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Stipendi: in Sicilia doppi privilegi
di Rosario Battiato

Osservatorio Cottarelli: nel pubblico buste paga più pesanti del 18%. Ma nell’Isola i regionali a loro volta prendono il 30% in più degli statali. Alti costi, zero risultati e per un’autorizzazione si aspettano anche 1.700 giorni

Tags: Stipendio, Sicilia



PALERMO - In seguito ad anni di contrazione, potrebbe crescere nuovamente la differenza tra le retribuzioni degli statali e dei privati che nel 2016 ha visto registrare un differenziale del 27% in favore del comparto pubblico.
 
Un privilegio che si ingigantisce in Sicilia dove per decenni la macchina pubblica, che include anche regionali, ex provinciali, comunali, è stata un ammortizzatore sociale necessario – nell’Isola si trova il 12% dei comunali di tutta Italia e il totale degli emolumenti versato annualmente ai regionali vale quanto la metà della spesa complessiva per i dipendenti di 15 regioni – che non ha sempre prodotto risultati eccellenti, tutt’altro. E non solo per i ritardi dei pagamenti che affossano tantissime aziende isolane, ma anche per la gestione delle richieste autorizzative che arrivano dal tessuto produttivo.
 
Un rapporto di Sicindustria, rilasciato verso la fine dello scorso anno, ha analizzato i tempi di servizio di alcuni dipartimenti: per una richiesta di autorizzazione unica per la costruzione e l’esercizio di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (dipartimento competente energia) si è registrato un tempo medio di attesa pari a 1.733 giorni, circa dieci volte il tempo massimo previsto dalla legge; per una valutazione di impatto ambientale (competenza del dipartimento regionale Ambiente) si arriva fino a 1.065 giorni (quasi 3 anni), cioè circa 5 volte il tempo massimo ipotizzato, che è di 210 giorni.
 
Il discorso andrebbe ampliato in un lungo elenco che toccherebbe dolorosamente l’intera macchina amministrativa isolana: dalla spesa dei fondi Ue, come testimoniato dai dati della Commissione europea ripresi dal QdS (“La vergogna dei fondi Ue non spesi” di Chiara Borzì del 6 gennaio scorso), che ha fatto registrare, limitatamente alle tre principali misure della programmazione 2014-2020 (Psr, Fesr, Fse), un dato compreso tra lo zero e l’1% (media nazionale del 3%) fino ai ritardi nei progetti per la depurazione – oltre un miliardo stanziato dal Cipe nel 2012 e adesso in mano a un commissario nazionale dopo i ritardi isolani – fino al nebuloso settore dei rifiuti che, tra scandali, coinvolgimento di personaggi corrotti della Pa e mala gestione, ha visto un debito a carico della finanza pubblica pari a quasi 1,8 miliardi di euro.

1. Negli ultimi 36 anni fino al 40% in più a statali
Gli occupati del settore del pubblico ammontano a circa 3,4 milioni (2015) per un monte salari di 160 miliardi di euro. Numeri che arrivano dall’Osservatorio conti pubblici italiani, diretto da Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review.
L’analisi dell’Osservatorio, pubblicata alla fine di dicembre, ha messo in fila le retribuzioni lorde pro capite degli ultimi 36 anni (dal 1980 al 2016) del settore pubblico e le ha confrontate con quelle del settore privato, evidenziando che il rapporto tra retribuzioni pubbliche e private è stato di 1,27. il differenziale salariale (wage gap) è stato quindi mediamente del 27 per cento a favore del settore pubblico con punte del 40%.
“Da notare che, al momento dell’ultimo rinnovo contrattuale nel 2009, il differenziale – si legge nella nota dell’Osservatorio – era vicino ai suoi massimi storici, a causa del forte aumento osservato tra il 1999 e il 2006, quando la crescita delle retribuzioni pubbliche aveva largamente ecceduto quella delle retribuzioni private”. In seguito il differenziale si è ridotto proprio per il blocco dell’aggiornamento. Nel 2016, l’ultimo aggiornato, il differenziale pubblico-privato era pari al 18 per cento.
 
2. I dirigenti più pagati d’Europa: 8,5 volte più della media Italia
La ricerca di un allineamento alle medie europee non è mai valsa per i vertici della macchina burocratica nazionale. “Gli stipendi dei dirigenti pubblici italiani – è riportato nella nota dell’Osservatorio diretto da Cottarelli – restano invece ancora significativamente più elevati di quelli degli altri principali paesi europei (nonostante il tetto dei 240.000 euro introdotto nell’aprile 2014)”. Andando nello specifico, per i dirigenti apicali si registrano retribuzioni che valgono circa 8 volte e mezzo il reddito medio italiano. Dati differenti si registrano negli altri Paesi europei: gli stipendi dei dirigenti apicali risultano di 5,8 volte, 4,5 volte, 5,5 volte e 5 volte il reddito pro capite rispettivamente in Gran Bretagna, Germania, Francia e nella media di paesi Ocse.
“Gli stipendi italiani – si legge ancora nello studio – sono più elevati di quelli esteri per i dirigenti di prima fascia e per quelli di seconda fascia con funzioni di coordinamento, anche se, per quest’ultimo gruppo, gli squilibri sono meno contenuti e il differenziale risulta sostanzialmente uguale a quello francese”.
 
3. Anziani e poco formati: il profilo degli impiegati
Ad analizzare la qualità dell’intero comparto ci ha pensato la Fpa, società del gruppo Digital360, che ha presentato i risultati lo scorso maggio in occasione del convegno di apertura del Forum Pa 2017. Nel quadro delineato si sono evidenziate alcune connotazioni particolarmente negative che cominciano proprio dalla questione anagrafica: gli anni passano anche per i burocrati (soltanto il 27,7% ha meno di 45 anni) e l’età media oscilla intorno ai 50 anni. Assenti anche alcune competenze specifiche: il 49% delle mansioni che richiedono una laurea è svolto da personale che non è laureato.
Gli scenari per il futuro non sono proprio rosei: nel 2020 l’età media si spingerà fino a quasi 54 anni e ci saranno 232 mila persone che avranno tra i 65 e i 67 anni e oltre 603mila tra i 60 e i 64 anni. Dall’altra parte il personale complessivo è destinato a essere sempre più in contrazione e non solo per l’invecchiamento: nell’ultimo decennio c’è stato un taglio del 5% dei lavoratori, cioè circa 240 mila unità.
 
4. In Sicilia privilegi al quadrato: i regionali battono gli statali
Nella gara contributiva c’è una categoria che batte privati e dipendenti pubblici. Sono i regionali siciliani, un vero e proprio esercito di privilegiati. L’ultimo aggiornamento l’ha fatto il Sole 24 Ore, sulla base di di dati della Corte dei Conti, che ha censito la presenza di 17.057 unità nella macchina regionale isolana, record assoluto tra le regioni e il triplo della seconda più popolosa per dipendenti (Campania, 5.666 unità). Non ci sono attenuanti per giustificare una presenza così massiccia: è sufficiente ricordare che tutte le Regioni a statuto speciale viaggiano sotto la quota dei 4.500, mentre, per quanto riguarda la quota di popolazione, la Lombardia (6,5 mln in età lavorativa contro 3,3 mln della Sicilia) è un valido esempio di rapporto personale/utenza con poco più di 3 mila unità.
Quanto costa questa macchina? Lo studio del quotidiano economico ha stimato il valore in un miliardo, compresi gli oneri sociali, cioè circa la metà di quanto impiegano complessivamente le 15 regioni a statuto ordinario per pagare il proprio personale. E i conti pro capite sono esagerati: sulla base dei numeri della Ragioneria generale dello Stato (elaborati dal QdS nel servizio “Regionali costosi e allo sbando” di Valeria Arena dello scorso 15 luglio), i dipendenti regionali arrivano a guadagnare mediamente circa 38.817 euro all’anno, cioè quasi 10 mila euro in più rispetto ai colleghi ministeriali (29.057 euro) e 3 mila euro in più rispetto ai loro omologhi delle regioni a statuto speciale (35.345 euro).
 
5. Comunali di Sicilia, l’esercito da 1,7 miliardi
La Pubblica amministrazione ha avuto in passato un ruolo fondamentale nel sostenere le difficoltà produttive dell’intero meridione, determinando un utile bacino di occupazione in una Sicilia che da decenni patisce un ritardo infrastrutturale e occupazionale con il resto del Paese. Non lo dimostrano soltanto i regionali – quasi 5 mila gli ex precari assunti a tempo indeterminato e senza concorso – ma anche i comunali isolani che, ancora nel 2015 (dati Istat), continuano a incidere per un circa un terzo (30,8%) sulle entrate correnti dei comuni. Un dato che è inferiore di otto punti percentuali rispetto alla media italiana (22,8%).
Una stima effettuata dal QdS, sulla base dei dati pubblicati sul portale Sistema informativo sulle operazioni degli enti pubblici, Siope, ha calcolato in 500 milioni di euro la somma destinata ai dipendenti comunali dei nove comune capoluogo.
Un dato che cresce ancora se consideriamo le circa 52 mila unità di personale dei 390 comuni isolani che costano annualmente circa 1,7 miliardi (dati fondazione Ifel, istituto per la finanza e l’economia locale dell’associazione nazionale comuni italiani). Anche in termini numeri si tratta di un esercito di dipendenti senza eguali: nell’Isola si trova il 12,3% degli addetti alla macchina burocratica di tutti gli enti locali.
 
6. E dopo il blocco previsti nuovi aumenti
Lo scorso 23 dicembre Aran (agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) e Organizzazioni sindacali hanno firmato l’Ipotesi di contratto collettivo nazionale di lavoro 2016-2018 per i pubblici dipendenti appartenenti alle Funzioni Centrali, nuovo comparto nel quale sono confluiti i precedenti comparti di Ministeri, Agenzie Fiscali, Enti Pubblici non Economici, Agid, Cnel ed Enac.
Si tratta del primo rinnovo contrattuale del settore pubblico dopo gli anni di blocco della contrattazione collettiva, che riguarderà circa 240 mila lavoratori e riconoscerà aumenti economici a regime, pari “a circa 85 Euro medi e prevede altresì, per il 2018, un elemento perequativo della retribuzione – si legge nella nota dell’Aran – destinato solo alle categorie collocate nelle fasce più basse della scala parametrale. Sono riconosciuti anche gli arretrati contrattuali per il periodo 2016-2017”.
L’intesa prevede anche interventi sulle relazioni sindacali e su molti aspetti normativi (assenze, permessi e congedi, orario di lavoro e banca delle ore, ferie, codici disciplinari, rapporti di lavoro flessibile). Attualmente in discussione gli aumenti per gli altri comparti.

Articolo pubblicato il 09 gennaio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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