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Catania - Le mani della mafia sui rifiuti. Accordi criminali tra i clan
di Redazione

Operazione Dia nel catanese: coinvolti imprenditori e funzionari pubblici

Tags: Catania, Mafia, Rifiuti



CATANIA - La Direzione investigativa antimafia, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura etnea, ha eseguito ieri un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di imprenditori, funzionari amministrativi ed elementi di vertice dei clan Cappello e Laudani. Al centro dell’inchiesta, la presunta illecita gestione della raccolta dei rifiuti nei Comuni di Trecastagni, Misterbianco e Aci Catena, con diramazioni nella Sicilia Orientale.
 
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori prima dell’avvio dell’operazione denominata “Gorgoni”, la mafia sarebbe stata coinvolta anche quale “giudice” chiamato a sistemare contenziosi tra Comune e imprese in lite per un appalto. A “lamentarsi” con l’allora sindaco di Aci Catena, Ascensio Maesano, indagato, sarebbe stato Vincenzo Guglielmino, amministratore di E.F. servizi ecologici, arrestato per mafia e corruzione, perché voleva riassegnato l’appalto che gli era stato tolto e assegnato a Rodolfo Briganti, rappresentante legale della Senesi, arrestato per corruzione. In quel caso, secondo la Procura di Catania, sarebbe arrivato l’intervento del clan Cappello per mediare.
 
Secondo l’accusa Guglielmino “lungi dal subire le prevaricazioni dei clan mafiosi operanti nei territori ove si svolge la sua attività di impresa”, si rapportava “in modo paritario agli esponenti più rappresentativi dei clan mafiosi catanesi, in particolare al clan Cappello e al clan Laudani, considerandoli al pari di qualunque altro interlocutore commerciale dal quale acquistare servizi”.
 
Al clan Cappello, al quale viene ritenuto organico, regolarmente e periodicamente avrebbe erogato “sostanziose somme di denaro (quasi fosse da considerare un costo di esercizio dell’impresa) in cambio, da un lato, del più tradizionale dei ‘servizi’ offerti, vale a dire la protezione da eventuali danneggiamenti ai mezzi di esercizio della propria impresa perpetrati da clan rivali sul territorio”. Dall'altra parte, Guglielmino avrebbe avuto il “sostegno, rafforzato dalle tipiche modalità mafiose di intimidazione e soggezione, per l’affermazione e il mantenimento del monopolio delle sue imprese sul territorio, come anche per l’ulteriore ampliamento dei propri affari e, di conseguenza, dei propri introiti attraverso l’aggiudicazione di nuovi appalti”.
 
Tra gli arrestati figura anche Alfio “Salvo” Cutuli, di 54 anni, giornalista di Rei Tv e collaboratore del giornale La Sicilia, finito in manette per corruzione. Secondo l’accusa “avrebbe fatto da mediatore tra il rappresentante legale della Sinesi Spa, Rodolfo Briganti, e il sindaco pro tempore di Aci Catena, Ascenzio Maesano al quale avrebbe fatto pervenire somme imprecisate di denaro ricevute dall’imprenditore per sostenere la sua futura campagna elettorale”.In cambio avrebbe chiesto di “ottenere l'annullamento delle sanzioni irrogate dal Comune alla Senesi nell’esecuzione dell’appalto”.
 
La Dia di Catania ha inoltre eseguito un decreto di sequestro preventivo in via d’urgenza ai fini della confisca, che ha interessato società, immobili, terreni, automezzi e disponibilità finanziarie per un valore complessivo stimato di circa 30 milioni di euro. Il provvedimento, emesso dal Gip su richiesta della Dda della locale Procura, riguarda le società E. F. Servizi ecologici Srl e Senesi Spa.
 
Per la Procura, l’operazione ha fatto emergere “gli accordi criminali per la gestione degli appalti relativi all’affidamento dei servizi di raccolta dei rifiuti, considerato florido settore di investimento criminale per tutti i clan mafiosi, che, per non perdere i sicuri e notevoli vantaggi derivanti dall’aggiudicazione del servizio a imprese ‘amiche’ (in termini di entrate finanziarie e di esercizio del potere mafioso e controllo del territorio) addivenivano a patti criminali di spartizione, gestiti in maniera non conflittuale”. Una “sorta di pax mafiosa, al fine di evitare che scontri cruenti potessero attirare l'attenzione degli organi investigativi determinando lo svolgimento di nuove indagini sul loro conto”.
 
“I clan Laudani e Cappello – ha commentato il procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro - decidono di non destare allarme sociale e quindi di mettersi d’accordo quando si tratta di favorire una ditta dei rifiuti piuttosto che un’altra profondamente infiltrate dalla mafia”.
 
“Ditte – ha aggiunto - che hanno ricevuto vantaggi veramente indebiti da Comuni che invece sono in dissesto e che comunque non ricevono sotto il profilo del pagamento delle tasse destinate alla raccolta dei rifiuti, somme che corrispondono agli importi di appalti che concedono. È impossibile che gli amministratori non si rendano conto che i loro Comuni erogano somme di denaro che vanno al di là delle loro capacità. Nessuno di questi amministratori segnala queste disfunzioni all’Autorità giudiziaria: questo non si può più tollerare”.
 
“L’appello che rivolgo alle Pubbliche amministrazioni - ha concluso - è di non essere conniventi con la mafia e più attenti al controllo della legalità nei territori che gestiscono”.

Articolo pubblicato il 28 novembre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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