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Quotidiano di Sicilia

Lavoro sommerso, Sicilia in nero
di Michele Giuliano

Un centinaio le aziende controllate nell’ultimo mese, il 30% sospese per aver impiegato operai in nero. Controlli dei Carabinieri tra il 15/12 e il 15/1: 109 lavoratori su 353 irregolari

Tags: Lavoro, Lavoro Nero, Sicilia, Cgia Mestre



PALERMO - Il lavoro nero continua ad essere una delle principali piaghe del mercato del lavoro siciliano. I suoi numeri continuano ad essere impressionanti con un sommerso che resta un fenomeno distorsivo pervadente nel tessuto socio-economico dell’Isola. Lo dicono i numeri appena pubblicati dal nucleo operativo del gruppo Carabinieri per la tutela del lavoro ed i nuclei Carabinieri ispettorato del lavoro. In ogni provincia sono stati effettuati dei controlli a tamburo battente nel periodo natalizio, a cavallo tra il 15 dicembre e il 15 gennaio scorsi.

Il bilancio è davvero impressionante: 92 imprese controllate di cui 39 risultate con irregolarità sotto il profilo amministrativo riguardo proprio le assunzioni. Sui 353 lavoratori sottoposti a controlli ben 109 sono risultati del tutto in nero, quindi senza uno straccio di contratto e senza una benchè minima tutela. Le ispezioni hanno riguardato un pò tutte le attività economiche siciliane quindi aziende edili, agricole, allestimento palchi, case di riposo, sale scommesse, esercizi commerciali, ristoranti, bar e pasticcerie.
In 19 casi è stato adottato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale ai sensi dell’articolo 14 del decreto legislativo 81 del 2008, per aver impiegato personale in nero nella misura pari o superiore al 20% di quello effettivamente presente sul luogo di lavoro.
 
Tali provvedimenti risultano già revocati avendo i responsabili regolarizzato la posizione dei lavoratori in nero e pagato la sanzione amministrativa aggiuntiva. Per 39 datori di lavoro sono arrivate le denunce, a vario titolo, per violazioni delle norme di sicurezza nei luoghi di lavoro (mancata predisposizione del documento valutazione rischi, mancata nomina del responsabile del servizio di protezione e prevenzione, mancata formazione ed informazione dei lavoratori, mancata fornitura dei dispositivi di protezione individuale, utilizzo ponteggi non conformi, mancanza segnaletica e recinzione cantiere, omessa attuazione piano evacuazione) ed utilizzo di impianti di videosorveglianza per il controllo dei lavoratori a distanza senza autorizzazione dell’ispettorato territoriale del lavoro.

Le sanzioni amministrative ammontano ad oltre 450 mila euro complessivamente. A voler riassumere emerge chiaramente che è consolidato un ampio 30% di totale sommerso, senza contare poi quei lavoratori che sono parzialmente in nero (contratti part time quando invece si è impiegati full time). Inoltre emerge che quando si effettuano interventi massicci ci sono dei riscontri impressionanti: le sanzioni ammontano al ritmo di 15 mila euro al giorno.
 
Non a caso la Sicilia, secondo un recente studio della Cgia di Mestre, si trova al terzo posto tra le regioni per lavoro sommerso, dietro soltanto a Calabria e Campania. In percentuale, rispetto al Prodotto interno lordo, nel territorio siciliano si produce circa il 7,8% di valore aggiunto da lavoro irregolare, con oltre 6 miliardi e mezzo di euro, e una evasione corrispondente che supera i 3 miliardi e 200 milioni. Una cifra impressionante, se si pensa a quanto queste risorse potrebbero essere utili all’intera comunità, in una Regione in perenne mancanza di disponibilità economiche ormai anche per i servizi fondamentali. Un valore che va quasi a doppiare il risultato prodotto per l’intero stivale, che si attesta sul 4,8%, mentre scende a poco più del 3% nelle regioni più virtuose, il Veneto in primis, seguito dalla Valle d’Aosta e il Trentino Alto Adige.

Articolo pubblicato il 30 gennaio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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