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Quotidiano di Sicilia

Giuseppe Catanzaro: "Servono infrastrutture per essere competitivi"
di Raffaella Pessina

Forum con Giuseppe Catanzaro, presidente Sicindustria

Tags: Giuseppe Catanzaro, Sicindustria



Quali sono i gap più evidenti che le imprese siciliane scontano con il resto d’Italia? Quali sono i motivi?
“Prima di parlare di gap, dobbiamo inquadrare il contesto e io voglio, come è mio costume, essere molto pratico. Mettiamo a confronto la Sicilia e una regione omogenea in termini di estensione territoriale e popolazione, come la Lombardia. Pochi numeri basteranno per far emergere in tutta la sua crudezza il modello perdente siciliano: la quota dei servizi pubblici sul valore aggiunto totale del settore in Sicilia è pari a circa il 30%. In Lombardia solo il 13%. L’industria che in Lombardia tocca quota 22,7%, in Sicilia è appena all’8%. Ci troviamo di fronte a due sistemi contrapposti. Uno che produce ricchezza, occupati e benessere, che esporta e crea sviluppo, l’altro che produce disoccupazione e povertà. La sfida per la Sicilia è quindi quella di invertire queste percentuali, puntando in modo trasversale sulla competitività del territorio. E qui veniamo ai gap. La prima emergenza rispetto al resto del Paese è senz’altro rappresentata dalla dotazione infrastrutturale, materiale e immateriale della Sicilia. E anche in questo caso voglio essere pratico: quando si potrà realmente parlare di continuità territoriale? Dobbiamo favorire ingresso e uscita di merci e persone, agevolare trasporti e spostamenti sostenibili. Oggi viaggiare da e per la Sicilia ha un costo sicuramente non competitivo, con tutto ciò che ne consegue. Quando un imprenditore che ha necessità di far arrivare le proprie merci dalla Sicilia ai mercati del Nord Africa potrà evitare di passare da Livorno o da Genova o addirittura raggiungere Marsiglia? Quando i nove capoluoghi di provincia saranno interconnessi da una rete autostradale efficiente? Quando sarà possibile raggiungere Catania da Palermo in un’ora e mezzo o Ragusa da Palermo in due ore e mezzo? Oggi per andare da Roma a Milano (573,36 km) in treno occorrono 2 ore e 40 minuti con biglietti che partono da 12 euro; per percorrere meno della metà della distanza, da Palermo a Catania (210 km), occorrono 2 ore e 50 minuti con prezzi che partono da 13 euro. Un esempio pratico di come la Sicilia e i suoi abitanti siano attualmente penalizzati rispetto al resto del Paese e d’Europa. Stando così le cose, è davvero difficile essere competitivi e anche attrattivi. Questo, insieme a una burocrazia troppo spesso asfissiante e volutamente dolente, una mancanza di certezza normativa, una trasparenza solo annunciata e quasi mai applicata, creano un contesto anti impresa nel quale è difficile operare. I ritardi e le inadempienze generano sfiducia, allontanano gli investitori, creano povertà e bloccano la crescita delle imprese. È per questo che chiediamo a Governo e Parlamento, maggioranza e opposizione, di assumersi la responsabilità delle scelte, che devono essere selettive e devono mettere al centro del confronto l’economia reale e, all’interno di essa, il ruolo delle imprese (piccole, medie e grandi), perché non è possibile parlare di redistribuzione della ricchezza se quest’ultima non viene prima creata. E la ricchezza la producono le imprese”.
 
 
Cosa vi aspettate da questo nuovo Governo regionale? Sono stati già avviati i primi contatti?
“Noi chiediamo solo normalità. Sicindustria vuole costruire, insieme alle Istituzioni e agli altri portatori di interesse, le condizioni per sviluppare capacità progettuali, imprenditoriali, di innovazione e poter così rispondere ai nuovi bisogni del mercato garantendo ricchezza ai territori. È necessario creare le condizioni di contesto affinché le imprese continuino a scegliere la nostra regione per investire. Gli investimenti con il benessere sociale che ne deriva, nel mondo, si materializzano dove le Istituzioni operano per sostenere chi rischia e investe. E in Sicilia, troppo spesso, è avvenuto il contrario. Abbiamo già avviato dei contatti e consegnato al governatore, e presto anche al presidente dell’Ars, un documento di proposte per lo sviluppo della Sicilia. Ma abbiamo avuto anche modo di apprezzare le dichiarazioni programmatiche del presidente Musumeci, che ha parlato di economia puntando l’accento sul ruolo delle imprese”.
 
 
A che punto è il processo di internazionalizzazione delle imprese isolane?
“Resta ancora tanto da fare considerando le potenzialità inespresse della regione sia dal punto di vista dell’export che dell’attrazione di investimenti esteri. Con più di 7 miliardi di beni venduti all’estero nel 2016, l’export siciliano rappresenta il 16,5% del totale esportato dal Sud Italia e la Sicilia è al 14° posto in Italia per valore di esportazione. Le imprese che, nel tempo, hanno riorientato le proprie scelte strategiche e si sono aperte anche ai mercati internazionali sono quelle che hanno resistito meglio alla crisi mondiale, che conseguono oggi migliori risultati di crescita”.
 
Cosa si sta facendo per incentivare lo sviluppo delle Reti di imprese in Sicilia?
“Il 2018 è l’anno delle reti d’impresa, strumento formidabile per far decollare la crescita finalmente al livello della media europea. Sicindustria, con il supporto di RetImpresa, l’Agenzia di Confindustria per le reti guidata da Antonello Montante, si è impegnata in prima linea nel sostenere il passaggio a questo modello virtuoso di aggregazione, aprendo una serie di cantieri e laboratori tra imprese per approfondire vantaggi, opportunità e progetti da realizzare, nella convinzione che il contratto di rete debba diventare uno dei principali strumenti di politica industriale. Le reti d’impresa si stanno dimostrando, infatti, uno strumento formidabile per aumentare fatturato e occupazione delle aziende, migliorare le condizioni del credito, realizzare investimenti importanti anche in chiave tecnologica, competere su scenari internazionali, stimolare una offerta qualitativa aggregata nel mercato dei contratti sia con i grandi committenti pubblici sia con quelli privati”.
 
In che modo Sicindustria può favorire il dialogo tra banche e imprese?
“Il mercato nel quale operano le banche in Europa è regolato dalla Bce e, in più circostanze, anche il Governo nazionale ha poche possibilità di incidere: penso come esempio al dibattito attuale sui cosiddetti ‘non performing loans’, ossia i crediti di riscossione incerta per i quali la Bce intende introdurre regole più limitative in merito ad accantonamenti aggiuntivi da parte delle banche, con il conseguente ridursi del flusso di credito alle imprese. Dobbiamo prendere atto che le politiche monetarie della Bce segnano confini precisi per le banche che operano. Fatta questa premessa dobbiamo, come facciamo ogni giorno, segnare relazioni e proposte con le banche avuto riguardo al contesto siciliano nel quale operano tante imprese che per crisi di liquidità rischiano di non farcela. Anche qui ribadiamo che abbiamo bisogno di banche che facciano sempre più ‘impresa bancaria’ e che siano vicine all’economia reale. Le imprese aperte ai mercati internazionali sono quelle che hanno acquisito ‘l’ambizione alla crescita’, anche attraverso la costituzione di filiere produttive secondo logiche di reti o di consorzi export. È solo la crescita che determina il ricorso al credito, ma con altrettanta certezza le banche devono implementare le attenzioni verso l’economia reale: gli istituti di credito, meglio di ogni altro operatore di mercato, sanno che quando si investe nelle imprese e quindi nella crescita, si riduce anche il debito”.

Articolo pubblicato il 01 febbraio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA




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