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I misteri delle montagne dell'Antartide analizzati da un team di studiosi italiani
di Redazione

La termocronologia verrà utilizzata per determinare la velocità di erosione delle catene montuose e il loro sollevamento

Tags: Antartide



PADOVA - L’Antartide rappresenta per molti studiosi un grande laboratorio a cielo aperto, un continente coperto di ghiacci, unico per le sue caratteristiche geografiche e geologiche che ben si presta alla ricerca scientifica. Le immense calotte glaciali raccontano il clima del passato, ma i misteri dell’Antartide non sono soltanto custoditi dai suoi ghiacciai: una lunga catena montuosa lo attraversa, con cime che superano l’altezza del Monte Bianco, ma che a differenza delle nostre Alpi, non si forma per lo scontro tra due continenti ma, al contrario, dal loro separarsi.
 
È proprio per studiare queste montagne che Valerio Olivetti, ricercatore al Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, parteciperà alla XXXIII spedizione Italiana in Antartide dove trascorrerà un mese nella base scientifica italiana Mario Zucchelli, riaperta a metà ottobre.
 
“Olivetti – come spiegato dall’Ateneo veneto - è infatti il coordinatore di un progetto di ricerca geologica finanziato dal Pnra, il programma italiano che gestisce e promuove la ricerca scientifica nel continente antartico. La ricerca analizzerà la formazione delle montagne che attraversano l’Antartide per capire i meccanismi che agiscono nella profondità della litosfera terrestre e che hanno portato al sollevamento di queste montagne”.
 
Valerio Olivetti, in Antartide, ha effettuato ricerche già due volte. È un esperto di termocronologia, un metodo di analisi che consente di determinare la velocità di erosione delle montagne e datare il loro sollevamento. Questa tecnica sfrutta la proprietà di alcuni minerali - le apatiti - di registrare come un orologio il tempo che passa durante il loro viaggio dalle profondità della crosta terrestre fino in superficie. Al Dipartimento di Geoscienze dell’Università esiste uno dei più sofisticati laboratori di termocronologia in Italia ed è qui che verranno analizzati i campioni prelevati in Antartide. Il progetto di ricerca nasce dalla collaborazione dell’Università di Padova con l’Università di Roma Tre e quella di Siena, cui si aggiungono partner internazionali, in particolar modo americani e francesi.
 
“A scuola – ha spiegato Olivetti – ci hanno spiegato che le montagne si formano perché i continenti si scontrano. Invece ci sono alcune montagne, come in Antartide, che si formano dove i continenti si estendono e si allontanano. Quello che succede sotto ai nostri piedi, dentro uno spessore di 100 km del nostro pianeta è molto poco conosciuto, quello che accade in superficie, il sollevamento delle montagne e i terremoti per esempio, è il risultato di complessi processi profondi che agiscono nella crosta e nel mantello che però non è possibile studiare direttamente. Noi studiamo l’evoluzione della superficie per capire quello che succede in profondità”.
 
“Lo facciamo – ha aggiunto - attraverso la termocronologia, una tecnica che ci consente di datare quando le montagne si sono sollevate, a che velocità e quando sono avvenuti grandi terremoti. Grazie alla rete di collaborazioni siamo in grado di effettuare delle analisi molto sofisticate che non sono mai state fatte in Antartide e che ci consentiranno di datare non soltanto il sollevamento delle montagne dell’Antartide, ma anche quando è avvenuta la loro deformazione fragile, i terremoti per semplificare”.
 
“Lo sviluppo di queste nuove tecniche – ha concluso il ricercatore - potrà essere utilizzata anche in altri luoghi del nostro pianeta meno remoti per studiare gli antichi terremoti del passato, lontano milioni di anni e aprire un piccola finestra per guardare che succede dentro al nostro pianeta”.
 
L’Italia è presente in Antartide con il Programma nazionale di ricerche in Antartide (Pnra) finanziato dal Miur, giunto alla sua XXXIII campagna antartica (2017-2018).
 
La Stazione Mario Zucchelli è aperta da metà ottobre alla prima metà di febbraio (estate australe). Ha una superficie di 7.500 mq coperti (laboratori, magazzini, impianti, alloggi, servizi), 124 posti letto, 880 kW installati e ospita circa 100 mezzi tra terrestri, da neve e marini. Tra le sue principali funzioni: ricovero per il personale (media 85 presenze), supporto logistico per il personale scientifico operante in campi remoti, logistico-operativo per la Nave cargo-oceanografica, per le attività di ricerca con laboratori e strumentazione, per il personale e il materiale in transito per Dome C e alle operazioni aeree italiane e straniere.

Articolo pubblicato il 11 novembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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