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Quotidiano di Sicilia

Il disservizio pubblico diventi reato
di Carlo Alberto Tregua

Nuovo Parlamento disoccupato



Le prossime elezioni del 4 marzo si sono trasformate in un concorsone per disoccupati. Sono tali coloro che non hanno lavoro, che non hanno mai lavorato, che non hanno presentato il modello fiscale denominato 730 o Unico e che, per conseguenza, non abbiano mai contribuito alle spese dello Stato pagando le relative imposte.
Staremo a vedere dal 5 marzo quanti degli eletti (630 deputati e 315 senatori) potranno essere accreditati come persone che hanno prodotto ricchezza mediante il loro lavoro per il Paese.
Dal computo di chi lavora vanno detratti i politici di professione, i quali hanno presentato il loro 730, nel quale peraltro non sono confluiti redditi esenti, ma non per un lavoro produttivo, bensì per quella capacità di parolai con poche idee e tanta enfasi.
La politica è un’attività seria che va esercitata se si possiedono adeguate competenze. Ma il disoccupato o il professionista della politica non ne ha molte e, dunque, cosa va a fare occupando uno degli scranni del Parlamento o di un Consiglio regionale o comunale? Parla, parla, parla.
 
La conseguenza di quanto precede è che la classe politica diventa sempre meno capace di capire quali siano le esigenze dei cittadini, per cui non formula leggi che diminuiscano le diseguaglianze.
L’unico leader che ha parlato di tagliare le leggi italiane, forse centomila, è stato Luigi Di Maio, il bravo fuoricorso che ha qualche problema con l’uso del congiuntivo.
Ciò non toglie che il ragazzo (appena 31 anni) possa avere intuito politico, essendo anche ben guidato dalla piattaforma Rousseau (la Casaleggio associati) e da quel grande e intuitivo comico che è Beppe Grillo.
Gli altri due leader, Berlusconi e Renzi, continuano a parlare di riforme teoriche, ma mai di semplificazione della legislazione di tutti i livelli, con un drastico riordino che dovrebbe produrre un altrettanto drastico taglio.
La conseguenza dell’enorme quantità di leggi, che entrano in conflitto fra di esse, è che i dirigenti pubblici possono tranquillamente continuare a non fare il loro mestiere, perché tanto nessuno mai li potrà incolpare dei disservizi che causano. La questione si riunisce in una sola parola: responsabilità, ovvero la sua assenza.
 
Una classe politica forte (non sarà quella che sortirà dalle prossime elezioni) dovrebbe approvare una legge con articolo unico: Il disservizio pubblico è reato.
Ovviamente, a questo punto, tutte le amministrazioni si dovrebbero dotare del Piano aziendale che fissi gli obiettivi. L’ordinamento dovrebbe poi predisporre l’obbligo di comparare i risultati raggiunti da un settore rispetto agli obiettivi fissati nel Piano aziendale.
Nessuno ci dica che questo non è fattibile, perché si fa in tutto il mondo. Vogliamo citare come esempio Singapore, che 60 anni fa era una giungla e oggi è la nazione con il più alto reddito pro capite, ove la prosperità è diffusa fra tutti i suoi cittadini. Colà, la pubblica amministrazione è di una efficienza straordinaria e costituisce il traino del Paese.
Ma torniamo a noi. Il disservizio pubblico è reato. Questo dovrebbe essere il titolo della campagna elettorale dei leader dei tre poli. Ma nessuno si avventura in questa direzione.
 
In Italia sono contabilizzati circa 4 milioni di dipendenti pubblici diretti e indiretti, di cui 3,2 dirigenti e dipendenti in forze e circa 800 mila delle partecipate. Queste ultime sono quasi tutte in perdita, avendo forma di società per azioni, ma nessun dirigente è cacciato, nessun dipendente è licenziato, perché tanto a rifondere le perdite ci sono sempre le amministrazioni che le controllano.
Anche nel pubblico impiego nessun dirigente è cacciato e quasi nessun dipendente è licenziato, come dimostrano le statistiche relative anche al 2017.
Com’è possibile immaginare un comparto di 4 milioni di cittadini tutti bravi e diligenti, che fanno per intero il proprio dovere? Non ci crede nessuno.
Ma ai tre vertici dei poli in competizione alle prossime elezioni non parlano dei disservizi e delle inefficienze della Pubblica amministrazione. Anzi, questo Governo ha dato ai pubblici dipendenti aumenti generalizzati continuando a non distinguere tra i meritevoli e gli sfaticati.
Continuando di questo passo è inevitabile andare nel burrone: basso incremento del Pil, alta disoccupazione.

Articolo pubblicato il 26 gennaio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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