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Quotidiano di Sicilia

Economia illegale: 15 mld d'imbrogli
di Rosario Battiato

Istat: lavoro irregolare (6 mld), imposte non dichiarate (5,6 mld), mance, fitti in nero (3 mld) bloccano lo sviluppo dell’Isola. All’opposto, inutilizzati: fondi Ue (15,4 mld), credito d’imposta, agevolazioni per R&S

Tags: Lavoro Sommerso, Economia, Sviluppo, Istat



PALERMO – La Sicilia continua ad affogare: profondo rosso per la Regione (indebitamento per circa 8 mld e disavanzo pari a quasi 6 mld) e disperazione nera per i siciliani che, dati alla mano, risultano tra i più poveri d’Italia – uno su due a rischio povertà secondo l’Istat – e con un valore aggiunto pro capite che vede quattro province isolane collocate tra le più povere d’Italia. Soltanto capovolgendo la classifica della produttività legale si scopre che la Sicilia resta ancora in piedi grazie ai fragili supporti del sommerso e dell’illegale. Una dimensione che svela uno dei paradossi isolani quando si considera che, come sostengono gli economisti, la componente non dichiarata dei redditi ha tenuto in piedi la domanda aggregata.
 
Passare dal nazionale al macroregionale e poi al regionale è una lenta discesa negli inferi della illegalità. In tutta Italia, stando ai dati Istat diffusi lo scorso dicembre e relativi al 2015, l’economia non osservata, che include la parte sommersa e quella illegale, ha rappresentato il 14% del valore aggiunto totale.
 
A definire la fetta maggiore è “la rivalutazione della sotto-dichiarazione dei risultati economici delle imprese (6,3%)”, cioè le imposte non dichiarate dalle aziende, l’impiego di lavoro irregolare (5,2%), mentre in parte minore incidono l’economia illegale e le altre componenti minori (mance, fitti in nero e integrazione domanda-offerta) per il restante 2,5%.
 
A livello macroregionale, l’incidenza dell’economia non osservata è decisamente più elevata nel Mezzogiorno (19,1% del valore aggiunto), vicina alla media nel Centro (14,2%) e inferiore nel Nord-est (12,2%) e nel Nord-ovest (11,5%).
 
Il dato regionale, spiegano dall’Istat, vede la Calabria come “la regione in cui il peso dell’economia sommersa e illegale è massimo, con il 21,3% del valore aggiunto complessivo, mentre l’incidenza più bassa si registra nella Provincia autonoma di Bolzano-Bozen (10,7%)”.
 
La Sicilia è sul podio delle regioni più coinvolte dal sommerso, superata in peggio soltanto da Calabria e Campania. La fetta dell’economia non osservata vale il 19,2% del valore aggiunto che in valore assoluto si traduce in 14,95 miliardi di euro. Soldi che fuggono dai circuiti tradizionali del fisco e della previdenza e che riguardano per l’8,1% il lavoro irregolare, poco più di 6 miliardi, per il 7,3% le imposte non dichiarate dalle imprese, per un valore di circa 5,6 miliardi, e quindi l’economia illegale, poco più del 3%, che arriva a sfiorare i 3 miliardi.
 
Somme che, se venissero recuperare e ricondotte ai circuiti legali, potrebbero idealmente chiudere il disavanzo regionale, che vale 5 miliardi e 900 milioni, e l’indebitamento di 8 miliardi e 35 milioni, così come precisato ad inizio gennaio da Nello Musumeci nell’analisi dei conti della Regione.
 
D’altra parte bisogna anche considerare che la presenza di questa larga fetta di economia illegale serve tuttavia a salvare una situazione che altrimenti potrebbe diventare insostenibile. Il rischio di povertà in Sicilia, secondo gli ultimi dati Istat relativi al 2015, coinvolge più di un siciliano su due (55,4%), determinando situazioni particolarmente critiche che soltanto canali non propriamente ufficiali di reddito possono compensare.
 
Una segnalazione, in tal senso, era stata fatta anche dall’Osservatorio congiunturale della Fondazione Res dello scorso anno, quando si precisava che di “difficile valutazione rimane l’entità dei redditi distribuiti al di fuori del circuito formale, fenomeno che fornisce una parziale spiegazione della tenuta della domanda aggregata, anche in periodi critici, a fronte delle diffuse debolezze del tessuto produttivo”.
 
L’Istat ricorda che nel 2016 “le famiglie residenti nel Nord-ovest dispongono del livello di reddito per abitante più elevato (21,5mila euro), seguite da quelle residenti nel Nord-Est (quasi 21mila euro). Nel Centro il livello è pari a circa 19,1mila euro, nel Mezzogiorno a 13,5mila euro, con un differenziale negativo del 25,7% rispetto alla media nazionale”.
 
La Sicilia, assieme a Calabria e Campania, si piazza nella fascia più bassa (da 12.400 a 13.400), facendo peggio del dato meridionale.
 
Tornando ai dati Istat rilasciati nello scorso dicembre, il quadro desolante è confermato dall’assenza di province siciliane tra quelle che registrano un livello superiore di valore aggiunto pro capite rispetto a quello nazionale, mentre Agrigento risulta tra le più povere d’Italia. Tra le ultime dieci per livello inferiore alla media nazionale di valore aggiunto pro capite, ci sono anche Caltanissetta, Enna e Trapani.
 


Imprese del Mezzogiorno quando investire conviene
 
PALERMO – Tra le numerose opportunità per le imprese, il credito di imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno, “Imprese e competitività” 2014-2020 (Fers), rappresenta un importante strumento che permette l’acquisto di beni strumentali nuovi destinati a strutture produttive ubicate nelle regioni del Mezzogiorno (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Molise, Sardegna e Abruzzo).
Lo ha istituto la legge di stabilità 2016 e varrà fino al 31 dicembre del prossimo anno. “Il Programma operativo nazionale – si legge sul sito del Mise – ‘Imprese e competitività’ 2014-2020 Fers contribuisce all’intervento del credito di imposta rendendo disponibili da un minimo di 136 milioni di euro ad un massimo di 306 milioni di euro”.
Nel 2016 sono già state erogate risorse per 163 milioni di euro. Le imprese che intendono fruire del credito d’imposta devono presentare una comunicazione in via telematica all’Agenzia delle Entrate. La misura riguarda le piccole e medie imprese che hanno ricevuto da parte dell’Agenzia delle Entrate l’autorizzazione alla fruizione del credito di imposta “in relazione a progetti di investimento riguardanti l’acquisizione di beni strumentali nuovi e rispondenti agli specifici criteri di ammissibilità”.
L’ammontare minimo dell’investimento deve essere di 500 mila euro e, tra le altre cose, devono rientrare negli ambiti applicativi della Strategia nazionale di specializzazione intelligente.
 


Ricerca e Sviluppo, in Sicilia è giunto il tempo di crescere
 
PALERMO – Il credito d’imposta R&S è uno degli incentivi messi in campo dal governo per “innovare processi e prodotti e garantire la competitività futura delle imprese”. Il credito d’imposta del 50% si applica “su spese incrementali – si legge sul sito del Mise – in Ricerca e Sviluppo, riconosciuto fino a un massimo annuale di 20 milioni di euro/anno per beneficiario e computato su una base fissa data dalla media delle spese in Ricerca e Sviluppo negli anni 2012-2014”.
L’agevolazione copre tutte le spese relative a ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale: costi per personale altamente qualificato e tecnico, contratti di ricerca con università, enti di ricerca, imprese, start up e PMI innovative, quote di ammortamento di strumenti e attrezzature di laboratorio, competenze tecniche e privative industriali.
La misura si applica per le spese in R&S che saranno sostenute nel periodo 2017-2020. Si rivolge a tutti i soggetti titolari di reddito d’impresa (imprese, enti non commerciali, consorzi e reti d’impresa), indipendentemente dalla natura giuridica, dalla dimensione aziendale e dal settore economico in cui operano. “Si accede automaticamente – si legge sul sito del Mise – in fase di redazione di bilancio, indicando le spese sostenute nella dichiarazione dei redditi, nel quadro RU del modello Unico”.
Per le imprese isolane, che in quest’ambito hanno fatto registrare diversi indici inferiori alla media nazionale (spesa totale per R&S sul Pil, addetti nel settore R&S nel pubblico e nel privato) potrebbe essere l’occasione per avvicinarsi ai colleghi nazionali.

Articolo pubblicato il 23 gennaio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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