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Sommerso e disoccupazione, Sicilia in cima alle classifiche
di Michele Giuliano

Osservatorio Cerdfos: aumentano emigrazione e Neet. Il 40% del lavoro perso in Italia è siciliano. Insieme a Campania e Puglia detiene il primato della più bassa intensità lavorativa

Tags: Lavoro, Disoccupazione, Sicilia, Neet



PALERMO - I dati sono chiari e confortanti: il Pil siciliano, dopo una caduta di oltre 15 punti dal 2008 al 2104, a partire dal 2015 registra una inversione di tendenza, facendo registrare nell’anno un aumento del 2,1% ed un ulteriore aumento intorno allo 0,5% per il 2016.
 
Il Prodotto Interno Lordo, in termini di cifre, nel 2015, è stato pari a poco meno di 87 miliardi, il 23,4% dell’interno importo registrato nelle regioni del Sud. Purtroppo, il valore diventa meno interessante e positivo se lo si valuta per singolo abitante dell’Isola: con poco più di 17 mila euro procapite, il dato è inferiore a quello del resto del Sud e molto sotto la media nazionale (oltre 27 mila euro).
 
Questi sono i dati raccolti dalla Cgil-Centro Studi Cerdfos, che mettono in evidenza un trend positivo non indifferente. Nello specifico, segnali positivi in questi ultimi due anni si colgono nell’agricoltura (+7,4% nel 2015), nell’industria (+5%), nelle costruzioni (+4,1%) e nei servizi (+2%). Anche gli investimenti dopo una caduta di quasi il 50% registrano una inversione di tendenza dell’1,4% nel 2015 e di oltre il 2% nel 2016. Eppure l’aumento del Pil non sembra essere correlato ad un aumento dell’occupazione, anzi.
 
L’Istat ha recentemente confermato che la Sicilia, insieme a Campania e Puglia, detiene il primato della più bassa intensità lavorativa, valore che certifica l’incidenza delle persone in età lavorativa che vivono in famiglia e che nell’ultimo anno hanno lavorato per meno del 20% del loro potenziale. Il tasso di disoccupazione, ancora, si è attestato nel 2016 al 22,1% contro il 19,6% del Sud e l’11,7% dell’Italia. Anche il tasso di disoccupazione giovanile evidenzia andamenti crescenti in Sicilia attestandosi al 45,8% per la classe di età dai 15 ai 29 anni e 57,2% nella classe che va dai 15 ai 24 anni. Dinamiche crescenti anche per il tasso di disoccupazione dei lavoratori dai 45 ai 54 anni con un tasso in Sicilia quasi doppio rispetto al dato nazionale (14,8% in Sicilia, 7,9% in Italia).
Una fascia d’età tradizionalmente “sicura”, che invece si ritrova a dover ricostruire con grande difficoltà. Non per nulla, aumenta l’emigrazione all’estero, alla ricerca di un futuro lavorativo che in patria non sembra essere possibile né auspicabile. Si legge nel rapporto della Fondazione Migrantes, che ha cristallizzato alcuni numeri molto interessanti: nel 2016 si sono iscritti nel registro degli italiani all’estero (Aire, Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) 11.501 siciliani, con un incremento del 17,1% rispetto al 2015.
 
Complessivamente i siciliani iscritti all’Aire sono poco più di 744.000, il valore assoluto più alto tra le regioni italiane; a seguire la Campania, con un valore che supera di poco la metà degli espatriati isolani. La situazione, quindi, non è per nulla rosea, almeno stando ai dati ufficiali.
 
Il lavoro sommerso, infatti, rimane una piaga del nostro territorio, che distorce la visione della realtà economica siciliana. Secondo i dati Istat, in Sicilia si tratta del 19,5% del valore aggiunto, qualcosa come 15miliardi di euro, da imputare per l’8,4% al lavoro non regolare, il 7,8% alla sotto dichiarazioni fiscali delle imprese e il 3,3% all’economia illegale. Continua anche nel 2015 un’area di evasione stimabile intorno ai 20 miliardi di euro. Infatti, a fronte di redditi dichiarati di poco superiori a 45 miliardi, i consumi delle famiglie siciliane si sono attestate intorno a 65 miliardi: per ogni 100 euro di reddito dichiarato a fini Irpef, l’Istat stima 141 euro di consumi delle famiglie, un valore molto più alto della media italiana, che si attesta sui 121 euro.

Articolo pubblicato il 14 novembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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