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Dia: un maxisequestro di beni al mercante d'arte della mafia Giovanni Franco Becchina
di Redazione

Ricostruiti trent’anni di traffico internazionale di reperti archeologici

Tags: Giovanni Franco Becchina, Dia, Mafia



TRAPANI - La Direzione investigativa antimafia ha sequestrato beni mobili e immobili per svariati milioni riconducibili a Giovanni Franco Becchina, noto commerciante internazionale d’opere d’arte e reperti di valore storico-archeologico. Becchina, originario di Castelvetrano, è stato titolare in passato di una galleria d’arte a Basilea, in Svizzera, nonché di imprese operanti in Sicilia in diversi settori del commercio di cemento, nella produzione e commercio di prodotti alimentari e olio d’oliva esportato con successo soprattutto all’estero.
 
Il provvedimento di sequestro è stato emesso dal Tribunale di Trapani - Sezione Penale e Misure di prevenzione - a seguito di richiesta di applicazione di misura di prevenzione personale e patrimoniale avanzata dalla Procura della Repubblica distrettuale di Palermo. Secondo la ricostruzione effettuata dagli investigatori della Dia di Trapani, incaricati delle indagini, per oltre un trentennio Giovanni Franco Becchina avrebbe accumulato ricchezze con i proventi del traffico internazionale di reperti archeologici, molti dei quali trafugati clandestinamente a Selinunte, uno dei più importanti siti archeologici della Sicilia, da tombaroli al servizio di Cosa nostra. Alle indagini ha collaborato la Polizia giudiziaria elvetica, attivata dalla Procura di Palermo con rogatoria internazionale.
 
A gestire le attività illegali legate agli scavi clandestini ci sarebbe stato l’anziano patriarca mafioso Francesco Messina Denaro, poi sostituito dal figlio, il boss latitante Matteo Messina Denaro. Proprio questa organizzazione avrebbe anche orchestrato il furto del famoso Efebo di Selinute, statuetta di grandissimo valore storico archeologico trafugata negli anni Cinquanta.
 
Lo svolgimento da parte di Becchina di un fiorentissimo traffico internazionale di reperti archeologici, di durata trentennale, è stato attestato nella sentenza emessa il 10 febbraio 2011 dal gup di Roma, mentre l’esistenza di cointeressenze economiche tra l’indagato ed esponenti di spicco della mafia, oltre che dalle dichiarazioni di numerosi e qualificati collaboratori di giustizia (Rosario Spatola, Vincenzo Calcara, Angelo Siino, Giovanni Brusca) è stata accertata, in via definitiva, dal Tribunale di Agrigento che, al termine del procedimento di prevenzione celebratosi a carico del noto imprenditore mafioso Rosario Cascio, con decreto del 21 giugno 2011 ha disposto, tra l’altro, la confisca della Atlas Cementi Srl, società costituita nel 1987 proprio da Becchina e della quale Cascio era entrato a far parte nel 1991.

Articolo pubblicato il 16 novembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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