sua diffusione.
Uno strumento importante per combattere prima la corruzione è la trasparenza, che si ottiene digitalizzando tutti i processi amministrativi e costringendo alla tracciabilità tutti gli atti dei quali si è nelle condizioni di determinare i passaggi tra un ufficio e l’altro e i tempi di sosta negli stessi, facendo rilevare quelli sospetti.
Vi è anche lo strumento della segnalazione, che non è delazione. Andrebbe potenziato.

Articolo pubblicato il 07 ottobre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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