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Le partecipate ingrassa-clientes
di Serena Giovanna Grasso

Istat: in Sicilia sono 25.660 i dipendenti delle società controllate, assunti rigorosamente senza concorso. Servizi scadenti per i cittadini, ma grande serbatoi di voti per politici egoisti

Tags: Partecipate, Sicilia, Istat



PALERMO – Uno spreco senza fine: è questa la storia che contraddistingue l’universo delle società a partecipazione pubblica in Sicilia. Secondo il rapporto Istat “Le partecipate pubbliche in Italia”, pubblicato alla fine dello scorso mese di ottobre e relativo all’anno 2015, in Sicilia si contano ben 282 società, valore che consente alla nostra regione di adagiarsi comodamente all’interno della top ten per numerosità di aziende controllate (si tratta esattamente del decimo valore su scala nazionale). Rispetto all’anno precedente, si sono perse dieci unità e un posto nella graduatoria nazionale.
 
Al contrario, continua a rimanere invariato il posto nella graduatoria relativamente al numero di addetti: ormai da tre anni a questa parte, la nostra regione conserva l’ottavo posto a livello nazionale per maggior numero di dipendenti (nel 2015 si parla di 25.660 addetti, comunque 1.476 unità in meno rispetto alle 27.136 rilevate per il 2014).
 
Sotto il profilo territoriale, è nel Centro Italia che si rileva la maggiore concentrazione di addetti (55,7%) e il 23,5% di partecipate. La regione sprecona per eccellenza è il Lazio, sede delle amministrazioni centrali e paradigma dell’enorme perdita di risorse, che impiega quasi la metà degli addetti totali (406.658 su 848.4709 dipendenti complessivi, ovvero il 47,9%), una quota considerevolmente più elevata di quella rilevata in Lombardia, la regione con il maggior numero di società partecipate nel Belpaese (1.094 società, esattamente il 15,9% del totale, per 87.838 addetti). Nell’arco di un solo anno, il Lazio ha incrementato il numero di addetti di oltre 17 mila unità (erano 389.186 gli addetti impiegati nel 2014), a fronte di appena sette nuove società partecipate.
 
Tornando alla Sicilia, essa occupa il quarto posto in Italia per maggior numero di addetti impiegati in ciascuna società partecipata: infatti, nella nostra regione si contano ben 91 dipendenti per azienda, valori superiori solo nel Lazio (604), in Piemonte (127) e in Toscana (95).
 
A livello nazionale nel 2015 le imprese a partecipazione pubblica attive sono state 6.859 (ovvero l’1% in meno rispetto alle 6.927 dell’anno precedente) ed hanno impiegato 848.709 addetti (il 4,7% in più rispetto agli 810.406 addetti rilevati nel 2014).
Ma a quanto ammonta lo sperpero di risorse pubbliche perpetuato da queste società a partecipazione pubblica? Secondo un recente studio effettuato da Unimpresa, il costo medio di un dipendente di una società partecipata siciliana è pari a 39.900 euro annui. Dunque, dalla moltiplicazione della suddetta cifra per i 25.660 addetti ci viene restituito un calcolo poco oltre superiore al miliardo di euro, considerevole somma sottratta allo sviluppo della nostra regione versante in costante stato di crisi.
 
Non è la prima volta che il Quotidiano di Sicilia denuncia tali sprechi, anzi ormai si tratta di un appuntamento fisso. Ma perché ci dedichiamo spesso a tali realtà? La risposta è semplice e ci viene restituita dall’oggettiva analisi dei fatti: per anni le società controllate dagli Enti pubblici sono state utilizzate per aggirare l’ingombrante scoglio dei concorsi per accedere a un “posto fisso”, mascherandosi dietro una veste privatistica che ha consentito di inserire e ingrassare clientes a volontà.
 
In pratica, poiché infatti si parla di aziende a partecipazione pubblica (minoritaria, maggioritaria o totale), le assunzioni non devono avvenire per concorso, così come la Costituzione prevede per il resto della Pubblica amministrazione. Tutto ciò ha prodotto realtà con dipendenti spesso privi delle competenze necessarie a fornire servizi adeguati ai cittadini. Ed è per questa ragione che definiamo molte società pubbliche come degli enti istituiti, con l’unico obiettivo di offrire un’occupazione “agli amici degli amici”, dei veri e propri stipendifici.
 
Senza contare poi il fatto che molte partecipate pubbliche sono completamente prive di produttività, capaci esclusivamente di portare i bilanci in profondo rosso. Infatti, secondo un’analisi effettuata dalla Corte dei Conti Sicilia su 99 aziende controllate, gli utili registrati erano poco superiori ai 36 milioni di euro, di contro le perdite superavano i 433 milioni di euro. Dunque, dividendo le perdite per le 99 aziende oggetto dello studio dei magistrati contabili è possibile ottenere una perdita media di 4,3 milioni di euro. Se moltiplichiamo questa cifra per le 282 partecipate complessive, è possibile ipotizzare una perdita complessiva ammontante a 1,2 miliardi di euro circa.
 
Dunque, sprechi di risorse impossibili da giustificare, neppure riallacciandoci alla qualità dei servizi erogati. Purtroppo, infatti, le aziende in questione non vanno oltre una qualità del lavoro inefficiente, che potrebbe essere resa, oltre che meno costosa, anche maggiormente produttiva. Una soluzione in termini di efficientamento, già da molti anni promossa dal Quotidiano di Sicilia, potrebbe consistere nell’internalizzazione delle società in questione. Per fare ciò, basterebbe creare Dipartimenti appositi, interni agli Enti locali, sfruttandone quindi lo stesso personale e tagliando i costi degli addetti delle società partecipate, così come quelli per Consigli di amministrazione, consulenze e altro ancora. Così facendo, un dirigente comunale potrebbe essere chiamato a gestire tutto un intero settore e questo potrebbe condurre a una gestione più efficiente e certamente meno dispendiosa.
 

Articolo pubblicato il 10 novembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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