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Papa, la corruzione è il virus della politica
di Carlo Alberto Tregua

“Meglio tirare a campare...”

Tags: Corruzione, Papa Francesco



Il Divo Giulio Andreotti (1919-2013) era noto per le sue proverbiali frasi lapidarie. Quando gli dissero che Bettino Craxi (1934-2000), suo acerrimo nemico, fosse una volpe, rispose a bruciapelo: “Anche le volpi finiscono in pellicceria”.
Andreotti galleggiò per molti decenni fin da quando fu nominato sottosegretario a soli 28 anni, nel 1947. Egli si muoveva sempre in favore di vento, sommesamente, misurando le parole ed i comportamenti.
Tutto questo, però, non lo portava a prendere decisioni coraggiose alla De Gasperi o alla Sturzo, perché la sua azione era mirata ad accontentare chi aveva più potere in quel momento.
Quando lo accusarono di questo galleggiamento rispose lapidario: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.
Poi gli chiesero se soffrisse del lungo esercizio del potere e anche quella volta sparò: “Il potere logora chi non ce l’ha”.
 
Citiamo Andreotti come esempio che i politici non dovrebbero mai emulare, perché la politica impone il dovere di prendere decisioni, soprattutto quelle impopolari, quelle che taglino le unghie ai privilegiati e che facciano prevalere il merito e le responsabilità.
Se le istituzioni politiche e burocratiche funzionassero non vi sarebbe corruzione. Invece, essa è dilagata, incontenibile e incontenuta, perché nessuno controlla i risultati dell’ordinaria amministrazione, con la conseguenza che è ininfluente chi lavori bene e chi lavori male.
Il Papa ha detto con chiarezza che la corruzione è il virus della politica. Però non ha aggiunto: di questa politica. E non di quella nobile, alta, secondo la quale deve sempre prevalere l’interesse generale su quello di parte.
Se la corruzione dilaga, è conseguenza del fatto che i politici, responsabili delle istituzioni, danno indirizzi fumosi attraverso leggi che sono contenitori spesso privi di contenuto. Cosicché, quando le leggi sono a maglie larghe, aumenta il brodo e in esso i germi della più grande malattia del nostro Paese, che è appunto la corruzione, perfino seconda alla mafia, perché quest’ultima è radicata solo in alcune regioni, mentre la prima si estende in tutte.
 
La corruzione è anche frutto di ignoranza perché chi non sa non vede ed è facile preda di imbonitori e illusionisti. Secondo Montesquieu (1689-1755) i politici, per egoismo, favoriscono l’ignoranza. Dunque, la questione risale a secoli passati. Ma oggi, quando la disuguaglianza continua ad aumentare, l’ignoranza fa venir meno il controllo del popolo sui responsabili delle Istituzioni e la corruzione non ha limiti.
Alla denunzia del Papa non vi è stata risposta da parte di Governo e delle Giunte regionali, né delle Amministrazioni locali. Questo silenzio è un sintomo del malessere di fondo che c’è nel nostro Paese.
Non c’è riforma che tenga, non c’è rigore di sorta che possa essere sufficiente per riequilibrare le sorti dei 60,5 milioni di cittadini, di cui 5 milioni non di origine italiana, che tuttavia si sono integrati. L’integrazione è essenziale, ma le regole devono essere uguali per tutti.
 
Da più enti di ricerca si stima che la corruzione produca un danno di una sessantina di miliardi. Altri enti calcolano che l’evasione sia intorno a 130 miliardi. Al riguardo non ci spieghiamo come mai, nonostante gli sforzi dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza, che recuperano una quindicina di miliardi l’anno, l’evasione continui a essere stimata in 130 miliardi.
Ai primi due cancri bisogna aggiungere il terzo: l’organizzazione criminale, denominata anche mafia, che continua a permanere nelle regioni povere del Sud, ma che si sta ramificando in quelle ricche del Nord, ove ha trovato fertile terreno in una burocrazia non abituata a certi sistemi, che trova comodo chiudere gli occhi e intascare le mazzette.
La corruzione fa anche il grave danno di compromettere gli equilibri economici di mercato, violando le regole di concorrenza, per cui vanno avanti quei falsi imprenditori che si accordano con i burocrati, per esempio, per vincere appalti o intervenire nella gestione dei rifiuti.
Allo stato dei fatti, non si vede la necessaria azione di contrasto alla corruzione, né sembra inserita nei programmi dei candidati politici. Occorre che i cittadini aprano gli occhi.

Articolo pubblicato il 25 gennaio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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