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Umberto Ambrosoli: "L'economia è in ripresa ma resta ancora fragile"
di Valerio Barghini

Forum con Umberto Ambrosoli, presidente Banca popolare di Milano

Tags: Umberto Ambrosoli



Presidente Ambrosoli, lei ha il privilegio di poter osservare la realtà economica del Paese dalla capitale finanziaria d’Italia. Qual è la situazione attuale?
“Dal mio punto di vista, l’economia italiana si trova di fronte a una prospettiva decisamente migliore rispetto a quella di cinque anni fa. Prendo volutamente a riferimento il quinquennio poiché è difficile slegare il contesto economico da quello politico. Noi siamo prossimi a una scadenza importante, il rinnovo di un Parlamento eletto, appunto, cinque anni fa. Una prospettiva migliore che, però, non è pienamente tranquillizzante”.

Dunque la crisi può dirsi alle spalle?
“Le crisi possono essere affrontate in due modi: come diceva Einstein, risolvendole non con la stessa forma mentale che le ha determinate, oppure negando l’esigenza di un cambiamento, quindi l’atteggiamento opposto. A mio parere il Paese si è trovato in una situazione intermedia: da un lato ha reagito, mettendo in campo molti, anche se non tutti, i cambiamenti necessari; dall’altro ha spinto in là la palla, fingendo che il problema non ci fosse. In tutto questo l’economia ha dato dei segni di ripresa significativi. Anzi, siamo così poco abituati a sentirci dire che il Pil è cresciuto in misura superiore rispetto al previsto che siamo quasi increduli lo si possa misurare in maniera corretta. Anche se, certamente, è un Pil che ancora non cresce abbastanza per poter guardare al futuro con serenità”.
Come mai c’è questa resistenza alla crescita del Pil, quando ci sono Paesi come la Germania o la Spagna prossimi al 3 per cento? Tra l’altro, proprio la Spagna, in un quadro di forte incertezza politica...
“Il caso spagnolo è particolare, soprattutto grazie alla presenza di un tessuto imprenditoriale molto dinamico che ha consentito al Paese di fronteggiare una delle crisi più pesanti mai conosciute. Se pensiamo al pubblico impiego e al sacrificio che è stato richiesto, noi possiamo dirci fortunati”.
 
Un sacrificio che in Italia è difficile da ottenere...
“Questo è proprio uno dei campi in cui nel nostro Paese si è preferito passare oltre”.
 
Quindi, tornando al Pil italiano, come mai c’è questa zavorra?
“Intanto la connessione con il debito pubblico del nostro Paese, che lo rende meno affascinante rispetto ad altri per gli investimenti, soprattutto esteri. Inoltre, noi abbiamo dimostrato di non essere stati capaci di fare molte di quelle riforme che abbiamo detto essere necessarie. Mi riferisco, in primo luogo, alla riforma costituzionale. Giusta o sbagliata che fosse, magari non perfetta ma sicuramente migliorabile, avere identificato nella riforma costituzionale, per quasi due anni di campagna referendaria, la soluzione di tanti mali e non averla portata a termine, ha prodotto degli indubitabili effetti negativi”.
 
Per rimanere in tema, secondo le linee guida del Def, pare che nel 2018 l’80 per cento delle risorse sarà destinato alla spesa corrente e solo il restante 20 per cento agli investimenti. Un po’ un controsenso. Non trova?
“È evidente che ci troviamo di fronte a un circolo vizioso da cui è difficile uscire. Difficile, ma non impossibile, visto che è inconfutabile che il Pil cresca più di quello che ci si aspettava, nonostante quanto sostenuto dalle Cassandre nazionali. Abbiamo una produzione industriale che marcia a ritmi molto interessanti, l’esportazione che continua a fare da traino in maniera consistente. Quindi, rispetto a cinque anni fa, ci sono dei segnali positivi che generano fiducia. Quest’ultimo è l’elemento chiave su cui si basa il settore bancario, i cui risultati post crisi ci offrono un quadro nazionale diverso rispetto a cinque anni fa. Senza dimenticare, però, che oggi le regole del sistema bancario italiano sono quelle dettate dalla Banca centrale europea.
 
Che le banche non diano i soldi è una leggenda metropolitana oppure non li danno a chi non li merita?
“Che una banca utilizzi i denari dei depositanti concedendo credito con rigore è interesse di tutti, non solo della banca. Tanti errori di alcuni protagonisti del sistema bancario, nonché l’immagine di potere che si riconosce alle banche, contribuiscono a fare di esse facile capro espiatorio, impedendo di riflettere, ad esempio, su quanti soldi le ‘banche sane’ hanno dovuto impiegare per evitare il fallimento di concorrenti in crisi, magari proprio in ragione di concessioni del credito non rigorose. Abbiamo visto come ci sia la volontà di far crescere le dimensioni delle banche e consentire aggregazioni finalizzate a creare maggiore stabilità per far fronte alle esigenze dell’economia reale, che ha bisogno anche dei prestiti. Sebbene, confrontandoci con altre realtà, ci rendiamo conto che l’imprenditoria italiana dipende molto dalle banche e poco da altre forme di finanziamento”.
 
Il capitale proprio è inadeguato, evidentemente...
“Non solo: anche la capacità di andare in Borsa o di crescere in dimensioni”.
 
A questo aggiungiamo la “pulizia” dalle sofferenze?
“Quello è un altro aspetto che ha dei pro e dei contro”.
 
La stretta creditizia, dunque, secondo lei è nociva?
“È cosa positiva, ma attenzione: obbligando a realizzarla troppo in fretta si rischia di far perdere risorse alle banche con danno anche per gli investitori. Vedo che alcuni evidenziano che la nuova disciplina proposta per Npl può determinare anche quello di una stretta creditizia”.
 

 
Una fase di trasformazione per il sistema delle banche

Lei è presidente di Bpm da gennaio. Il vostro istituto è presente al Sud?
“La Banca popolare di Milano no. O perlomeno non è presente in Sicilia. È presente in Puglia, perché aveva acquisito un po’ di anni fa una realtà locale importante”.
E le prospettive?
“Le prospettive, attualmente, sono molto limitate, perché nel momento in cui è stata prospettata alla Banca centrale europea la fusione tra l’allora Banca popolare di Milano società cooperativa a responsabilità limitata e il Banco popolare, è stato concordato che al massimo entro tre anni il retail della Banca popolare di Milano (intesa come la neocostituita società per azioni, dunque gli sportelli) sarebbe integralmente confluito in quello che si chiama Banco Bpm, che è l’unione delle due realtà e che già ha acquisito tutte le altre attività dell’ex società cooperativa. Io, però, confido nel fatto che l’integrazione si completi prima dei tre anni, dimostrando così che anche in Italia sappiamo rispettare gli impegni. L’aspetto più critico è quello informatico, un’operazione tutt’altro che semplice poiché, banalmente, non è solo passare da un sistema a un altro: ci sono intere procedure completamente diverse. Così come ci sono organizzazioni diverse. Per cui si è tenuta, giustamente e doverosamente, in vita la dimensione retail della Popolare di Milano, creando la Popolare di Milano Spa, per avere il tempo di realizzare questa integrazione nella maniera più efficace possibile. Tuttavia sottolineo con orgoglio che siamo il terzo gruppo bancario italiano, nel quale è presente una professionalità diffusa. Il sistema bancario, come tutto il terziario avanzato, sta vivendo una fase di trasformazione che ha reso necessario (e la crisi lo ha accelerato) un percorso che in molte circostanze ha significato ridimensionamento della rete, con diminuzione di filiali e rafforzamento delle restanti”.
 

 
Resta eccessiva la quantità di contante in circolazione

Un luogo comune vuole che il sistema bancario italiano metta su piani differenti il grande e il piccolo cliente. Lei come risponde?
“Il rapporto con la clientela è necessariamente su livelli diversi perché diverse sono le esigenze di un grande gruppo o del singolo cittadino. Sotto questo aspetto, la dimensione di una banca può costituire un problema. Tuttavia le aggregazioni non devono comportare la rottura con il piccolo cliente e con il territorio: una mission che le banche popolari non hanno perso di vista. È vero, con l’elevata liquidità oggi in circolazione qualcuno potrebbe essere indotto a pensare che tanto gli sportelli non servono. Però attenzione: questa liquidità ‘facile’ non durerà in eterno”.
Ha toccato un tema delicato: l’Italia è la nazione con più circolazione di contanti...
“Io sposo integralmente il pensiero del procuratore capo di Milano, Francesco Greco, secondo cui l’eccessiva circolazione di contante può costituire un problema nel nostro Paese, perché è quello che rende perfettamente non ricostruibile il nero e, di conseguenza, la grande piaga dell’evasione fiscale”.
Dunque secondo lei questa grande massa di denaro in circolazione è attribuibile unicamente a una sorta di “voglia di evadere”?
“Non solo: c’è anche un’eccessiva richiesta di riservatezza, per cui tutto quello che è tracciato con una carta di credito non si vuole che lo si venga a sapere. Oltre a un problema di costi del pagamento elettronico”.
Ma su questo non dovrebbe intervenire il sistema bancario?
“Certo, è un aspetto da tenere in considerazione al fine di rendere questi strumenti più fruibili a tutti. Anche se a oggi è stato fatto molto. Dietro la gestione di un pagamento elettronico c’è una complessità tecnica non indifferente. E i sistemi informatici hanno dei costi”.
E non vengono compensati da una riduzione del costo del personale?
“In parte. Sebbene ritengo che il dipendente non vada considerato solo in termini di costo”.

Articolo pubblicato il 21 ottobre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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