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Vino siciliano, bicchiere mezzo vuoto
di Michele Giuliano

Ismea: in Sicilia un sesto della superficie vitata d’Italia e 31 Dop e Igp ma nella classifica dei ricavi siamo al 9° posto. Il fatturato è di soli 126 mln € con 976 km2 di vigneti, in Veneto 1,2 mld con 870 km2

Tags: Vino, Vigneto, Sicilia, Doc



Il vino è da sempre icona della produzione agricola siciliana. La tradizione, il futuro. Eppure, sembra che i viticoltori isolani non riescano a cogliere l’importanza del proprio lavoro, e soprattutto la necessità di far conoscere al di fuori del proprio territorio e della penisola la bontà, la qualità e la varietà dei vini siciliani. Una occasione persa, che significa, soprattutto, in termini economici, l’incapacità di sfruttare al meglio una risorsa che potrebbe invece essere il gioiello della nostra agricoltura. I dati sono chiari ed impietosi. Il rapporto Dop 2017 di Ismea-Qualivita mostra chiaramente come altre realtà italiane, con risorse nettamente minori a quelle della terra siciliana, sia in termini di ettari coltivati che in termini di condizioni climatiche favorevoli, riescano a guadagnare nettamente di più.
 
 
Da un punto di vista delle superfici vitate, secondo i dati Istat, la prima Doc Italiana è il Chianti con 14.400 ettari, che se mettiamo insieme i 6.600 del Chianti Classico, arriva a 21mila ettari. Seguono proprio i 10 mila circa denunciati per la Doc Sicilia, i 9.600 del Montepulciano d’Abruzzo e i 9.400 dell’Asti Doc.
 
Andando ai numeri, se si parte dall’assunto che in Sicilia si trova circa un sesto del totale della superficie coltivata a vite nel panorama nazionale, sebbene negli ultimi anni sia diminuita a favore di regioni del Nord Italia, i risultati sono preoccupanti.
La Sicilia registra 31 tra prodotti Dop e Igp, per un valore economico di appena 126 milioni di euro; il Veneto, che, con minore superficie registra quasi il doppio di prodotti certificati, ha un ritorno economico dieci volte superiore, di ben 1 miliardo 276 mila euro. Anche la Toscana, sebbene non raggiunga i valori della precedente regione, ha un ricavo 4 volte maggiore rispetto alla Sicilia, con solo il doppio dei prodotti di qualità. Più in generale, il rapporto stila un elenco dei prodotti che hanno permesso un maggiore ricavo economico.
 
 
E purtroppo, tra i primi dieci non troviamo nessun prodotto isolano; se si guarda al solo settore vitivinicolo, la Sicilia si pone soltanto al 9° posto, con valori bassi rispetto ai primi in posizione. Se la Igp “Terre siciliane” ha prodotto un valore di 82 milioni di euro nel 2017, il “Prosecco” Dop ha addirittura raggiunto i 629 milioni di euro. La lettura dei dati è ancora più critica se si guarda alle singole provincie. Nell’elenco delle prime 20 città per impatto economico nel settore del vino, nessuna delle province siciliane è presente, mentre fanno man bassa i territori del Veneto, il Friuli Venezia Giulia, la Toscana. Del Centro Sud soltanto Lecce e Chieti, che comunque si trovano nelle posizioni basse della classifica. Tanto per andare sul concreto la Sicilia ha 976,06 chilometri quadrati di produzione a vigneto (dati Istat) e dunque per ogni chilometro quadrato si riesce a ricavare un valore economico al di sotto delle 130 mila euro.
 
Il Veneto invece, contando su 870 chilometri quadrati coltivati a vigneto, riesce a ricavare per ogni chilometro quadrato quasi un milione e mezzo di euro.
 
Al momento i produttori non sembrano essere pronti a investire in modo diverso sul settore, lavorando sul brand, che necessita di maggiore visibilità all’estero, vero mercato da scoprire e da sfruttare, come già stanno facendo nelle altre regioni. I bassi profitti, piuttosto che essere stimolo a fare di più, stanno portando ad una depressione del settore.
 
Se nel 2016 erano stati prodotti poco più di 6 mila ettolitri di vino, nel 2017 si è scesi a poco meno di 4 mila ettolitri, circa il 35% in meno. E se la stessa cosa è successa in Toscana o in Abruzzo, lo stesso non si può dire per regioni come l’Emilia Romagna, in cui la produzione si è ridotta di un quarto, o del Veneto, che è sceso da 10 mila ettolitri a 8.400, con una riduzione del 17%. E invece l’esperienza dimostra come investire su una buona strategia di marketing sia importante e dia buoni risultati.
 
Un esempio è il mercato statunitense, dove è aumentato il consumo del “fine wine”, in binomio con il “Made in Italy”: un terzo dei consumatori di vino indica “Italia” quando pensa ai produttori di vini di alta qualità, e Barolo, Amarone e Brunello di Montalcino i “fine wine” italiani più citati spontaneamente, così come Piemonte e Toscana sono le regioni che vengono più spesso ricordate.
 

 
Parla Marilena Barbera che guida una delle cantine più importanti dell’Isola
Dubbi sulla Doc Sicilia: “Produzione poco chiara”
 
Perché i prodotti Dop e Igp siciliani non funzionano? Sono i produttori a non saper sfruttare le opportunità proposte o il sistema ad avere delle falle strutturali che impediscono di ottenere il massimo rendimento possibile? Una possibile risposta la troviamo nelle parole di Marilena Barbera, delle Cantine Barbera di Menfi, in provincia di Agrigento, una realtà imprenditoriale che sta cercando di approcciarsi al mercato con uno sguardo nuovo e aperto alle novità. E che ha una sua visione critica riguardo alla gestione dei prodotti certificati Doc Sicilia. “Il primo problema - dice Barbera - sta nel fatto che viene autorizzata la produzione di vini con uve che possono essere raccolte su tutto il territorio regionale e poi mescolate fra di loro senza considerare le caratteristiche specifiche degli areali produttivi, né l’altimetria, né l’origine geologica dei suoli e così via”.
In questo modo, chi acquista non ritrova nel prodotto nulla dell’origine del prodotto stesso, dello stile aziendale, delle caratteristiche dei territori di produzione. Sebbene in Sicilia esistano altre 23 piccole Doc, che delimitano aree più omogenee dal punto di vista “sono denominazioni poco o nulla conosciute - continua Marilena Barbera - e spesso poco o nulla utilizzate dai produttori, ma rappresentano il vero punto di partenza per poter parlare di territorio in una regione così vasta”.
Ed è la scelta che ha fatto per la sua azienda: “Certo, lavorare con una denominazione così piccola - conclude l’imprenditrice - mi ha causato non pochi problemi. Hai voglia a dire dov’è Menfi, e soprattutto a spiegare perché Menfi è diversa da Noto o da Trapani, da Valledolmo o da Caltanissetta. Ho ingoiato non poche alzate di sopracciglio e risatine, anche da produttori ben più grandi e ben più famosi di me. Però questa scelta negli anni ha pagato”.
 
 


La parola al neo assessore all’Agricoltura Edy Bandiera: “C’è da lavorare”
 
Assessore, c’è un male oscuro che colpisce la vitivinicoltura siciliana. Tanta produzione, anche di qualità con Dop e Igp, ma il fatturato lascia sempre a desiderare anche rispetto a regioni che hanno meno prodotti di qualità e meno produzione. Secondo lei perchè?
“È vero. Se guardiamo il dato assoluto sul valore medio del vino siciliano rispetto alle altre regioni abbiamo ancora molto da fare. Ma quegli stessi numeri che certificano la Sicilia del vino di oggi sono di gran lunga migliori rispetto ad appena 20-30 anni fa, che in agricoltura rappresentano un ciclo breve. Oggi il lavoro delle Doc e sulle Doc, la diversità dei territori, la capacità di internazionalizzazione aiutata anche dai fondi comunitari aprono nuove prospettive. Ci scommetto: sia il valore medio che la qualificazione di tutto il vino siciliano sono destinati a crescere. Il futuro è promettente”.
In che modo questo governo regionale può intervenire, magari garantendo delle misure che agevolino la penetrazione e la pubblicizzazione del prodotti di qualità siciliano?
“Il nuovo governo regionale ha tra gli obiettivi quello di dare fiducia e di agevolare il percorso di crescita delle imprese agroalimentari. Il Psr e i fondi comunitari rappresentano un volano importante. Al riguardo sono da poco stati finanziati 16 progetti, presentati da singole aziende, associazioni di produttori, associazioni temporanee di impresa e consorzi di tutela del vino, per un importo complessivo pari a circa 12 milioni di euro per svolgere azioni promozionali sui mercati dei paesi Terzi. Con una consapevolezza: nel mondo c’è voglia di cibo e vino della nostra isola ma per conquistare l’estero dobbiamo essere meno siciliani di scoglio e più siciliani di mare aperto. Inoltre nelle scorse settimane, a Roma, nel corso della Commissione Politiche Agricole della Conferenza delle Regioni ho fortemente sostenuto e difeso la posizione di salvaguardia sui diritti d’impianto dei vigneti in Sicilia”.

Articolo pubblicato il 10 febbraio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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