Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia Ŕ su Twitterrss qds
Quotidiano di Sicilia
Il QdS sul tuo smartphone
Scegli la tua app

Depurazione, Comuni siciliani nella melma
di Rosario Battiato

Ministero Salute: in Sicilia 324 irregolarità con 228 enti su 390 che non depurano e non hanno adeguate reti fognarie. Pochi passi avanti nonostante due condanne dell’Ue e una procedura pendente

Tags: Depurazione, Sicilia



PALERMO – Gli ultimi numeri sulla depurazione siciliana, riportati sul portale del ministero della Salute “acqua.gov.it” e diffusi da Legambiente la settimana scorsa, ormai non stupiscono per la loro ramificazione sul territorio – 324 irregolarità e 228 comuni su 390 che non depurano in regola e che non hanno adeguate reti fognarie – perché preoccupano maggiormente per un’incrollabile presenza nel tempo a fronte dell’immobilismo dei governi regionali che si sono avvicendati sul tema senza nemmeno riuscire a tracciare una strada verso la risoluzione.
 
Dalla prima delibera sul tema del Cipe, che risale al 2012 e stanziava circa un miliardo per risolvere i problemi legati alla depurazione, sono trascorsi sei anni di sostanziale nulla mentre i corpi idrici isolani, dalle falde acquifere ai laghi e ai fiumi, e il mare continuano a venire invasi dai liquami non depurati. Ma l’orologio andrebbe portato ancora più indietro: ne sono trascorsi ben 27 dalla prima direttiva europea in materia (91/271/Cee).
 
In questo quadro si perdono anche le opportunità offerte dal recupero e riutilizzo delle acque reflue: la Global water intelligence, il gruppo di ricerca sorto in seno all’Università di Oxford, ha realizzato uno studio che stima, nel corso del prossimo quinquennio, il ruolo centrale della dissalazione e del riciclo delle acque reflue che potrebbero crescere complessivamente dell’11,4% a livello mondiale. E intanto i siciliani continuano a pagare per un servizio che non esiste.
 
1. Procedure di infrazione: l’Ue non molla la Sicilia
L’Italia ci prova da quasi sei anni ormai. La delibera Cipe 60/2012 aveva finanziato 183 interventi relativi al settore della depurazione delle acque nelle regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia per un totale stanziato di 1,6 miliardi (di cui uno solo per la Sicilia). L’obiettivo del governo consisteva nell’avviare i lavori per evitare le future sanzioni Ue, in relazione al rispetto di direttive definite vent’anni prima. Così non è andata. Attualmente sull’Italia incombono tre procedure avviate e due di queste si trovano allo stato di sentenza. Andando più in dettaglio, la procedura 2009_2034, che contesta la cattiva applicazione della direttiva 1991/271/Ce relativa al trattamento delle acque reflue urbane, è già in sentenza di condanna (causa C-85/13) e la 2004_2034 (causa C-565/10) in decisione ricorso (dati eurinfra.politichecomunitarie.it) in seguito a condanna.
Nel primo caso sono coinvolti 5 agglomerati siciliani su 35, nella seconda ce ne sono 51 su 80. La terza procedura, che è la 2014/2059 per “attuazione della direttiva 1991/271/Ce relativa al trattamento delle acque reflue urbane”, è ancora ferma al “parere motivato”, che è stato inviato dalla Commissione Ue all’Italia. Il prossimo passo potrebbe essere il deferimento presso la Corte. Coinvolti ben 758 agglomerati urbani con più di 2mila abitanti. Tra le 18 regioni coinvolte spicca proprio la Sicilia: 175 gli agglomerati isolani nel mirino dell’Ue.
 
2. Opere idriche incompiute: il più grande buco nell’acqua
La Sicilia è la regina delle incompiute. Nell’aggiornamento dell’elenco rilasciato la scorsa estate, la Regione ne aveva registrate 159, che valevano circa mezzo miliardo di costi congelati e ancora altri 300 milioni necessari per il completamento. In questo folto gruppo non mancano le opere incompiute legate al settore idrico.
In particolare, sono state segnalate nove opere legate al settore fognario per 15 milioni di euro e ancora 12 milioni di euro per il completamento. Altre quattro opere fanno riferimento proprio al settore della depurazione, per un totale di circa 3 milioni di euro di valore e ancora 950 mila euro per il completamento. Il fronte della non spesa è comunque molto più ampio. In seguito allo stanziamento del Cipe nel 2012 da circa 1 miliardo, la Regione, e anche i Comuni, hanno faticato a imbastire progetti adeguati per sfruttare quelle risorse. Il Governo ha provato a metterci una pezza nominando commissario, nel 2015, l’ex assessore Vania Contrafatto, ma alla fine di dicembre 2016 ha deciso di riprendere le redini della spesa con la nomina di un unico commissario nazionale.
 
3. Record negativo a Catania, ma avanzano i lavori per la rete
In Sicilia il dato relativo alla depurazione non ha mai raggiunto nemmeno lontanamente quanto previsto dalla normativa Ue in materia. Nel 2016, stando ai dati Istat, il carico generato dal trattamento delle acque reflue ha riguardato appena il 44% del totale, in assoluto il dato peggiore d’Italia. Nei comuni capoluogo questo dato scivola anche più in basso. Gli ultimi numeri di Ecosistema Urbano hanno certificato una capacità di depurazione, calcolata come percentuale della popolazione servita da rete fognaria delle acque reflue urbane (2015), che a Catania è del 27%, peggior dato nazionale, e a Palermo del 48%. Messina, tra le città metropolitane, è l’unica che si spinge fino al 92%. La migliore delle isolane è comunque Siracusa, che manca di un solo punto percentuale il 100%. Le altre fanno registrare prestazioni buone, come Ragusa che arriva al 98%, e discrete, come un blocco di comuni compreso tra l’83% di Caltanissetta e il 91% di Agrigento. Trapani, infatti, non scende al di sotto dell’87% ed Enna si ferma all’85%. Bisogna tuttavia ricordare che Catania e alcuni comuni del primo anello che registrano l’avanzata a singiozzo dei lavori per collettori fognari e depuratori consortili. A disposizione, inoltre, ci sono i fondi del Patto per Catania, rimodulati qualche mese fa dagli uffici comunali, che prevedono interventi sostanziosi anche per la depurazione, soprattutto nella zona di San Giorgio.
 
4. Il paradosso: pericolo turismo se continua l’emergenza
Non solo cemento, pesca e inquinamento. L’aggressione al mare Mediterraneo passa anche dalla pessima depurazione delle acque isolane che viene ulteriormente amplificata nei periodi di incremento della popolazione. L’Ispra spiega che per “monitorare il carico del turismo sul territorio, in particolare i fattori responsabili delle pressioni e degli impatti esercitati sull’ambiente, si considera il rapporto ‘numero degli arrivi per popolazione residente’, indice del peso del turismo sulla regione, e il rapporto ‘presenze per popolazione residente’”.
È chiaro, infatti, che i flussi turistici determinano, soprattutto nei mesi estivi, una crescita notevole della popolazione spingendo proprio su quelle che sono le emergenze costanti: non solo depurazione, ma anche rifiuti e mobilità. La Sicilia non può pensare di continuare a crescere come meta turistica mondiale senza prima risolvere i suoi problemi strutturali legati alla protezione dell’ambiente.
 
5. Corpi idrici dei fiumi sufficienza stentata
La direttiva quadro europea sulle acque (2000/60/CE) ha stabilito il raggiungimento dello stato di qualità “buono” per i corpi idrici entro il 2015 in relazione allo stato ecologico e allo stato chimico. Un obiettivo ancora lontano per diversi Stati Ue: circa il 15% dei corpi idrici presenta uno stato ecologico non noto, percentuale che cresce fino al 40% per lo stato chimico, ha spiegato l’Arpa Sicilia all’interno della relazione sul monitoraggio delle acque superficiali interne.
Ma anche per l’Isola non ci sono buone notizie. Di base c’è la rete ridotta di monitoraggio: i corpi idrici per i quali si è già pervenuti a una valutazione dello stato ecologico e chimico riguardano un livello di completamento della rete che raggiunge il 50% dei fiumi e supera il 40% per gli invasi, ma “nessuno dei corpi idrici valutati dal 2011 al 2016 ha presentato uno stato ecologico elevato, mentre la maggior parte dei corsi d’acqua e la totalità degli invasi è risultata in stato sufficiente”. L’appello del Arpa è chiaro: “appare più che mai urgente la implementazione dei programmi di misure riportate nel Piano di gestione che prevedono per la maggior parte l’attuazione di misure già previste dal piano di tutela, riguardanti essenzialmente le buone pratiche agricole e la depurazione degli scarichi, solo in alcuni casi infatti sono previsti anche interventi di risanamento idromorfologico”.
 
6. Ma la Comunità europea ci avvertì 25 anni fa
La normativa di riferimento in materia di trattamento dei reflui è la direttiva 91/271/Cee, quindi risale a oltre venticinque anni fa, ed è stata recepita dall’Italia con il d. lgs. 152/2006 (e ss.mm.ii, cosiddetto Codice dell’ambiente).
La Direttiva comunitaria stabilisce che tutti gli agglomerati con carico generato maggiore di 2.000 abitanti equivalenti (a.e.) siano forniti di “adeguati sistemi di reti fognarie e trattamento delle acque reflue, secondo precise scadenze temporali” in funzione del numero degli abitanti equivalenti e dell’area di scarico delle acque (area normale o area sensibile).
Ovviamente tutte le scadenze sono ormai abbondantemente passate, come testimoniano le tre procedure di infrazione. Tutti i dettagli si possono trovare sul portale acqua.gov.it che ha mappato tutto il patrimonio informativo nel settore idrico agglomerato per agglomerato: dagli investimenti ai gestori dell’acqua fino ai numeri relativi alla potabilizzazione e dispersione.

Articolo pubblicato il 24 gennaio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


comments powered by Disqus

´╗┐