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Sbaglia chi cerca il lavoro sotto casa
di Carlo Alberto Tregua

Fortunato chi trova quello che gli piace

Tags: Lavoro



Il diritto al lavoro è previsto dalla Costituzione, ma da nessuna parte di essa si parla di diritto al posto di lavoro, e neanche che debba piacere oppure che si debba trovare sotto casa. Chi sbraita perché cerca un lavoro sottintende, però, che gli deve piacere e lo vuole sotto casa.
È vergognosa la protesta in piazza di tanti insegnanti, che hanno trovato lavoro a tempo indeterminato nel Nord Italia, però vogliono tornare in Sicilia. Altrettanto vergognoso è il comportamento di altri insegnanti che hanno fatto ricorso al sotterfugio della Legge 104 per ritornare in Sicilia. Uno di essi, addirittura, è stato autorizzato a rientrare per accudire la suocera, come se la moglie fosse già morta, ma non lo era.
La distorsione di un sacrosanto diritto è diseducativa, perché non si può coniugare con la comodità o con il piacere.
In un mondo globalizzato si va dove c’è il lavoro: sono milioni i cittadini che si spostano trovando nuovi assetti familiari senza elevare alcuna protesta.
 
Anche nel nostro Paese vi sono migliaia di servitori dello Stato, persino di vertice, che cambiano sede di lavoro ogni 2-3 anni. Ci riferiamo ai Corpi delle Forze dell’ordine, ma anche ai ferrovieri e ad altri che conoscono la regola.
Ficcare nella testa dei giovani che devono fare un lavoro che gli piace è sbagliato, perché non li forma secondo un principio di autocontrollo e una capacità di fare sacrifici indispensabile per crescere come persone e come lavoratori.
Un giovane dovrebbe maturarsi a 19 anni e laurearsi a 24, compresa la magistrale. Immediatamente dopo una di queste due tappe, dovrebbe avere un sacro furore nel voler fare esperienze di ogni genere e tipo, per crescere e incorporare competenze, senza cui il lavoro non si trova.
Nelle visite alle scuole per spiegare ai giovani maturandi che il lavoro c’è, abbiamo trovato una sorta di ostilità da parte degli insegnanti, molti dei quali continuano a parlare del lavoro sotto casa e che financo deve piacere.
Non è così che si sviluppa la società. Non è così che si imposta adeguatamente il futuro dei giovani.
 
 
C’è un sito, clicklavoro.it, in cui si trovano tutte le opportunità. Ma ci vogliono le competenze.
Salvo che nella Pubblica amministrazione, ove non servono, perché tanto si va all’ammasso dei cervelli - fatte le dovute eccezioni di brillanti dirigenti e dipendenti - per il resto occorre incamerare competenze, competenze e competenze.
Nella pagina che ogni venerdì pubblichiamo sul QdS vi sono le richieste di lavoro da parte di imprese che hanno superato le 18 mila unità. Ci auguriamo che abbiano trovato riscontro.
Quanti giovani, dotati di talento, sono riusciti a partire con le start-up e hanno incrementato rapidamente il loro fatturato assumendo decine e anche migliaia di dipendenti? Bill Gates, con Microsoft, ha cominciato in un garage della California e lo stesso ha fatto Jeff Bezos con Amazon. E molti altri come loro.
Occorrono ingegno, forza di volontà, spirito di sacrificio e visione di una prospettiva che può avere anche forma di sogno, ma devono essere fortemente ancorati alla realtà.
 
Il precario è soltanto italiano. In tutto il mondo il lavoro funziona a porte girevoli: si entra e si esce da un posto all’altro.
Il precario italiano ha paura perché non è sufficientemente addestrato, perché non è competitivo e perché è vittima del mammismo dei deboli, una deleteria protezione di giovani che avrebbero invece bisogno di spiccare il volo da soli.
Chi non ha paura del futuro, chi ha autostima, chi sente il sacro fuoco della volontà, non ha alcuna preoccupazione di competere con chicchessìa o di affrontare ardue salite, sapendo che dopo vi sono le discese.
Chi non si preoccupa di lavorare e di sudare, di lavorare giorno e notte per realizzare i propri progetti, avrà certamente successo se avrà posizionato nel giusto modo le pedine della propria capacità.
Chi non ha paura di andare in giro per il mondo invierà il suo curriculum a migliaia di siti. Da qualcuno di essi troverà una risposta. Ma occorre cominciare dal mismatching, cioè dal connubio scuola-lavoro contro cui tanti giovani scriteriati hanno protestato.
 

Articolo pubblicato il 05 gennaio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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