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Quotidiano di Sicilia

Aria cattiva, l'altra emergenza
di Rosario Battiato

Arpa: in Sicilia sforati ancora i limiti per Pm10, ozono e particolato. Raffinerie da riconvertire come a Gela. Non solo rifiuti: due procedure Ue sull’Isola, ma il Piano di tutela è fermo in Regione

Tags: Arpa, Sicilia, Inquinamento, Pm10



PALERMO – Tra i problemi dei siciliani nel 2016, secondo quanto riportato dall’Istat nella rilevazione “La soddisfazione dei cittadini per le condizioni di vita”, l’inquinamento dell’aria rientra tra le quattro maggiori preoccupazioni.
Quattro famiglie siciliane su dieci della stessa zona, infatti, considerano “molto o abbastanza presenti” le criticità relative all’aria, un dato che è superiore alla media nazionale (39 contro 38) e che è molto vicino alle altri grandi problematiche espresse dai siciliani: difficoltà di parcheggio, traffico e rumore. Con la differenza che la cattiva qualità dell’aria pesa come un macigno sulla salute degli abitanti.
 
Nei giorni scorsi Greenpeace ha chiesto ai sindaci delle città più colpite dal biossido di azoto (Roma, Torino, Milano e Palermo) di attivare azioni per ridurre la presenza di questo inquinante, in seguito a un monitoraggio della qualità dell’aria nei pressi di dieci scuole dell’infanzia del capoluogo torinese che hanno evidenziato livelli preoccupanti.
 
Il problema è molto esteso, perché collega inadempienze amministrative, come la mancata approvazione del piano regionale di tutela della qualità dell’aria, a un sistema produttivo ancora da rinnovare - la green refinery di Gela è solo un esempio virtuoso - e alla mancata riqualificazione edilizia degli immobili pubblici e privati.
 
1. Ossido di azoto e ozono, sforamenti pericolosi 
Un’aria complessivamente migliore, ma i problemi non mancano. Gli ultimi dati dell’Arpa sulla qualità dell’aria siciliana, aggiornati al 2016, hanno registrato diversi miglioramenti sul fronte del rispetto dei valori limite degli inquinanti, ma anche criticità irrisolte per particolato fine e ozono. Il quadro dettagliato ha visto, nella stazione Di Blasi a Palermo, un numero di superamenti (45) del valore limite espresso come media giornaliera superiore a quelli previsti dal D.Lgs. 155/2010 nell’arco di un anno solare (35).
Per l’ossido di azoto il valore limite espresso come media annua è stato superato in 4 stazioni da traffico urbano ubicate negli Agglomerati di Palermo (Di Blasi e Castelnuovo), di Catania (V.le Veneto) e nella Zona Aree Industriali (Gela-Niscemi).
Per l’ozono “superamenti del valore obiettivo a lungo termine (OLT) per la protezione della salute umana fissato dal D.Lgs. 155/2010, espresso come massimo della media sulle 8 ore, pari a 120 μg/m3 in 7 delle 16 stazioni in cui viene monitorato ubicate nell’Agglomerato di Catania, nella Zona Aree Industriali, e nella Zona Altro”.
 
2. Pende la scure delle sanzioni per il mancato risanamento
Anche la qualità dell’aria è senza un piano. Così come per molti altri settori strategici dell’Isola – energia e rifiuti su tutti – anche il piano regionale di tutela della qualità dell’aria ha avuto una storia complessa e travagliata. L’Arpa Sicilia ne ha redatto uno completamente nuovo – il direttore Francesco Licata di Baucina era stato nominato commissario ad acta dall’ex assessore Croce – che è stato apprezzato in Giunta ormai quasi un anno fa ed è ancora in attesa che l’assessorato dell’Ambiente conceda il via libera alla procedura di Vas (valutazione ambientale strategica).
Le Regioni sono responsabili della qualità dell’aria, perché questo prevede la direttiva comunitaria, e infatti senza piano sarà complicato convincere Bruxelles che l’amministrazione sta facendo il suo dovere per liberarsi delle due procedure di infrazione che riguardano l’Isola: la n. 2015/2043 per i superamenti del valore limite per gli ossidi di azoto (NOx) e la n. 2014/2147 per i superamenti del valore limite per il particolato fine PM10 e per la mancata attuazione di interventi di risanamento della qualità dell’aria.
 
3. Entro l’anno va completata la rete di monitoraggio 
Risale al 2014 il provvedimento che ha visto l’assessorato regionale dell’Ambiente, a seguito del visto di conformità alle disposizioni del D.Lgs. 155/2010 da parte del ministero dell’Ambiente, approvare il “Progetto di razionalizzazione del monitoraggio della qualità dell’aria in Sicilia ed il relativo programma di valutazione” (PdV), redatto da Arpa Sicilia.
La nuova rete prevede 54 stazioni fisse di monitoraggio distribuite su tutto il territorio regionale. Attualmente, secondo quanto riportato nell’annuario dei dati ambientali redatto dall’Agenzia regionale e rilasciato nei giorni scorsi sul sito, risultano operative 37 delle 53 stazioni previste dal PdV, anche se non dotate di tutti gli analizzatori previsti.
Le stazioni sono attualmente gestite da vari soggetti, tra cui Arpa Sicilia e diversi Enti, pubblici e privati. Le restanti 16 stazioni previste nel PdV e non ancora attive saranno predisposte nel corso “del 2018 nell’ambito dei lavori di realizzazione ed adeguamento della rete regionale”.
 
4. Di cattiva aria si muore: in Sicilia critica l’area Sud-Est
La cattiva aria può uccidere. Nei mesi scorsi l’Aea, l’agenzia europea dell’ambiente, ha stimato in 400 mila le morti premature causate dall’inquinamento atmosferico. Per Hans Bruyninckx, direttore dell’Agenzia europea, almeno l’80% dei cittadini che abitano in città europee vivono con una qualità dell’aria che “non rispecchia gli standard dell’Organizzazione mondiale della sanità”.
La Sicilia mantiene un’aria generalmente buona, ma restano alcune aree particolarmente critiche in particolare in quella del Sud-Est, come sottolineato dalla Fondazione Sviluppo sostenibile su dati del progetto Viiaas, e in alcune zone delle aree industriali.
Proprio lo studio Viiaas, che analizza la valutazione integrata dell’impatto dell’inquinamento atmosferico sull’Ambiente e sulla salute in Italia (viias.it), pubblicato col patrocinio del ministero della Salute, ha preso il 2005 come anno di riferimento, il 2010 come anno per considerare le ripercussioni della crisi economica, e il 2020 come scenario futuro in cui gli effetti negativi della crisi economica si sono ridotti e sono vigenti le normative europee e nazionali previste oggi.
Gli inquinanti presi in considerazione sono tre (PM2,5, ozono e biossido di azoto) e nell’Isola i tassi di mortalità, pur essendo inferiori alla media nazionale, restano tra i più alti del mezzogiorno anche se hanno la tendenza ad assottigliarsi nel corso tre scenari.
 
5. “Le previsioni” dello smog con le mappe interattive
Dalla fine di novembre è possibile consultare una nuova mappa interattiva per verificare la qualità dell’aria in tempo reale in tutta Europa. Bello, ma non troppo. La mappa si trova sul portale dell’Aea, l’agenzia europea per l’Ambiente (http://airindex.eea.europa.eu), ma non presenta ancora dati italiani.
A compensare questo ritardo ci ha pensato l’Università di Pisa con il sistema MonIQA (moniqa.dii.unipi.it/#mappa-content) che permette di consultare in tempo reale i dati della qualità dell’aria in Italia.
Il meccanismo è molto intuitivo, infatti ci sono cinque indici di qualità dell’aria (buona, discreta, mediocre, scadente, pessima) e una serie di filtri per inquinante (NO2, NO, O3, PM10, CO, PM2,5, SO2, Benzene) che possono essere spuntati per osservarne l’incidenza.
Il sistema lavora sulla base dei dati emessi dalle varie agenzie regionali per l’ambiente (Arpa) e si può scaricare anche come app per lo smartphone. Buone le performance siciliane con indici che vanno dal buono al discreto.
 
6. Industrie, traffico, stufe: le ragioni dell’inquinamento
Traffico, riscaldamento domestico, impianti industriali ed emissioni naturali. Le fonti dell’inquinamento sono molteplici e sorprendenti. Ad esempio, l’Arpa specifica che il traffico veicolare, e, in particolare, il traffico nelle strade urbane determinato dai veicoli pesanti maggiori di 3.5 t e dalle automobili a gasolio, è il “macrosettore maggiormente responsabile delle emissioni di NOX (ossido di azoto, ndr)” mentre per quanto riguarda il particolato fine, cioè il PM10, la sua diffusione, spiegano dall’Arpa, dipende “fortemente da emissioni naturali, e, per quanto concerne le sorgenti antropiche, dal settore del riscaldamento domestico alimentato a biomasse e dal trasporto veicolare in ambiente urbano”.
Il peso della biomassa era stato evidenziato anche dall’Enea che in un recente studio ha sottolineato come il settore civile abbia fatto registrare una crescita del 46% delle emissioni di PM2,5 dal 1990 ad oggi e “principalmente per l’aumento dell’uso di biomassa in impianti di riscaldamento a bassa efficienza”.


Articolo pubblicato il 05 gennaio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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