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Quotidiano di Sicilia

I siciliani scelgono Musumeci
di Paola Giordano

Elezioni regionali: il leader della coalizione del centrodestra dovrà risollevare le sorti di una disastrata Sicilia. Ha vinto, ancora una volta, l’astensionismo: alle urne solo il 46,76% degli elettori

Tags: Nello Musumeci, Elezioni, Sicilia



La competizione tra i candidati alla Presidenza della Regione, e soprattutto con il M5s, si giocherà sul fronte in cui la gente è più sensibile: la lotta ai privilegi. Non trova?
“Non potrei essere più d’accordo: sulla scia di quello che anche voi sostenete da anni, bisogna, per esempio, abrogare la norma che equipara i compensi dell’Assemblea regionale al Senato, la Lr 44 del 1965. Ho presentato un disegno di legge, ma all’Ars non ne hanno mai voluto discutere. Ci tengo a sottolineare, però, che io provengo da una tradizione politica partitica: non posso accettare che un’azienda privata possa diventare un soggetto politico. Un’azienda all’interno della quale non vige alcun principio di democrazia. Quando il sindaco di Roma, prima di annunciare un obiettivo programmatico, dice pubblicamente ‘chiederò a Grillo se mi dà il permesso’, è in forse il principio essenziale sul quale si regge la democrazia”.
 
Come mai, nonostante ciò, i sondaggi mostrano il M5s così avanti?
“Perché si nutre del malcontento della gente. Se però alla protesta non si fa seguire una proposta, chi vota per il M5s continuerà a vivere male. Occorre restituire protagonismo a una politica che ha perso autorevolezza ed è diventata autoreferenziale, incapace di selezionare una nuova classe dirigente. Negli anni la politica ha delegato parte delle sue competenze a un altro organo dello Stato, la Magistratura, che non è però chiamato ad affrontare i problemi della società, ma a individuare le eventuali responsabilità e a comminarne la pena. Bisogna restituire prestigio alla buona politica. Si devono ristabilire regole che passino attraverso meccanismi di consenso popolare: i partiti devono aprirsi al confronto, al dialogo con la gente”.
 
Quali sono le regole della buona politica?
“Intanto la selezione della classe politica dirigente, che deve avvenire per meriti oggettivi e non per cooptazione legata a questo o a quell’altro personaggio. Serve tornare a una scuola di formazione. La politica non deve essere un mestiere, ma va esercitata con professionalità. Analogo ragionamento vale per la burocrazia: quella siciliana da tempo non è sottoposta a corsi di formazione e di aggiornamento, in un contesto normativo che è in continua evoluzione e che quindi presupporrebbe costanti verifiche della qualità della macchina amministrativa. Una macchina diventata elefantiaca perché, per troppo tempo, la Pubblica amministrazione è stata considerata una sorta di ammortizzatore sociale e il denaro pubblico lo strumento per creare un consenso drogato e cioè occupazione senza lavoro. Il personale politico passa attraverso due selezioni: la prima viene compiuta dai partiti, la seconda dai cittadini. Avere una lista formata da persone che non abbiano in corso problemi con la giustizia, soprattutto con reati di tipo mafioso, credo che sia presupposto essenziale ed è per questo che, dopo aver ricevuto la designazione unanime delle forze del centrodestra, mi sono permesso di raccomandare a tutte le forze politiche della mia coalizione di essere prudenti nella compilazione delle liste. La politica non è terra per santi e neanche per diavoli, ma sforzarsi di essere selettivi il più possibile è importante. Dovesse capitare che la maglia applicata da alcune liste sia più larga rispetto a quella che invece io auspico, saranno i cittadini a fare la selezione definitiva”.
 
Però i cittadini se li ritrovano nelle liste: in Sicilia ne scegli due e ne eleggi altri sei…
“Nel mio programma, a tal proposito, è indicata la cancellazione del listino bloccato, che non consente ai cittadini di eleggere direttamente una parte dei deputati”.
 
Se eletto presidente, quali sono le prime tre cose che farà?
“Bisogna rendere efficiente l’istituzione Regione e riformare la Pubblica amministrazione premiando il merito, non soltanto con l’ascensore della carriera previsto dalle norme contrattuali, ma anche con un trattamento economico differenziato: chi va in ufficio per fare bivacco, di fatto, non incoraggia chi ha buona volontà se poi alla fine il risultato per i due è analogo. Secondo punto: riduzione dei costi d’affitto. La Regione paga decine di milioni per fitti passivi e al tempo stesso dispone di centinaia di immobili che non vengono utilizzati. Bisogna razionalizzare il patrimonio immobiliare: quello che è funzionale ai propri obiettivi va messo a profitto, quello che non è funzionale va alienato. Terzo punto: semplificazione delle procedure burocratiche. In Sicilia creare un’impresa è quasi un calvario. Questo è uno dei temi che bisognerà affrontare subito: è necessario creare tra il cittadino-utente e l’Amministrazione regionale un’intesa in termini di reciproca comprensione. Per facilitare questo rapporto, ho pensato di creare in ogni sportello pubblico regionale una sorta di strumento, tecnologico o cartaceo, che consenta all’utente di manifestare il proprio indice di gradimento. Ciò per stimolare l’efficienza del dipendente pubblico, perché chi ottiene un risultato superiore alla media sarà premiato, e coinvolgere il cittadino che non si sentirà più un tollerato. Ci vuole soltanto buon senso”.
 
Qual è il suo punto di vista sull’autonomia della Regione siciliana?
“Una revisione dello Statuto autonomistico è necessaria. Esso è stato concepito quando ancora non esisteva la Costituzione: abbiamo il dovere, dopo oltre settant’anni, di renderlo compatibile con il contesto normativo nazionale ed europeo. Abbiamo il dovere di aprire un ragionamento serio con lo Stato: non vorrei assolutamente guidare una Regione adusa a mantenere un rapporto conflittuale con lo Stato. Mai come in questa stagione c’è bisogno in Sicilia di più Stato: non in termini di sovrapposizione o di condizionamento della nostra autonomia, ma in termini di cooperazione. Quindi autonomisti sì, ma per rilanciare le opportunità che vengono assegnate alla classe dirigente siciliana, non per nascondere o rivendicare privilegi inconfessabili come, purtroppo, è avvenuto in buona parte della nostra storia”.
 
A favore del mantenimento dell’elezione a turno unico o del sistema francese a due turni?
“Ritengo che la legge elettorale debba garantire il massimo della rappresentatività sul piano del corpo elettorale e, al tempo stesso, debba garantire al presidente eletto di avere una maggioranza per governare. L’attuale legge non consente nessuno dei due obiettivi: com’è noto, il presidente Crocetta si è formato una maggioranza in aula attraverso un mercato di vacche grasse indecoroso, che non fa onore a lui che lo ha applicato e ai tanti deputati, che son passati da un gruppo all’altro e da uno schieramento all’altro, con la stessa disinvoltura con cui si cambia una camicia pur di salire sul carro del vincitore”.
 


I temi caldi del precariato e della stabilità finanziaria
 
Tocchiamo un tasto caldo: i precari e i forestali…
“Basta con i nuovi precari, perché possono entrare dalla finestra attraverso una serie di invenzioni alle quali la politica non è estranea, che potrebbero creare attese e aspettative poi inappagabili. Abbiamo però il dovere di capire come possiamo definire il problema del precariato attraverso la stabilizzazione, perché c’è la necessità di coniugare il recupero di questa risorsa umana che si è formata, e senza la quale molti Comuni la mattina non potrebbero aprire il portone, con il bisogno che si eviti un dissesto finanziario. Per fare questo serve l’intervento dello Stato e mi batterò perché i precari possano avere il diritto di progettare il resto del proprio futuro. Se non dovesse essere possibile la stabilizzazione, abbiamo il dovere di garantire a questa risorsa umana almeno la continuità del lavoro. Mi riferisco soprattutto ai forestali, che dobbiamo smettere di chiamare forestali: li chiamerei operatori ambientali perché io i forestali li vorrei far lavorare non solo nelle residue foreste ma anche per tenere puliti i letti dei fiumi, dei torrenti, le aiuole nei giardini pubblici, lungo le strade provinciali. In tal modo lavorerebbero tutto l’anno. Il problema delle risorse sarebbe risolto a monte perché se lo Stato, faccio solo un esempio, spende 50 milioni di euro l’anno per l’indennità di disoccupazione ai lavoratori forestali e la Regione ne spende altri 50 per potere consentire loro di lavorare due o tre mesi l’anno, mettendo assieme le risorse statali con quelle regionali potremmo garantire loro la continuità del lavoro. Credo poco alla fattibilità della stabilizzazione dei forestali anche se rimane sul tavolo un disegno di legge di iniziativa popolare, il 104, accompagnato da decine di migliaia di firme, che prevede la stabilizzazione attraverso un’intesa Stato-Regione. Il disegno di legge lo riproporrei all’attenzione dell’Aula perché credo che la soluzione migliore credo sia quella di trovare un’intesa col governo centrale. Se proprio la stabilizzazione dovesse restare un obiettivo lontano o irraggiungibile, garantire a questa gente di poter lavorare dodici mesi l’anno credo sia già un grosso passo avanti perché c’è bisogno di questa forza lavoro”.
 

 
Una burocrazia più efficace per attirare investitori esteri

Il bilancio della Regione è di 16 miliardi, di cui 9,2 sono relativi alla spesa per la sanità. Togliendo quest’ultima sanità restano circa 7 miliardi per fare tutto il resto. Cosa va alla spesa corrente e cosa agli investimenti?
“Intanto dobbiamo lavorare per ridurre la spesa corrente, andando oltre l’intesa Stato-Regione siglata nel giugno del 2016. Se cominciamo per esempio a responsabilizzare negli uffici con il criterio secondo cui l’uso del telefono, dell’energia elettrica, dei servizi essenziali deve essere sobrio e parsimonioso, otteniamo un primo risultato. Il secondo problema è come affrontare gli investimenti: il denaro pubblico ormai arriva soltanto dai fondi europei, che dovevano essere risorsa aggiuntiva e invece da qualche tempo sono diventati unica risorsa. Bisogna quindi puntare sulla qualità dei progetti e non soltanto sulla quantità del denaro speso, perché se i progetti non riescono a determinare ricadute economiche sul territorio in termini di occupazione o efficienza generale, abbiamo solo fatto il favore a qualche amico del giaguaro. L’investimento privato, invece, abbiamo il dovere di andarlo a cercare: siamo convinti che gli investitori debbano venire in Sicilia e serve un gruppo di lavoro che vada a cercarli aprendo colloqui con le associazioni industriali dei Paesi del Nord o d’Oltreoceano, dove la funzione degli emigrati siciliani ormai affermatisi in vari campi potrebbe essere di straordinario ausilio. Servono investitori i quali devono essere facilitati da una burocrazia facile, snella, da una politica di autorizzazioni che deve essere vigile ma al tempo stesso non deve essere ostativa. Possiamo puntare anche a degli incentivi di carattere fiscale, muovendoci su un terreno assai insidioso che è quello di combattere le diseconomie di fronte alle quali un imprenditore si trova, vale a dire l’elefantiaca burocrazia, l’inaccessibile sistema del credito (non abbiamo più una banca siciliana ma abbiamo solo sportelli di banche del Nord), la sicurezza. Parlo soprattutto delle imprese agricole: non è possibile che alle quattro di pomeriggio nelle campagne debba scattare il coprifuoco. Non c’è più un uomo in divisa nelle aree rurali. Noi abbiamo un corpo di guardie forestali di circa 630 uomini”.

Articolo pubblicato il 07 novembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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