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Gestione dei Comuni: una Sicilia da bocciare
di Rosario Battiato

Istat: la spesa media per pagare i dipendenti è fra le più alte d’Italia, ma l’efficienza è ancora una troppo bassa. Bilanci ingessati dai costi per l’apparato. Per gli investimenti restano le briciole

Tags: Enti Locali, Sicilia



PALERMO – Gli Enti locali Siciliani vengono ancora una volta messi con le spalle al muro nel confronto con quelli del del Nord Italia. Una disfatta totale in tema di qualità ed efficienza della spesa pubblica.
All’inizio di novembre l’Istat ha diffuso i dati relativi ai bilanci consuntivi 2015 di Comuni, Province e Aree metropolitane: il quadro siciliano registra le solite criticità, che confermano una tendenza di lungo corso e che gli amministratori locali non stanno riuscendo a invertire. In primo piano si presenta l’eccessivo peso del personale, determinando un indicatore di incidenza sulle entrate correnti che risulta il più elevato a livello nazionale. Tra gli altri valori da tenere in considerazione, c’è la crescita della dipendenza dai flussi statali e la pericolosa contrazione degli impegni per cultura e istruzione nel meridione. Un quadro preoccupante e che fa crescere grande preoccupazione per il futuro. Vediamo di analizzarlo nel dettaglio, tramite appositi approfondimenti.
 
Il quadro nazionale
Veneto e Valle d’Aosta le facce opposte della stessa medaglia
Nel complesso le entrate registrate dalle Amministrazioni comunali sono state pari a 86,6 miliardi di euro (+4% rispetto alla rilevazione dell’anno precedente) e hanno registrato una capacità di riscossione pari al 71,7% (+2,5 punti percentuali) per un valore assoluto di 78,4 miliardi di euro.
Le spese impegnate sono state pari a 83,4 miliardi (+3,9%) e hanno registrato una particolare rilevanza, a livello medio, nel capitolo relativo all’acquisto di beni e servizi (36,6%), più contenuta la porzione destinata alle spese per il personale (17%).
Le spese correnti ammontano a 55,2 miliardi e la quota pro capite più elevata si è registrata nei Comuni della Valle d’Aosta (1.848 euro), in quelli del Veneto il valore più basso (657 euro). Per i siciliani il valore medio pro capite è pari a 863 euro, inferiore di poco alla media nazionale (910 euro).
 
La macchina amministrativa
In Sicilia il personale assorbe il 34,5% delle spese correnti
Nel corso del 2015 i Comuni siciliani hanno registrato una spesa corrente (la porzione destinata alla produzione e al funzionamento dei vari servizi e alla distribuzione dei redditi per fini non direttamente produttivi) pari a 4,3 miliardi di euro (863 euro pro capite). È il quarto dato nazionale in valore assoluto, dopo la Lombardia (9 miliardi), il Lazio (7,4 miliardi) e la Campania (4,6 miliardi).
La composizione per categoria ha visto la predominanza delle spese per il personale, pari a 1,5 miliardi di euro, terzo dato per media regionale dopo la Lombardia (2,1 miliardi) e a pochissima distanza dal Lazio (1,5 miliardi). Questo numero vale il 34,5% dell’intera spesa corrente dei Comuni isolani ed è la porzione statistica più elevata tra i Municipi d’Italia, di circa 10 punti percentuali superiore a quella nazionale (25,7%). Di conseguenza, sono inferiori alla media nazionale le spese per acquisito di beni e servizi (48,1% contro 55,3%), che valgono 2,1 miliardi, pari a 415 euro pro capite.
Le altre spese correnti valgono in tutto 760 milioni di euro, soltanto il 17,4% del totale.
 
Bilanci ingessati
I dipendenti in eccesso mettono a rischio l’equilibrio dei conti
In Sicilia il personale pesa di più sull’equilibrio dei conti. Una evidenza che si può constatare analizzando un indicatore specifico che è stato redatto dall’Istat per misurarne l’incidenza in rapporto alle entrate correnti.
“L’incidenza delle spese di personale – si legge nel report dell’Istituto di statistica – raggiunge a livello nazionale il 22,7%, in diminuzione di 2,9 punti percentuali rispetto a quello calcolato per il 2014”.
Il dato isolano vale il doppio di quello nazionale, cioè 44,3%, e di fatto certifica che quasi la metà delle entrate correnti isolane, che ammontano a 4,9 miliardi, servono per pagare il personale che compone la macchina burocratica dei vari uffici locali.
La Regione più rigorosa, da questo punto di vista, è il Friuli-Venezia Giulia, che ha fatto registrare appena il 16,2% di peso del personale sulle entrate correnti.
 
La divisione per macroaree
Cultura e istruzione: nel Sud queste voci possono attendere
Per quanto riguarda gli impegni di spesa (la somma dovuta dall’Ente a seguito di obbligazioni pecuniarie giuridicamente perfezionate), le differenti macroaree sembrano registrare una diversa proiezione.
Nel Nord-Ovest e nel Nord-Est si spendono rispettivamente 4,8 e 3,5 miliardi (circa il 28% del totale) per amministrazione, gestione e controllo, piazzando al secondo posto la gestione del territorio e dell’ambiente (20%) e quindi la viabilità e i trasporti (16,5%).
Al Sud la porzione relativa alla voce dell’amministrazione vale 5,2 miliardi, in crescita dell’11% rispetto al 2014, e si prende quasi un terzo del totale dell’impegno. La gestione del territorio vale il 32%, solo l’11,6% è destinato ai trasporti. La cultura e l’istruzione pubblica valgono al Sud meno che nel resto delle altre macroaree: rispettivamente appena 338 milioni e poco più di un miliardo. Dati preoccupanti, in particolare se si pensa che vengono in pratica raddoppiati appena l’analisi passa al Nord-Ovest del nostro Paese.
 
La dipendenza erariale
Sempre più legati ai trasferimenti concessi dallo Stato
Tra i numerosi indicatori offerti dall’Istat per misurare lo stato di salute finanziaria degli Enti locali e la loro autonomia, ce ne sono due particolarmente rilevanti: il grado di dipendenza erariale, che misura il grado di dipendenza dell’Ente dai trasferimenti statali, ossia l’incidenza dei contributi e trasferimenti statali sulle entrate correnti, e quello della dipendenza regionale.
In Sicilia la dipendenza dallo Stato ha avuto un’impennata da 1,6 a 3,9%, tra il 2014 e il 2015, registrando un dato superiore alla media nazionale (3,7%), ma comunque inferiore a quella meridionale (9,4).
La dipendenza regionale si mantiene invece su valori abbastanza standard (22,5 contro 22,3%), e resta comunque inferiore al dato medio nazionale (30,3%).
Il grado di rigidità strutturale (incidenza delle spese di personale e per rimborso di prestiti sulle entrate correnti) resta abbastanza stabile a 58,4% (58,7% nel 2014).
 
 
Entrate e uscite
Conti in equilibrio ma per la crescita non è sufficiente
Il quadro dell’Istat su questo punto è chiaro: “Le spese correnti delle Amministrazioni comunali corrispondono al 3,4% del Pil e sono ampiamente coperte dalle entrate correnti, pari al 3,8% del Pil”. E non si sono registrate grandi variazioni rispetto al 2014.
Nelle Isole vi è la più alta incidenza delle entrate (5,9%) e delle spese correnti (5,8%). La Sardegna è invece la regione che spende di più (5,5%), mentre il Veneto quella che spende di meno ( 2,1%).
Anche in Sicilia il volume delle entrate copre adeguatamente quello delle spese. Il dato siciliano registra un’incidenza del 5,7% per le entrate e del 5% per le spese. In entrambi i casi si tratta di numeri in contrazione rispetto alla rilevazione del 2014, dal momento che sul fronte delle entrate c’è stata una diminuzione minima dello 0,1%, mentre sul fronte della spesa si è registrato un risultato negativo dello 0,3%.
L’equilibrio, dunque, sembra essere garantito. Per quanto riguarda però la possibilità di puntare su crescita, sviluppo e occupazione c’è ancora parecchia strada da percorrere.

Articolo pubblicato il 15 novembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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