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Sprecare cibo contrario all'etica e insostenibile per l'ambiente
di Rosario Battiato

Rapporto dell’Ispra analizza il peso della produzione alimentare che eccede la capacità ecologica. Le strutture più piccole sperperano meno anche grazie a donazioni di prodotti invenduti

Tags: Ispra, Sicilia



PALERMO – In vista della ventunesima giornata nazionale della Colletta alimentare, che si terrà sabato 25 novembre, il dibattito sull’opportunità della redistribuzione delle risorse in contrapposizione al disastro dello spreco si è arricchito del contributo scientifico dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che ha approfondito il tema anche dal punto di vista ambientale nel rapporto “Spreco alimentare: un approccio sistemico per la prevenzione e la riduzione strutturali”.
 
Gettare via il cibo è un’azione dalle molteplici sfumature: un’insostenibile pesantezza della contemporaneità, un problema etico e un costo economico, ma anche un contributo per accentuare una pericolosa deriva ambientale. Lo spreco di cibo, spiegano gli autori del rapporto dell’Ispra, ha delle connessioni che si ripercuotono anche in altri ambiti: il consumo di suolo, di acqua, di energia e di altre risorse, il degrado dell’integrità biologica, i cambiamenti climatici, l’alterazione dei cicli dell’azoto e del fosforo, la sicurezza e la sovranità alimentare, la bioeconomia circolare.
 
I numeri dicono che nel mondo lo spreco è pari a quasi il 50% della produzione in energia/massa, in proteine supera il 66%; altro 10-15% va a usi non alimentari. In Europa e Italia lo spreco supera il 60% dell’energia alimentare. “A incrementi globali di fabbisogno – scrivono dall’Ispra – seguono eccessi di prelievi, forniture, consumi e aumenti esponenziali di spreco (40 volte quello del fabbisogno medio); dove produzione e forniture calano gli sprechi scendono”. Passaggi come la sovrapproduzione e le strutture agroindustriali “amplificano gravi squilibri tra paesi e nelle popolazioni: nel mondo il 66% delle persone soffre seri problemi nutrizionali”.
 
Gli effetti ambientali sono dovuti soprattutto alle fasi produttive, causando il superamento dei limiti biofisici e determinando alterazione di biodiversità, cambi climatici, e consumi di energia e acqua. “L’impronta ecologica dello spreco – scrivono dall’Ispra – copre il deficit di biocapacità per: il 58% nel mondo, il 30% nel Mediterraneo, il 18% in Italia”.
 
Piccolo è più sostenibile, perché a parità di risorse la piccola agroecologica produce fino a 2-4 volte meno sprechi dell’agroindustria, con un consumo totale di risorse molto inferiore. I dati del settore dicono che nel mondo la piccola agricoltura produce il 70% del totale con il 25% delle terre e che “le filiere corte-biologiche-locali riducono gli sprechi preconsumo al 5% contro il 30-50% dei sistemi industriali”.
 
Si può lavorare su questi temi, anche nel nostro piccolo. Dalla riduzione dei rifiuti alla prevenzione strutturale delle eccedenze “trasformando i sistemi alimentari sulla base di comunità locali autosostenibili, cooperanti globalmente in reti paritarie diversificate”.
Lo spreco si sconfigge anche con le donazioni dei prodotti invenduti o in fase di scadenza da parte della grande distribuzione – la legge 19 agosto 2016, n.166 ha sburocratizzato e agevolato alcuni passaggi – ma anche dei singoli cittadini. Nell’Isola il Banco Alimentare della Sicilia Onlus e il Banco Alimentare Sicilia Occidentale Onlus aiutano 215.133 persone attraverso le 786 strutture caritative convenzionate. Per la giornata di sabato hanno già aderito 1.220 punti vendita e 14.800 volontari.

Articolo pubblicato il 22 novembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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