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Quotidiano di Sicilia

Nei prossimi 20 anni aumento mare, temperature e erosione delle coste
di Redazione

Necessari interventi di rimboschimento per ridurre la presenza di anidride carbonica. Sotto i riflettori studi che permetterebbero la riduzione dell’assorbimento delle radiazioni solari



PALERMO - Il clima influenza continuamente la nostra intera esistenza. Negli ultimi anni assistiamo a primavere che sembrano estati e inverni che sembrano autunni. I cambiamenti climatici sono un dato di fatto. L’innalzamento delle temperature interviene in modo irreparabile sullo scioglimento dei ghiacci polari e continentali, con conseguente innalzamento del livello dei mari. Molte specie marine, di acqua dolce o terrestre, hanno cambiato i loro percorsi migratori e le aree geografiche di riproduzione e crescita e che lo scioglimento dei ghiacci sta influenzando i sistemi idrogeologici e la disponibilità di risorse idriche. Anche noi esseri umani iniziamo a sperimentare le difficoltà di vivere in un mondo dal cattivo stato di salute: dobbiamo affrontare la diminuzione nella disponibilità di acqua dolce, problemi nel settore alimentare, l’innalzamento del livello del mare e l’erosione delle coste, tutti impatti che potrebbero implicare costi e politiche di adattamento molto onerosi.
 
Secondo il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, nei prossimi venti anni sono tre i principali cambiamenti individuati in conseguenza all’aumento di concentrazione di gas serra nell’atmosfera: il riscaldamento globale della bassa atmosfera e della superficie della Terra; l’accelerazione del ciclo dell’acqua nell’atmosfera e nel suolo e l’aumento del livello dei mari.
 
La regione mediterranea, di cui fa parte anche l’Italia, è individuata come una delle aree europee più a rischio a causa dei molteplici fattori che vengono impattati: turismo, agricoltura, attività forestali, infrastrutture, energia, salute della popolazione.
 
E il ruolo dell’uomo nel determinare questi cambiamenti è scientificamente accertato. I cambiamenti climatici sono oggi affrontati perlopiù sul piano dell’adattamento e della mitigazione e sul lungo periodo sul piano della riduzione delle emissioni di gas serra.
Gli interventi per ridurre le emissioni porteranno i primi risultati soltanto nel lungo termine: infatti, si prevede che le temperature inizieranno a calare solo a partire del 2100. In quest’ottica è fondamentale il contributo offerto dalla geoingegneria, ovvero la scienza che prevede interventi di larga scala sul sistema climatico della Terra per moderare il riscaldamento climatico. La geoingegneria agisce fondamentalmente attraverso due metodi: la gestione della radiazione solare e la rimozione di gas serra dall’atmosfera.
La principale causa del riscaldamento terrestre sono i gas serra: soprattutto anidride carbonica, ossido di diazoto e metano, ma anche altri gas. Rimuovere dall’atmosfera questi gas dovrebbe quindi rallentare la velocità a cui il pianeta si riscalda fino o addirittura fermare questo riscaldamento. Concentrandoci sull’anidride carbonica, il metodo più diffuso e più antico è certamente quello del rimboschimento: grazie alla fotosintesi clorofilliana, infatti l’anidride carbonica presente nell’aria viene fissata nei tessuti vegetali.
 
Gli ecosistemi forestali immagazzinano negli alberi il doppio del carbonio presente in atmosfera e che circa il 30% delle emissioni di anidride carbonica derivante dall’uso di combustibili fossili è assorbito dalle piante del pianeta. Un faggio di 100 anni “mangia” 2,5 kg di anidride carbonica ogni ora e libera 1,7 kg di ossigeno in aria, pari all’ossigeno respirato da dieci persone. Durante questo processo viene traspirata una notevole quantità di acqua migliorando così il microclima: è come se fossimo “rinfrescati” da cinque condizionatori d’aria che funzionano ininterrottamente per dieci ore. Piantando dieci alberi di noce si assorbono le emissioni di gas serra generate dalla nostra abitazione mentre ce ne vogliono 19 per equilibrare l’anidride carbonica prodotta da due auto.
 
Tutelare e incrementare il patrimonio forestale del pianeta, così come intervenire in ambito agricolo, è quindi molto importante.
Tuttavia, le piante sequestrano l’anidride carbonica per un periodo geologicamente limitato, cioè per il tempo di vita della pianta stessa. Quando gli organismi muoiono e si decompongono, la maggior parte del carbonio viene restituito all’atmosfera. Ed è proprio a questo punto che si possono praticare anche altri interventi. Ad esempio, le biomasse possono essere raccolte e sepolte sotto terra, oppure carbonizzate. Questo processo, noto come pirolisi, rende i legami degli atomi di carbonio molto più forti e la decomposizione da parte dei microrganismi più difficile. Il risultato è quindi un più lungo stoccaggio del carbonio nella materia vegetale trasformata.
 
Un’altra tecnica su cui i ricercatori stanno conducendo degli studi è quella del “sequestro” dell’anidride carbonica direttamente dall’aria.
L’atmosfera, la geosfera e la biosfera interagiscono anche con l’idrosfera e in particolare con gli oceani. Più in dettaglio, sulla superficie dell’acqua l’anidride carbonica atmosferica è fissata attraverso la fotosintesi da alghe microscopiche. In questo caso, gli scienziati stanno valutando se grazie all’uso di nutrienti naturali, la cui mancanza in natura può limitare la crescita di queste alghe, si può aumentare il tasso di sequestro di anidride carbonica in modo sostenibile.
 
Le altre tecniche al momento note per contrastare l’innalzamento delle temperature insistono invece sul controllo della radiazione solare che arriva sulla Terra e più in particolare sulla riduzione dell’incidenza e dell’assorbimento delle onde corte della radiazione. Altri studi prevedono l’immissione nella stratosfera di aerosol in grado di riflettere i raggi del sole e rispedirli nello spazio o addirittura la collocazione di un sistema di specchi in prossimità dell’orbita terrestre.

Articolo pubblicato il 14 ottobre 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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