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Quotidiano di Sicilia

Disastro Sicilia: in fuga i suoi figli
di Michele Giuliano

Aire: quasi 750 mila siciliani all’estero, record nazionale: nell’ultimo anno sono andati via in 11 mila. Disoccupazione al top, inutile Formazione regionale: l’abbandono è una conseguenza

Tags: Aire, Emigrazione, Lavoro



Solo nell’ultimo anno in oltre 11 mila hanno deciso di lasciare la Sicilia. Sono uomini e donne che fuggono dall’Isola che non offre nessun tipo di certezza, specie sul fronte lavorativo. Dalla formazione professionale alle scuole, dalla burocrazia alle politiche del lavoro insufficienti. Sono tanti gli spunti che offre l’ultima analisi del “Rapporto Italiani nel Mondo 2017” di Migrantes. Troppi “buchi neri” di una Sicilia affossata e arrovellata nei suoi soliti problemi, incapace di reagire e che costringe i suoi figli a dover andare via.
 
Sono oltre 700 mila i siciliani che risultano essere residenti all’estero oramai: un dato impressionante, il più pesante del panorama nazionale: dopo di noi spuntano Campania, Lombardia, Lazio e Calabria ma a distanza siderale (attorno alle 400 mila unità). Segno che la Sicilia ha una sua “specificità”.
 
L’Aire, l’associazione italiana residenti all’estero evidenzia che alla sua anagrafe sono iscritti ben 744.035 siciliani: un numero enorme che supera abbondantemente il 15% della popolazione oggi residente nell’isola. Nell’analisi comunale, accanto a grandi aree urbane vi sono territori dalle dimensioni molto più ridotte ma dalle incidenze molto più elevate. Tre esempi, tutti siciliani e più specificatamente agrigentini, estratti dalla graduatoria dei primi 25 comuni per numero di iscritti all’Aire nello stesso comune sono: Licata (16.236 residenti e un’incidenza del 43,4%); Palma di Montechiaro (11.014 residenti e 48,0%); ed infine Favara (10.319 e 31,7%).
 
Le prime regioni italiane con il numero più consistente di donne che sono emigrate sono, nell’ordine, la Sicilia (oltre 350 mila), la Campania (oltre 231 mila), il Lazio (oltre 215 mila) e la Lombardia (oltre 213 mila).
 
Le province, invece, sono soprattutto del Sud Italia. A parte Roma in testa con oltre 169 mila donne seguono, molto distanziate, Cosenza (+79 mila), Agrigento (+71 mila). Le regioni per le quali è più importante il flusso migratorio di cittadini italiani verso l’estero sono la Lombardia (20.389, pari al 19,9% del totale delle cancellazioni), ed ancora una volta spunta l’onnipresente Sicilia (10.410 pari al 10,2%).
 
Situazione davvero paradossale: la Sicilia, terra ricca di risorse esportabili, ma senza infrastrutture e senza volontà politiche, riesce a esportare solo manodopera e uomini attraverso l’emigrazione sostengono alcuni storici. Le cause di questo fenomeno sono diverse tutte collegate direttamente o indirettamente alla disoccupazione. Anzitutto, come attesta Save the children, è tra le regioni italiane quella con il più alto tasso di dispersione scolastica (24%) e con la percentuale più bassa, molto al di sotto della media nazionale, di tempo pieno nella scuola primaria (8,1% contro 31,6%) e spesa per i servizi sociali destinati a famiglie e minori (70 euro procapite sui 113 in Italia). La deprivazione di possibilità, stimoli e opportunità si riflette anche nelle scarse performance scolastiche: in Sicilia più di un alunno di 15 anni su 3 non raggiunge il livello minimo di competenze in matematica (37,3% su 24,7%, dato nazionale) e quasi 1 su 3 in lettura (29,6% su 19,5% in Italia), circa 7 bambini e adolescenti su 10 tra i 6 e i 17 anni non hanno letto un libro.
Poi c’è il disastro formazione: ferma da due anni e mezzo quasi, nel passato comunque non ha saputo creare opportunità di lavoro: è stato un sistema costruito solo per clientele e per dare posti di lavoro (8 mila assunti nei vari enti di formazione, un record italiano, e in 10 anni spesi oltre 2 miliardi di euro) ma che non ha aiutato per nulla a creare figure spendibili sul mercato del lavoro.
 
Senza parlare poi della burocrazia: uno studio di Confartigianato ha fatto venir fuori che fra tasse, contributi previdenziali e burocrazia le imprese siciliane sopportano un costo annuo di 301 milioni di euro. Lo spread burocratico fiscale, la stima della maggior spesa sostenuta dal tessuto produttivo rispetto alla media Ocse per espletare gli adempimenti burocratici, rappresenta per il totale delle 273.375 imprese che operano sul territorio regionale una vera zavorra.
 


La storia dell’emigrazione. In Sicilia è cambiato poco
 
Il picco dell’emigrazione siciliana avviene tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento: un enorme numero di siciliani lascia l’Isola, prima alla volta della Tunisia e poi delle Americhe. La nave Sicilia, della compagnia fondata dal palermitano Salvatore De Pace, è il primo piroscafo italiano a solcare l’Atlantico, approdando a New York nel 1852. Il 4 novembre 1860 un plebiscito di 432 mila “sì” contro appena 667 “no” decide l’annessione dell’Isola allo Stato italiano. Nasce la cosiddetta ‘Questione Meridionale’ citata per la prima volta nell’opera La Sicilia nel 1876 che descrive l’Isola all’Italia appena nata: gli autori sono i baroni Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti.
Si tratta di un testo giornalistico straordinario in cui vengono elencati tutti i benefici, anche morali, per la classe lavoratrice del Paese: diminuisce la concorrenza del lavoro e, attraverso le rimesse ed il ritorno degli emigranti, si crea una classe di contadini proprietari che così possono contrastare l’usura. “Si calcolava che nel 1871, degli Italiani all’estero soltanto il 3,36% fossero Siciliani. La Sicilia, incredibile ma vero, appariva fanalino di coda nel registro nazionale delle partenze di fine Ottocento, che vedeva in testa veneti, piemontesi e lombardi, passò così decisamente in testa. Poi però cambiò tutto: solo nel 1906 partirono dalla Sicilia oltre 120.000 persone. Nel 1913 oltre 20.000 lasciarono la provincia di Catania, 146.000 la Sicilia: era il picco della “grande emigrazione”.
Nel Secondo dopoguerra le partenze si fanno sempre più frequenti: niente ferma i migranti che affrontano dai 15 ai 40 giorni di navigazione verso le Americhe e l’Australia. Dopo la tragedia di Marcinelle dell’8 agosto 1956, inoltre, si raffreddano i rapporti con il Belgio e si rafforzano quelli con la Germania che diventa il punto di riferimento per migliaia di giovani siciliani che entrano nel territorio tedesco solo dopo essere stati certificati “di sana e robusta costituzione”.
 

 
La Sicilia dei talenti altrove hanno fatto storia
 
Il genio dei siciliani all’estero ha prodotto risultati sorprendenti. Uno dei maggiori esempi di talentuosità siciliana nel mondo è rappresentato dall’artista Arturo Di Modica che ha realizzato nel 1989 la statua-simbolo del toro a Wall Street, Charging Bull.
Nel campo della musica si segnalano: l’orchestra “I Quattro Siciliani" nella New York degli anni Venti, la palermitana Rosina Gioiosa Trubia e il più grande mandolinista del mondo, il catanese Giovanni Vicari. I musicisti siciliani rimasti in Sicilia hanno raccontato l’emigrazione con la loro musica cantautoriale pure di recente: da “Mamà chi tempo fa a lu paisi” di Rosa Balistreri a “Non ho più la mia città” di Geraldina Trovato.
Nel teatro spiccano Angelo Musco e, più recentemente, Gilberto Idonea. Nel cinema diversi e importanti film di registi siciliani quali “Italian American” di Martin Scorsese, “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore e “Nuovomondo” di Emanuele Crialese.
L’aspetto gastronomico fa da ambasciatore indiscusso: la Sicilia è “un’isola da mangiare” e Andrea Camilleri “inventa la cucina siciliana come genere letterario, come elemento essenziale del racconto della Sicilia” anche all’estero. “Cannolo, arancina, Norma e Marsala sono ormai familiari agli inglesi” dice il presidente della delegazione Regno Unito della Federazione Italiana Chef, Enzo Oliveri, un palermitano d’origine. “Spaghetti alle vongole e calamari sono pronunciati in italiano, non più clams o squid” aggiunge lo chef siracusano Carmelo Carnevale, presidente dell’Associazione Professionale Cuochi nel Regno Unito.
Storie di sacrifici, di talento e successi: tra i siciliani d’America che hanno lasciato l’Isola citiamo il fotografo messinese Santi Visalli che ha fotografato 6 presidenti Usa e l’ingegnere della Nasa Filippo Pagano di Terrasini che ha insegnato a volare a Neil Armstrong.
 
 

Articolo pubblicato il 31 ottobre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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