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Quotidiano di Sicilia

Born in Sicily, la frutta nel cassetto
di Michele Giuliano

Da 5 anni la legge n. 19/2013 è inattuata in Sicilia con grave danno per l’agroalimentare che non varca i confini nazionali. Export al 2,9% e fatturato cinque volte inferiore a Lombardia, Veneto, Toscana, Emilia Romagna

Tags: Agricoltura, Sicilia, Agroalimentare



Tutti a incensare i buonissimi prodotti agroalimentari siciliani. Ma il made in Sicily, purtroppo, resta ancora solo sulla carta, insomma più un modo per riempirsi la bocca che altro. Perchè la tendenza del mercato parla di un Nord che come sempre è “re” incontrastato anche di questa economia, una vera beffa per una Sicilia che invece ha tutte le basi per poter stracciare, almeno in questo settore, ogni tipo di concorrenza italiana. E invece come sempre si è costretti a fare la cenerentola di turno e questa non è affatto una novità. Anzi, una doppia beffa se si considera che nell’Isola c’è una legge regionale, mai applicata dal governo precedente, che riguarda proprio il potenziamento e la tutela del prodotto agroalimentare siciliano. è la famosa legge regionale numero 19 del 2013 meglio conosciuta come “Born in Sicily”, rimasta per l’appunto solo una pia intenzione e nulla di più.
 
Ma partiamo anzitutto dai numeri importanti e allo stesso tempo impietosi. Cominciamo con l’aspetto positivo e cioè che la Sicilia è tra le regioni che contano più prodotti di qualità certificati nell’agroalimentare nel panorama italiano.
 
 
Tra Doc, Denominazione di origine controllata, e Igp, Indicazione geografica protetta, l’Unione Europea ne ha riconosciuti ben 30, meglio (ma di poco se si considera anche l’estensione territoriale) fanno solo la Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana.
Poi arriva però il paradosso: come è possibile che con tutte queste eccellenze le esportazioni siano davvero al lumicino? è evidente che se la base c’è, di sicuro mancano degli strumenti per far decollare il settore, al contrario invece delle regioni del Nord che invece confermano il loro strapotere.
 
Nomisma, la nota società di studi economici, ha analizzato l’andamento dell’export elaborando i dati Istat del terzo trimestre del 2017, ultimo censito e disponibile. Emerge come incredibilmente il Nord conti ben il 60 per cento del valore delle esportazioni italiane: Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte da sole, a fronte invece di uno scarsissimo 20 per cento su scala nazionale del Sud, per cui è ricompresa la Sicilia.
 
 
L’Isola ha una quota nazionale di appena il 2,9% con i suoi 845 milioni di prodotti agroalimentari esportati, mentre il Veneto primeggia con i suoi 4,8 miliardi, seguito da Lombardia (4,7), Emilia Romagna (4,6) e Piemonte (3,8). Superiorità schiacciante che non lascia alibi alla Sicilia.
 
E qui entra in gioco la Regione Siciliana che pur avendo uno strumento legislativo per provare a migliorare le cose lo tiene di fatto nel cassetto. La legge “Born in Sicily”, infatti, prevede la tutela e valorizzazione delle risorse genetiche “Born in Sicily” per l’agricoltura e l’alimentazione. In particolare, la legge prevede lo studio e il censimento su tutto il territorio regionale della biodiversità animale e vegetale di razze e varietà locali di interesse agrario; favorisce le iniziative, pubbliche o private, tendenti a preservare e ricostituire (anche attraverso l’insostituibile strumento del Dna) le risorse genetiche, a diffonderne la conoscenza, il rispetto e l’uso, a valorizzarne i prodotti; assume direttamente iniziative organizzative volte alla tutela e alla valorizzazione delle risorse genetiche, comprese iniziative di conservazione in azienda.
 
Dagli addetti ai lavori è stata evidenziata la necessità di rispolverare e attuare questa norma dopo la conclusione del ciclo di incontri nell’ambito del forum su Giorgio La Pira, tenutosi nei giorni scorsi in alcuni centri del territorio ibleo tra Pozzallo, Rosolini, Ispica, Modica e Avola: “Occorre far applicare questa legge – è stato evidenziato da più parti -. E se ciò non avviene, occorre pretendere che avvenga, con ogni mezzo utile”.
 
Ciò che preoccupa è che, se la crisi è in casa, difficilmente ci si può risollevare se non guardando altrove. Tradotto significa che se in Italia non ci sono sbocchi, per via di una generale difficoltà economica dell’imprenditoria, si deve per forza di cose cercare delle alternative.
 


Troppe microimprese: così è difficile esportare
 
Uno dei gap più pesanti che frenano notevolmente l’export siciliano è sicuramente l’eccessivo frazionamento del tessuto economico e produttivo. L’Istat parla di ben il 97% di imprese attive in Sicilia che sono sostanzialmente a conduzione familiare, ampiamente al di sotto dei 50 dipendenti e dunque con fatturati e forza di penetrazione nei mercati al di fuori del territorio regionale e nazionale che è fortemente limitata.
Un problema non da poco e lo rimarca anche Nomisma nella sua indagine: “Le imprese alimentari con più di 50 addetti, dunque considerate quelle medio-grandi, rappresentano appena il 2% del totale nell’Isola, quando in altri paesi competitor, come la Germania, questa incidenza arriva al 10%. E questo spiega anche perché la propensione all’export dell’industria alimentare sia pari complessivamente sul territorio nazionale al 23% contro il 33% della Germania, o visto da un’altra angolatura, perché le esportazioni italiane, per quanto in crescita, siano ancora molto inferiori a quelle francesi (59 miliardi di euro) o tedesche (73 miliardi)”.
La presenza di imprese più dimensionate unita a reti infrastrutturali più sviluppate nonché a produzioni alimentari maggiormente “market oriented” spiegano anche perché oltre il 60% dell’export italiano faccia riferimento ad appena 4 regioni. Un differenziale che rischia di allargarsi ulteriormente anche in quest’anno di trend favorevole ai prodotti agroalimentari, dato che nel primo semestre 2017 mentre le regioni del Nord Italia hanno messo a segno una crescita di oltre il 7% nelle vendite oltre frontiera, quelle del Mezzogiorno non sono riuscite a raggiungere il +2%.
“Nell’agroalimentare bisogna credere se si considera che il valore aggiunto della filiera italiana è cresciuto del 16% - afferma Denis Pantini, responsabile dell’area Agroalimentare di Nomisma - contro un calo di oltre l’1% registrato dal settore manifatturiero e un recupero del 2% del totale economia, avvenuto in maniera significativa solamente a partire dal 2015”.
 
 


Le parole al QdS del neo assessore regionale all’Agricoltura, Edy Bandiera
 
Il “Born in Sicily” sarà rispolverato, arriverà anche un marchio “Qualità sicura” e una serie di interventi per frenare il consumo di prodotti non siciliani. Non ha certo la bacchetta magica il governo regionale appena insediato ma comunque si sbilancia nell’annunciare i primissimi provvedimenti a tutela dell’agroalimentare siciliano, tanto di qualità quanto bistrattato rispetto alle sue vere potenzialità.
L’assessore regionale all’Agricoltura, Edy Bandiera, ha già parlato ad imprese, agricoltori e organizzazioni di categoria e uno dei suoi primi impegni ha riguardato proprio l’agroalimentare, evidenziando che la legge regionale sul “Born in Sicily” verrà rispolverata e non solo: “Arriverà anche il marchio ‘Qualità Sicura’. Completerà il lavoro di tutela dei cibi di origine siciliana”. Questo lavoro sarà incardinato nell’ambito di interventi complessivi che avranno come obiettivo quello proprio di valorizzare al massimo il settore che, nonostante l’eccelsa qualità produttiva, non riesce a decollare in altri mercati: “La mia azione governativa – ha aggiunto Bandiera – prevede interventi a tutela della trasparenza dei prodotti agroalimentari”.
A fargli eco il presidente della Regione, Nello Musumeci: “Il mio Governo lavorerà per ridurre la dipendenza della Sicilia dalle imprese del Nord, soprattutto per agroalimentare e sfruttamento delle nostre risorse. L’Isola è diventata un mercato di consumatori di prodotti non locali. Invece - e non è sciocco protezionismo - vogliamo lavorare per incoraggiare il made in Sicily”. Bandiera è stato il primo firmatario del disegno di legge “Interventi urgenti di tutela, sostegno e promozione per il comparto agricolo, agroalimentare e zootecnico siciliano”, che prevede, tra l’altro, la regolamentazione siciliana degli accordi o patti di filiera.

Articolo pubblicato il 26 gennaio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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